venerdì 2 giugno 2017

La Lettera ai Romani: moralità cristiana, amore per il prossimo e rispetto delle autorità


Ancora oggi vi sono delle persone che pensano che Paolo di Tarso avesse un interesse personale nel divulgare il Vangelo. Alcuni sostengono che egli avesse uno scopo di potere. Le sue lettere e la sua irreprensibile condotta morale dimostrano invece che Paolo di Tarso non aveva alcuna intenzione di ottenere qualche vantaggio dalle sue predicazioni. La sua altissima moralità e la sua assoluta concordanza con la predicazione degli Apostoli sono sancite anche da alcune citazioni dei sucessori degli Apostoli. Vediamo nello specifico due fonti storiche: 
Sia Clemente di Roma che Policarpo di Smirne descrivono Paolo di Tarso come un beato, quindi veritiero. 

Prima Lettera di Clemente V, (5-7):

Per invidia e discordia Paolo mostrò il premio della pazienza. Per sette volte portando catene, esiliato, lapidato, fattosi araldo nell'oriente e nell'occidente, ebbe la nobile fama della fede. Dopo aver predicato la giustizia a tutto il mondo, giunto al confine dell'occidente e resa testimonianza davanti alle autorità, lasciò il mondo e raggiunse il luogo santo, divenendo il più grande modello di pazienza. 

Prima Lettera di Clemente XLVII,1:

"Prendete la lettera del beato Paolo apostolo”

Policarpo, Lettera ai Filippesi:

"Poichè nè io nè un altro come me potrà mai raggiungere la sapienza del beato e glorioso Paolo, il quale, mentre si trovava tra voi, alla presenza degli uomini d’allora, insegnò con tanta esattezza e sicurezza la parola della verità, e, quando fu lontano, vi scrisse lettere , nella cui meditazione voi potrete confermare la fede che vi fu data".

Se Paolo di Tarso avesse avuto una condotta morale dubbia o ambigua, nessuno avrebbe scritto queste frasi su di lui. 
Nel tredicesimo e nel quattordicesimo capitolo della Lettera ai Romani, Paolo di Tarso indica quale deve essere la condotta morale dei cristiani e quale deve essere il rapporto con le autorità. 
Vediamo questo primo passaggio: (12, 9-21): 

La carità non sia ipocrita: detestate il male, attaccatevi al bene; amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda. Non siate pigri nel fare il bene, siate invece ferventi nello spirito; servite il Signore. Siate lieti nella speranza, costanti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera. Condividete le necessità dei santi; siate premurosi nell’ospitalità. Benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite. Rallegratevi con quelli che sono nella gioia; piangete con quelli che sono nel pianto. Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri; non nutrite desideri di grandezza; volgetevi piuttosto a ciò che è umile. Non stimatevi sapienti da voi stessi. Non rendete a nessuno male per male. Cercate di compiere il bene davanti a tutti gli uomini. Se possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti. Non fatevi giustizia da voi stessi, carissimi, ma lasciate fare all’ira divina. Sta scritto infatti: Spetta a me fare giustizia, io darò a ciascuno il suo, dice il Signore. Al contrario, se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare; se ha sete, dagli da bere: facendo questo, infatti, accumulerai carboni ardenti sopra il suo capo. Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene.

Da questi passaggi celebri si nota che l’insegnamento di Paolo di Tarso è concorde perfettamente con il Vangelo di Matteo. Vediamo infatti i passaggi corrispondenti. 
Vangelo di Matteo (5, 38-48): 

Voi avete udito che fu detto: "Occhio per occhio e dente per dente". Ma io vi dico: Non resistere al malvagio; anzi, se uno ti percuote sulla guancia destra, porgigli anche l'altra, e se uno vuol farti causa per toglierti la tunica, lasciagli anche il mantello. E se uno ti costringe a fare un miglio, fanne con lui due. Da' a chi ti chiede, e non rifiutarti di dare a chi desidera qualcosa in prestito da te. Voi avete udito che fu detto: "Ama il tuo prossimo e odia il tuo nemico". Ma io vi dico: Amate i vostri nemici, benedite coloro che vi maledicono, fate del bene a coloro che vi odiano, e pregate per coloro che vi maltrattano e vi perseguitano, affinchè siate figli del Padre vostro, che è nei cieli, poichè egli fa sorgere il suo sole sopra i buoni e sopra i malvagi, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Perchè, se amate coloro che vi amano, che premio ne avrete? Non fanno altrettanto anche i pubblicani? E se salutate soltanto i vostri fratelli, che fate di straordinario? Non fanno altrettanto anche i pubblicani? Voi dunque siate perfetti, come è perfetto il Padre vostro, che è nei cieli».

Dall’analisi del tredicesimo capitolo della Lettera ai Romani si evince poi che Paolo di Tarso non era in contrasto con le autorità, anzi esortava i cristiani a sottomettersi allo Stato. Vediamo i passaggi corrispondenti: Lettera ai Romani (13, 1-7): 

Ciascuno sia sottomesso alle autorità costituite. Infatti non c’è autorità se non da Dio: quelle che esistono sono stabilite da Dio. Quindi chi si oppone all’autorità, si oppone all’ordine stabilito da Dio. E quelli che si oppongono attireranno su di sè la condanna. I governanti infatti non sono da temere quando si fa il bene, ma quando si fa il male. Vuoi non aver paura dell’autorità? Fa’ il bene e ne avrai lode, poichè essa è al servizio di Dio per il tuo bene. Ma se fai il male, allora devi temere, perchè non invano essa porta la spada; è infatti al servizio di Dio per la giusta condanna di chi fa il male. Perciò è necessario stare sottomessi, non solo per timore della punizione, ma anche per ragioni di coscienza. Per questo infatti voi pagate anche le tasse: quelli che svolgono questo compito sono a servizio di Dio. Rendete a ciascuno ciò che gli è dovuto: a chi si devono le tasse, date le tasse; a chi l’imposta, l’imposta; a chi il timore, il timore; a chi il rispetto, il rispetto.

Da questi versi si evince pertanto che Paolo di Tarso non aveva nessun intento sovversivo o rivoluzionario. Vediamo ora un ultimo passaggio del tredicesimo capitolo della Lettera ai Romani (8-10): 

Non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole; perchè chi ama l’altro ha adempiuto la Legge. Infatti: Non commetterai adulterio, non ucciderai, non ruberai, non desidererai, e qualsiasi altro comandamento, si ricapitola in questa parola: Amerai il tuo prossimo come te stesso. La carità non fa alcun male al prossimo: pienezza della Legge infatti è la carità.

Anche da questi passaggi si nota l’assoluta concordanza con il Vangelo di Matteo, vediamo infatti il passaggio corrispondente (Vangelo di Matteo 22, 34-40): 

Allora i farisei, avendo udito che egli aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Gli rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

Yuri Leveratto

Immagine: la Lettera ai Romani riportata nel codice Alessandrino. 

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