venerdì 5 maggio 2017

Il pensiero di Origene: i tre modi d’interpretare la Bibbia e gli archetipi di Cristo


Fino al 202 d.C. la scuola catechetica di Alessandria d’Egitto, detta Didaskaleion, fu diretta da Clemente alessandrino. In seguito alle persecuzioni dei cristiani ordinate da Settimio Severo, Clemente fu costretto a lasciare la città e la direzione della scuola passò ad Origene Adamanzio (Alessandria, 185 d.C. – Tiro, 254 d.C.), uno dei principali filosofi del Cristianesimo antico. 
Origene si distinse per aver scritto importanti commenti alla Bibbia, per esempio il Commento alla Genesi, ai Salmi e al Vangelo di Giovanni. 
A partire dal 231 d.C. Origene visse a Cesarea, in Israele. Nell’ultima parte della sua vita si dedicò a scrivere il “Contro Celso”, opera di confutazione a idee anticristiane. 
Per quanto riguarda l’interpretazione della Bibbia, Origene distingue inizialmente tra due metodi: il letterale e il simbolico-allegorico. 
Secondo l’interpretazione letterale, il testo biblico deve essere interpretato esattamente secondo quanto vi è scritto. 
Secondo l’interpretazione simbolico-allegorica il testo biblico comunica un significato spirituale, più profondo e occulto, che va oltre la lettera, ma è intimamente legato ad essa. 
Per Origene molti passaggi biblici possono essere interpretati sia letteralmente che allegoricamente. Altri passaggi invece possono essere interpretati solo letteralmente o simbolicamente. 
Per esempio, per Origene alcuni passaggi della Genesi vanno interpretati allegoricamente, mentre i versi biblici riferiti alla predicazione di Gesù Cristo, alla sua morte e alla sua Risurrezione, vanno interpretati letteralmente. 
Origene introduce anche un terzo metodo d’interpretazione della Bibbia, detto tipologico, figurale o archetipico. 
Secondo questo metodo nell’Antico Testamento ci sono eventi e personaggi che sono archetipi di Cristo, e sono quindi comprensibili completamente solo alla luce del Nuovo Testamento.
Vi sono vari esempi di archetipi di Cristo nell’Antico Testamento. 
Il primo è l’albero della vita. Esso viene descritto nella Genesi (2, 9): 

Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, e l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male.

Dopo la disubbidienza di Adamo, che ha provocato la caduta dell’uomo, e la sua morte spirituale (e in seguito fisica), il Signore dice: 

Genesi (3, 22):
Poi il Signore Dio disse: «Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi quanto alla conoscenza del bene e del male. Che ora egli non stenda la mano e non prenda anche dell’albero della vita, ne mangi e viva per sempre!».

Ciò è stato detto per evitare che Adamo ed Eva ottenessero l’immortalità e perpetuassero così il peccato indefinitamente. Essi sono stati quindi allontanati dall’Eden e dall’albero della vita. Questi passaggi della Genesi assumono un significato nuovo se sono letti ed interpretati alla luce del Nel Nuovo Testamento. Per esempio nel Vangelo di Giovanni si legge, (1, 4):

In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;

Vediamo pertanto che Gesù Cristo è la vita. Con questo passaggio l’evangelista Giovanni ci vuole indicare che la vita che era insita nel Verbo non era come la vita che abbiamo noi esseri umani. Per noi c’è stato un tempo (prima della nascita) nel quale non avevamo vita, mentre lui era la vita, da sempre. 

Vediamo ora un passaggio dell’Apocalisse dove si descrive l’albero della vita come archetipo di Cristo, (2, 7): 

Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese. Al vincitore darò da mangiare dall’albero della vita, che sta nel paradiso di Dio”.

Anche Melchisedek, il re di Salem, è un archetipo di Cristo quando consegna pane e vino ad Abramo. Vediamo il verso corrispondente in Genesi (14, 18): 

Melchisedec, re di Salem, fece portare del pane e del vino. Egli era sacerdote del Dio altissimo.

Altri archetipi di Cristo nell’Antico Testamento sono i sacrifici di agnelli e altri animali. Dio aveva ordinato di sacrificare animali perfetti, senza macchia. La persona che offriva il sacrificio s’identificava con l’animale e doveva ucciderlo. Gli ebrei credevano che questo rito provvedesse il perdono dei peccati da parte di Dio.
Il sacrificio animale serviva pertanto come “punizione” nei confronti di un peccatore, infatti si uccideva un agnello del suo gregge. Gli si toglieva un animale, prezioso in tempi di carestia, ed inoltre il peccatore, vedendo che l’animale innocente moriva, sentiva pena per quell’essere vivente che moriva a causa del suo peccato.
Naturalmente tutto questo presagiva il sacrificio finale e perfetto di Gesù Cristo sulla croce, che è l’Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo (Vangelo di Giovanni, 1, 29).

Anche Mosè è un archetipo di Cristo, in quanto come il Salvatore, fu profeta. Vediamo a tale proposito questa citazione bíblica:

Deuteronomio (18, 15):
Il Signore, tuo Dio, susciterà per te, in mezzo a te, tra i tuoi fratelli, un profeta pari a me. A lui darete ascolto. 

Due altri personaggi biblici che possono essere visti come archetipi di Cristo sono Elia ed Eliseo quando risuscitano due rispettivi bambini. Vediamo i due passaggi corrispondenti, 

1 Re (17, 17-24):
In seguito accadde che il figlio della padrona di casa si ammalò. La sua malattia si aggravò tanto che egli cessò di respirare. Allora lei disse a Elia: «Che cosa c’è tra me e te, o uomo di Dio? Sei venuto da me per rinnovare il ricordo della mia colpa e per far morire mio figlio?». Elia le disse: «Dammi tuo figlio». Glielo prese dal seno, lo portò nella stanza superiore, dove abitava, e lo stese sul letto. Quindi invocò il Signore: «Signore, mio Dio, vuoi fare del male anche a questa vedova che mi ospita, tanto da farle morire il figlio?». Si distese tre volte sul bambino e invocò il Signore: «Signore, mio Dio, la vita di questo bambino torni nel suo corpo». Il Signore ascoltò la voce di Elia; la vita del bambino tornò nel suo corpo e quegli riprese a vivere. Elia prese il bambino, lo portò giù nella casa dalla stanza superiore e lo consegnò alla madre. Elia disse: «Guarda! Tuo figlio vive». La donna disse a Elia: «Ora so veramente che tu sei uomo di Dio e che la parola del Signore nella tua bocca è verità».

2 Re (4, 29-37):
Eliseo disse a Giezi: «Cingi i tuoi fianchi, prendi in mano il mio bastone e parti. Se incontrerai qualcuno, non salutarlo; se qualcuno ti saluta, non rispondergli. Metterai il mio bastone sulla faccia del ragazzo». La madre del ragazzo disse: «Per la vita del Signore e per la tua stessa vita, non ti lascerò». Allora egli si alzò e la seguì. Giezi li aveva preceduti; aveva posto il bastone sulla faccia del ragazzo, ma non c’era stata voce nè reazione. Egli tornò incontro a Eliseo e gli riferì: «Il ragazzo non si è svegliato». Eliseo entrò in casa. Il ragazzo era morto, coricato sul letto. Egli entrò, chiuse la porta dietro a loro due e pregò il Signore. Quindi salì e si coricò sul bambino; pose la bocca sulla bocca di lui, gli occhi sugli occhi di lui, le mani sulle mani di lui, si curvò su di lui e il corpo del bambino riprese calore. Quindi desistette e si mise a camminare qua e là per la casa; poi salì e si curvò su di lui. Il ragazzo starnutì sette volte, poi aprì gli occhi. Eliseo chiamò Giezi e gli disse: «Chiama questa Sunammita!». La chiamò e, quando lei gli giunse vicino, le disse: «Prendi tuo figlio!». Quella entrò, cadde ai piedi di lui, si prostrò a terra, prese il figlio e uscì.

Le risurrezioni di questi bimbi da parte di Elia ed Eliseo sono archetipo delle tre resurrezioni di morti portate a termine dal Signore Gesú Cristo (la figlia di Giairo, il figlio della vedova a Naim, Lazzaro). 

Come abbiamo visto sono molteplici gli archetipi di Cristo nell’Antico Testamento e sono comprensibili completamente solo alla luce del Nuovo Testamento.

Yuri Leveratto

Immagine: Incontro tra Melchisedek e Abramo, dipinto dell'epoca medievale.

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