mercoledì 16 agosto 2017

La profezia di Isaia: il Messia è “Dio”


Circa settecento anni prima di Cristo, Isaia ha profetizzato che il Messia sarebbe venuto come un bambino e come un dono di Dio per governare. Libro di Isaia (9, 6-7)

Perchè un bambino è nato per noi,
ci è stato dato un figlio.
Sulle sue spalle è il potere
e il suo nome sarà:
Consigliere mirabile, Dio potente,
Padre per sempre, Principe della pace.
Grande sarà il suo potere
e la pace non avrà fine
sul trono di Davide e sul suo regno,
che egli viene a consolidare e rafforzare
con il diritto e la giustizia, ora e per sempre.
Questo farà lo zelo del Signore degli eserciti.

Le caratteristiche del Messia sono: 
1-Consigliere mirabile. Il termine פֶּ֠לֶא (pe-le), tradotto con “mirabile”, viene anche tradotto con “meraviglioso”. Quindi il Messia è un consigliere meraviglioso che nella sua prima venuta ha portato parole di vita eterna e quando tornerà regnerà con saggezza perfetta (Isaia 11, 2). 
2-Dio potente. Isaia dichiara che il Messia è “Dio”, quindi Gesù Cristo, il bambino è “Dio”. E’ una espressione applicata anche a YHWH (per esempio in Deuteronomio 10, 17; Isaia 10, 21; Geremia 32, 18). L’attributo “Dio potente”, predice la vittoria finale del Messia sul male. 
3-Padre per sempre. Il Messia è eternamente un Padre per il suo popolo, occupandosi delle sue necessità. 
4-Principe della pace. Il Messia è colui che porta la pace, la tranquillità e la serenità nel senso assoluto e perfetto. Oggi gli uomini possono conoscere la sua pace. Ciò si vede anche nella Lettera agli Efesini (2, 13-18): 

Ora invece, in Cristo Gesù, voi che un tempo eravate lontani, siete diventati vicini, grazie al sangue di Cristo.
Egli infatti è la nostra pace,
colui che di due ha fatto una cosa sola,
abbattendo il muro di separazione che li divideva,
cioè l’inimicizia, per mezzo della sua carne.
Così egli ha abolito la Legge, fatta di prescrizioni e di decreti,
per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo,
facendo la pace,
e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo,
per mezzo della croce,
eliminando in se stesso l’inimicizia.
Egli è venuto ad annunciare pace a voi che eravate lontani,
e pace a coloro che erano vicini.
Per mezzo di lui infatti possiamo presentarci, gli uni e gli altri,
al Padre in un solo Spirito.

Il regno eterno del Messia sul trono di Davide inizierà con il secondo avvento di Gesù Cristo. 

Yuri Leveratto

Tratto da commenti alla Sacra Bibbia, versione Reina Valera, di Charles Ryrie. 

martedì 8 agosto 2017

Melchisedek, archetipo di Gesù Cristo. Analisi del settimo capitolo della Lettera agli Ebrei


Secondo la visione esoterico-gnostica Melchisedek, il personaggio descritto in Genesi (cap.14), nel Salmo 110 e nella Lettera agli Ebrei, sarebbe “Figlio di Dio”, esattamente come lo è Gesù Cristo. 
In questo articolo si dimostrerà invece che gli autori biblici consideravano Melchisedek come un archetipo sacerdotale dell’Unigenito Figlio di Dio, Gesù Cristo. 
Innanzitutto vediamo il passaggio della Genesi dove si menziona Melchisedek: Genesi (14, 17-20):

Quando Abram fu di ritorno, dopo la sconfitta di Chedorlaomer e dei re che erano con lui, il re di Sòdoma gli uscì incontro nella Valle di Save, cioè la Valle del re. Intanto Melchisedek, re di Salem, offrì pane e vino: era sacerdote del Dio altissimo e benedisse Abram con queste parole: Sia benedetto Abram dal Dio altissimo, creatore del cielo e della terra, e benedetto sia il Dio altissimo, che ti ha messo in mano i tuoi nemici. Abram gli diede la decima di tutto. 

Dal passaggio della Genesi si evince che: 

Melchisedek significa: “re di giustizia”. 
Melchisedek è il re di Salem, quindi è il re di Gerusalemme. 
Salem significa “pace”, quindi Melchisedek è “re di pace”. 
È sacerdote del Dio Altissimo. 
Al Dio Altissimo offre pane e vino. 
Melchisedek è insieme sacerdote e re. 
Melchisedek benedice Abramo. 
Abramo gli consegna la “decima”, quindi riconosce la superiorità di Melchisedek. 

Ora vediamo il Salmo 110: 

Di Davide. Salmo. Oracolo del Signore al mio Signore: Siedi alla mia destra, finchè io ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi. Lo scettro del tuo potere stende il Signore da Sion: Domina in mezzo ai tuoi nemici. A te il principato nel giorno della tua potenza tra santi splendori; dal seno dell'aurora, come rugiada, io ti ho generato. 
Il Signore ha giurato e non si pente: Tu sei sacerdote per sempre al modo di Melchisedek. Il Signore è alla tua destra, annienterà i re nel giorno della sua ira. Giudicherà i popoli: in mezzo a cadaveri ne stritolerà la testa su vasta terra. Lungo il cammino si disseta al torrente e solleva alta la testa. 

Analizziamo il Salmo 110: 

Davide ascolta una conversazione tra YHWH e il Signore (il Messia), nella quale si dice che Cristo siederà alla destra del Padre, nel posto d’onore, fino alla sua seconda venuta, e in quel momento i suoi nemici saranno collocati sotto i suoi piedi. Durante il secondo avvento (il millennio), il Messia regnerà sulla terra da Sion (Gerusalemme), nel trono di David. Quindi Dio giura che il Messia, suo Figlio, sarà sacerdote per sempre, secondo l’ordine di Melchisedek. 

Ora analizziamo il settimo capitolo della Lettera agli Ebrei. Vediamone i primi tre versi, dove si descrive la persona di Melchisedek: 

1 Questo Melchìsedek infatti, re di Salem, sacerdote del Dio altissimo, andò incontro ad Abramo mentre ritornava dall’avere sconfitto i re e lo benedisse; 2 a lui Abramo diede la decima di ogni cosa. Anzitutto il suo nome significa «re di giustizia»; poi è anche re di Salem, cioè «re di pace». 3 Egli, senza padre, senza madre, senza genealogia, senza principio di giorni nè fine di vita, fatto simile al Figlio di Dio, rimane sacerdote per sempre.

Qui l’autore della Lettera agli Ebrei amplia la descrizione di Melchisedek rispetto alle informazioni che si possono trarre dalla Genesi. Infatti aggiunge che Melchisedek è “senza padre, senza madre, senza genealogia, senza principio di giorni nè fine di vita, fatto simile al Figlio di Dio, rimane sacerdote per sempre”.

Analizzeremo presto il perchè Melchisedek viene presentato senza genealogia. Ma prima soffermiamoci sulle similitudini tra Melchisedek e Cristo. 
Innanzitutto Melchisedek è come Cristo “re di giustizia” e “re di pace”. Cristo è “re”, sia per discendenza regale, sia perchè regnerà durante il secondo avvento, (durante il millennio) e poi nell’eternità. Farà giustizia quando sconfiggerà per sempre Satana e quando giudicherà coloro che non hanno creduto nel suo nome e coloro che hanno fatto opere malvagie. Inoltre Cristo ha portato la pace a chiunque lo abbia accolto nel suo cuore, liberandolo dal giogo del peccato, e porterà la pace dopo la sua seconda venuta quando regnerà prima sulla terra e poi nell’eternità. 
Melchisedek offre pane e vino al Dio altissimo come archetipi del sacrificio finale e perfetto di Cristo che offrirà il suo corpo e il suo sangue (dei quali il pane e il vino sono gli archetipi), per espiare i peccati del mondo. Cristo è pertanto sacerdote finale e perfetto.

Facciamo un passo indietro e analizziamo il passaggio 5, 10 della Lettera agli Ebrei: 

essendo stato proclamato da Dio sommo sacerdote secondo l’ordine di Melchìsedek.

In questo passaggio l’autore della Lettera agli Ebrei si riferisce a Cristo, che è stato proclamato sommo sacerdote da Dio, ma non secondo l’ordine levitico, ma secondo l’ordine di Melchisedek. 
Gesù Cristo non poteva essere un sacerdote secondo l’ordine levitico, in quanto nacque dalla tribù di Giuda, e non dalla tribù di Levi. Sia Melchisedek che Cristo erano re e sacerdoti, ed entrambi erano “re di giustizia” e “re di pace”. 
Ora soffermiamoci sul terzo verso: 

3 Egli, senza padre, senza madre, senza genealogia, senza principio di giorni nè fine di vita, fatto simile al Figlio di Dio, rimane sacerdote per sempre.

Melchisedek è presentato senza genealogia, e sacerdote in eterno, ma simile al Figlio di Dio e quindi non “esattamente uguale al Figlio di Dio”. Se l’autore della Lettera agli Ebrei ci avesse voluto comunicare che Melchisedek era “Figlio di Dio”, esattamente come Gesù Cristo, non avrebbe scritto: “fatto simile al Figlio di Dio”. 

Secondo alcuni teologi, come il dispensazionalista Charles Ryrie, Melchisedek era un uomo, esattamente come Cristo è anche uomo, ed è sacerdote in eterno in un modo a noi ignoto. Se però Melchisedek era un uomo, che non è morto, e vive in eterno, (come si evince dal verso 7, 8), si presume che sia asceso al cielo, ma su questo le Scritture tacciono. 

Secondo altri esegeti Melchisedek, non avendo genealogia ed espletando in eterno il suo compito di sacerdote archetipico, non può essere che un angelo, in quanto gli angeli non hanno genealogia e sono immortali. Come sappiamo gli angeli possono assumere forma umana. 

In ogni caso Melchisedek non era “il Figlio di Dio”, ma un suo archetipo. Ciò è provato innanzitutto dalla frase: “fatto simile al Figlio di Dio”, del terzo verso, ma anche dall’oggetto del sacrificio offerto al Dio altissimo: pane e vino da parte di Melchisedek, mentre Gesù Cristo offrì se stesso, la propria carne e il proprio sangue, come sacrificio finale e perfetto. Mentre l’offerta di Melchisedek al Dio altissimo aveva pertanto un valore archetipico e simbolico, l’offerta che Gesù Cristo fece a Dio, ossia il suo corpo e il suo sangue, ha un valore infinito, in quanto il Figlio stesso è Dio, ed è stata quindi sufficente ad espiare tutti i peccati. 
Il sacerdozio di Gesù Cristo è pertanto infinitamente superiore al sacerdozio di Melchisedek. 

Proseguiamo nell’analisi del settimo capitolo della Lettera agli Ebrei. 

4 Considerate dunque quanto sia grande costui, al quale Abramo, il patriarca, diede la decima del suo bottino. 5 In verità anche quelli tra i figli di Levi che assumono il sacerdozio hanno il mandato di riscuotere, secondo la Legge, la decima dal popolo, cioè dai loro fratelli, essi pure discendenti da Abramo. 6 Egli invece, che non era della loro stirpe, prese la decima da Abramo e benedisse colui che era depositario delle promesse. 7 Ora, senza alcun dubbio, è l’inferiore che è benedetto dal superiore. 8 Inoltre, qui riscuotono le decime uomini mortali; là invece, uno di cui si attesta che vive. 9 Anzi, si può dire che lo stesso Levi, il quale riceve le decime, in Abramo abbia versato la sua decima: 10 egli infatti, quando gli venne incontro Melchìsedek, si trovava ancora nei lombi del suo antenato.

Dal quarto verso si evince che Abramo diede la decima a Melchisedek e quindi riconobbe la superiorità del Re di Salem. Nel quinto verso l’autore descrive che la decima era donata dai discendenti di Abramo ai loro fratelli sacerdoti. I sacerdoti tuttavia non erano i destinatari della decima ma i beneficiari. Destinatario finale è Dio, e il pagamento della decima era vero atto di adorazione per il Signore. 
Dal sesto all’ottavo verso l’autore torna a delineare la figura di Melchisedek. Nel sesto verso si specifica che Melchisedek, pur non essendo della stirpe di Abramo, prese da lui la decima e lo benedisse. Nel settimo verso si afferma che Melchisedek è quindi superiore ad Abramo. Nell’ottavo verso si specifica che, mentre il sacerdozio levitico o di Aronne era espletato da uomini mortali, e che quindi non era eterno, ma terminava con la morte del sacerdote che doveva essere rimpiazzato, il sacerdozio di Melchisedek è eterno, in quanto egli vive per sempre. Nei versi nono e decimo si ribadisce che in Abramo tutto il popolo di Dio è benedetto e paga la decima a Melchisedek. 

Continuiamo con l’analisi dei versi sucessivi (7, 11-17): 

11 Ora, se si fosse realizzata la perfezione per mezzo del sacerdozio levitico – sotto di esso il popolo ha ricevuto la Legge –, che bisogno c’era che sorgesse un altro sacerdote secondo l’ordine di Melchìsedek, e non invece secondo l’ordine di Aronne? 12 Infatti, mutato il sacerdozio, avviene necessariamente anche un mutamento della Legge. 13 Colui del quale si dice questo, appartiene a un’altra tribù, della quale nessuno mai fu addetto all’altare. 14 È noto infatti che il Signore nostro è germogliato dalla tribù di Giuda, e di essa Mosè non disse nulla riguardo al sacerdozio.
15 Ciò risulta ancora più evidente dal momento che sorge, a somiglianza di Melchìsedek, un sacerdote differente, 16 il quale non è diventato tale secondo una legge prescritta dagli uomini, ma per la potenza di una vita indistruttibile. 17 Gli è resa infatti questa testimonianza: 
Tu sei sacerdote per sempre
secondo l’ordine di Melchìsedek.

A partire dall’undicesimo verso si descrive che il sacerdozio levitico, durante il quale il popolo di Dio ricevette la Legge, non ha portato alla perfezione. Proprio per questo è stato necessario che sorgesse un sacerdote secondo l’ordine di Melchisedek e non secondo l’ordine di Aronne. Quel sacerdote era Cristo. 
La Nuova Alleanza, il Nuovo Patto annunciato da Dio al profeta Geremia (cap. 31 dell’omonimo libro), sarà espletato da un nuovo sacerdozio, basato sull’ordine archetipico di Melchisedek e sarà fondato sul sacrificio finale e perfetto del nuovo e definitivo sacerdote, il Figlio di Dio, Gesù Cristo, che offrirà se stesso per il perdono dei peccati. 
Dal dodicesimo al diciassettesimo verso, l’autore sviluppa il suo ragionamento, dimostrando che, un cambio nel sacerdozio, ossia dai sacerdoti levitici a Cristo, sacerdote eterno dell’ordine di Melchisedek, comporta necessariamente il mutamento della legge mosaica, sostituita dalla Grazia. Il Messia è il vero e definitivo sacerdote. Gesù Cristo è Messia proprio perchè è vero e definitivo sacerdote. 
In particolare nel quindicesimo e sedicesimo verso si attesta che il Messia è sacerdote a somiglianza di Melchisedek (il suo sacerdozio quindi non è uguale a quello di Melchisedek, ma vi somiglia, in quanto eterno), e che non è diventato sacerdote in seguito ad una legge prescritta dagli uomini o secondo discendenza carnale (come lo erano i discendenti di Aronne), ma l’origine del suo sacerdozio eterno è divina, viene direttamente da Dio che lo ha scelto sacerdote dall’eternità del passato quindi da sempre. La frase “per la potenza di una vita indistruttibile”, si riferisce a Dio in quanto la vita di Dio è indistruttibile. Questo verso si può anche leggere nel senso che il Messia, il cui sacerdozio eterno è sorto grazie alla potenza di una vita indistruttibile, ha dato se stesso per noi in modo che anche noi potessimo avere una vita indistruttibile, cioè eterna. 
Nel diciassettesimo verso si evince che Cristo non si è autoproclamato sacerdote, ma bensi è stato chiamato dal Padre al sacerdozio eterno, secondo l’ordine di Melchisedek. 

Vediamo i restanti versi del settimo capitolo (7, 18-28):

18 Si ha così l’abrogazione di un ordinamento precedente a causa della sua debolezza e inutilità – 19 la Legge infatti non ha portato nulla alla perfezione – e si ha invece l’introduzione di una speranza migliore, grazie alla quale noi ci avviciniamo a Dio. 20 Inoltre ciò non avvenne senza giuramento. Quelli infatti diventavano sacerdoti senza giuramento; 21 costui al contrario con il giuramento di colui che gli dice:
Il Signore ha giurato e non si pentirà:
tu sei sacerdote per sempre.
22 Per questo Gesù è diventato garante di un’alleanza migliore.
23 Inoltre, quelli sono diventati sacerdoti in gran numero, perchè la morte impediva loro di durare a lungo. 24 Egli invece, poichè resta per sempre, possiede un sacerdozio che non tramonta. 25 Perciò può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si avvicinano a Dio: egli infatti è sempre vivo per intercedere a loro favore.
26 Questo era il sommo sacerdote che ci occorreva: santo, innocente, senza macchia, separato dai peccatori ed elevato sopra i cieli. 27 Egli non ha bisogno, come i sommi sacerdoti, di offrire sacrifici ogni giorno, prima per i propri peccati e poi per quelli del popolo: lo ha fatto una volta per tutte, offrendo se stesso. 28 La Legge infatti costituisce sommi sacerdoti uomini soggetti a debolezza; ma la parola del giuramento, posteriore alla Legge, costituisce sacerdote il Figlio, reso perfetto per sempre.

Nei versi diciottesimo e diciannovesimo si afferma che il sacerdozio levitico è stato abrogato. Il sacerdozio levitico era basato sulla Legge e sui sacrifici animali. Ciò non portava alla perfezione, perchè non trasformava la natura stessa dell’uomo. Con la Grazia però l’uomo ha una speranza migliore, perchè con la fede può ottenere la giustificazione (Lettera agli Efesini 2, 8). 
Nei versi venti e ventuno si specifica che i discendenti di Aronne assumevano il sacerdozio levitico senza giuramento, mentre il Messia è stato costituito sacerdote in seguito al giuramento del Signore (ci si riferisce al Salmo 110, 4). 
Nel ventiduesimo verso si afferma pertanto che Gesù è divenuto il garante di un’alleanza migliore. L’alleanza è migliore in quanto è perfetta, basata sul sacrificio finale e perfetto dell’Unigenito Figlio di Dio, con lo scopo di espiare tutti i peccati. 
Dal ventitreesimo al venticinquesimo verso si ribadisce un’altra diversità tra il sacerdozio levitico e il sacerdozio di Cristo. Mentre i sacerdoti levitici sono stati molti, in quanto essi, essendo mortali, morivano e venivano pertanto rimpiazzati da altri sacerdoti, Gesù Cristo, invece, è eterno, e il suo sacerdozio è pertanto eterno, senza sucessori. Proprio per questo Egli, può salvare coloro i quali si avvicinano a Dio attraverso di Lui. 
A partire dal ventiseiesimo verso, l’autore ci presenta la persona del sacerdote finale e perfetto, Gesù Cristo. L’autore afferma che vi era bisogno di un sommo sacerdote “santo, innocente, senza macchia, separato dai peccatori ed elevato sopra i cieli.” 
Santo in quanto Gesù Cristo è senza peccato, mentre i sacerdote levitici sono dei peccatori. Proprio perchè è santo Cristo è separato dai peccatori. Non che Gesù non volesse accostarsi ai peccatori; anzi lo fa per redimerli e portarli a Lui, ma è separato dalla loro condizione peccaminosa. 
Nel ventisettesimo verso si afferma che Cristo non ha avuto bisogno di offrire sacrifici per i propri peccati, in quanto Egli era esente dal peccato. E non ha avuto neppure bisogno di offrire ogni giorno sacrifici per i peccati del popolo, in quanto lo ha fatto una volta sola, offrendo se stesso, essendo Egli l’Agnello di Dio (Vangelo di Giovanni, 1, 29). Una sola morte, un solo sacrificio, una sola espiazione, una sola redenzione. Anche in seguito a questo fatto si evince che l’uomo muore una volta sola, e il sacrificio di Cristo è sufficiente per espiare i suoi peccati e quindi per ottenere la redenzione, la liberazione dei peccati e quindi, una futura Risurrezione di vita. 
Nel ventottesimo verso si ribadisce ancora una volta la differenza tra il sacerdozio levitico e il sacerdozio di Cristo. Con Aronne i sacerdoti erano uomini soggetti all’umana debolezza, ma in seguito al giuramento (Salmo 110, 4), il Figlio di Dio è costituito sacerdote perfetto ed eterno. 
Si può pertanto riassumere che gli autori biblici hanno presentato Melchisedek come archetipo sacerdotale di Gesù Cristo. In particolare l’autore della Lettera agli Ebrei ha voluto esprimere che il sacerdozio di Cristo, è superiore al sacerdozio levitico. Sia per il fatto che il sacerdote è eterno, al modo di Melchisedek, ma soprattutto perchè il sacerdote è Dio stesso (Vangelo di Giovanni 1, 1), che, nella persona del Figlio, ha offerto se stesso per la remissione dei peccati. Il valore salvifico del suo sacrificio è pertanto infinito ed è sufficente per espiare tutti i peccati. 

Yuri Leveratto

Illustrazione: Melkisedek offre pane e vino al Dio Altissimo. (Santa Maria Maggiore, Roma).

lunedì 7 agosto 2017

Le due interpretazioni della parabola del buon samaritano



Lo studio biblico è importante, ma se poi non si fa il primo passo nei confronti dell’altro, se non ci si fa “altro”, se non si tende la mano a nessuno e ci si chiude in se stessi, allora non ci si può  dire cristiani. 
Vediamo ora cosa ci dice Gesù del farsi “altro”, del farsi “prossimo”. Vediamo la parabola del buon samaritano e analizziamo anche un’interpretazione alternativa del racconto. 
Vediamo la parabola, dal Vangelo di Luca (10, 25-37):

Ed ecco, un dottore della Legge si alzò per metterlo alla prova e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Gli disse: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai».
Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levita, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ così».

Innanzitutto vediamo che il dottore della Legge risponde a Gesù unendo i passaggi di Deuteronomio 6, 5 e Levitico 19, 18.
Gesù gli dice che ha risposto bene, infatti Gesù non insegna niente di diverso dalla Torah. 
A questo punto però  il dottore della Legge chiede a Gesù chi è il prossimo. Normalmente il prossimo era il connazionale, però nel Levitico vi sono dei passaggi che incitano ad amare anche gli stranieri, in quanto per primo il popolo ebraico era stato straniero in terra d’Egitto. La linea di demarcazione su chi sia il nostro prossimo era comunque confusa. 
A tutto ciò  Gesù risponde con la nota parabola, dove il samaritano, certo non considerato “prossimo” dai giudei, ebbe compassione di un uomo che era stato derubato e picchiato da briganti. E’ il samaritano quindi che si fa “prossimo” nei confronti dell’uomo derubato e picchiato. 
In questo caso il samaritano esce dagli schemi convenzionali e si fa “prossimo”. Mentre il sacerdote e il levita non fecero nulla, e passarono oltre, il samaritano si fa guidare dalla compassione e, senza porsi domande, aiuta il bisognoso, senza chiedere nulla in cambio. 

Vi è anche un’interpretazione cristologica della parabola. L’uomo che è caduto vittima dei briganti è Adamo, che è caduto vittima del peccato. Si è fatto alienare, imbrigliare da una società che si basa sul profitto e non sull’amore. In pratica l’uomo spogliato, percosso e alienato che giace nella strada tra Gerusalemme e Gerico è l’immagine dell’umanità. 
Il sacerdote e il levita che passano oltre rappresentano le religioni, le culture, dalle quali non viene nulla di buono, se non rituali e liturgie. 
Il samaritano è invece Gesù Cristo, che era lontano prima dell’incarnazione, ma ora si è fatto carne per venire a prendersi cura della sua creatura ferita, l’uomo. 
Egli versa olio e vino sulle ferite del bisognoso, che rappresentano a loro volta l’unzione e il sacrificio di Cristo (con il suo sangue versato). 
Gesù poi conduce l’uomo nella locanda, che rappresenta la Chiesa. 
Il lettore della parabola, quindi, può vedere Cristo nel samaritano, e può vedere egli stesso nell’uomo moribondo, ma può anche volere di essere “samaritano” e quindi farsi altro nei confronti dei deboli, e quindi, così facendo, assomigliare a Cristo. 

Yuri Leveratto

Bibliografia: Joseph Ratzinger, Gesù di Nazaret

Immagine: Jan Wijnants, il buon samaritano (1670)

domenica 6 agosto 2017

L’effusione dello Spirito Santo


Uno degli eventi fondamentali del Cristianesimo è stata l’effusione dello Spirito Santo avvenuta nel giorno di Pentecoste, quindi sette settimane dopo la Pasqua ebraica. Innanzitutto l’invio dello Spirito Santo fu profetizzato da Gioele, nel V secolo a.C., vediamo il passaggio corrispondente del Libro di Gioele (2, 28-29): 

Dopo questo avverrà che io spanderò il mio Spirito sopra ogni carne; i vostri figli e le vostre figlie profetizzeranno, i vostri vecchi faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni. In quei giorni spanderò il mio Spirito anche sui servi e sulle serve. (1)

Inoltre Gesù Cristo aveva annunciato ai suoi seguaci questo evento prima del suo arresto. Vediamo alcuni passaggi corrispondenti. 

Vangelo di Luca (24, 49):

Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finchè non siate rivestiti di potenza dall’alto».

Vangelo di Giovanni (14, 16-17):

e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perchè rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perchè non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perchè egli rimane presso di voi e sarà in voi. 

Vangelo di Giovanni (15,26):

Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perchè siete con me fin dal principio.

Vangelo di Giovanni (16, 7-8):

Ma io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perchè, se non me ne vado, non verrà a voi il Paràclito; se invece me ne vado, lo manderò a voi. E quando sarà venuto, dimostrerà la colpa del mondo riguardo al peccato, alla giustizia e al giudizio.

Finalmente, cinquanta giorni dopo la Pasqua ebraica, lo Spirito Santo giunse sugli Apostoli. Vediamo il passaggio corrispondente, negli Atti degli Apostoli (2, 1-4): 

Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi.

Questo fatto che gli Apostoli cominciarono a parlare in lingue era stato profetizzato da Isaia in questo passaggio del suo libro (28, 11): 

Con labbra balbettanti e in lingua straniera parlerà a questo popolo

Dopo l’effusione dello Spirito Santo gli Apostoli furono investiti di potenza. In loro vi fu un cambiamento poderoso. Da dubbiosi e timidi, incapaci di sanare gli infermi e deboli nel diffondere la Parola di Dio, divennero sicuri, decisi, capaci di diffondere il Vangelo con fermezza. Vediamo il primo discorso di Pietro: Atti degli Apostoli (2, 22-36): 

Allora Pietro con gli Undici si alzò in piedi e a voce alta parlò a loro così: «Uomini di Giudea, e voi tutti abitanti di Gerusalemme, vi sia noto questo e fate attenzione alle mie parole. Questi uomini non sono ubriachi, come voi supponete: sono infatti le nove del mattino; accade invece quello che fu detto per mezzo del profeta Gioele:

Avverrà: negli ultimi giorni – dice Dio –
su tutti effonderò il mio Spirito;
i vostri figli e le vostre figlie profeteranno,
i vostri giovani avranno visioni
e i vostri anziani faranno sogni.
E anche sui miei servi e sulle mie serve
in quei giorni effonderò il mio Spirito
ed essi profeteranno.
Farò prodigi lassù nel cielo
e segni quaggiù sulla terra,
sangue, fuoco e nuvole di fumo.
Il sole si muterà in tenebra
e la luna in sangue,
prima che giunga il giorno del Signore,
giorno grande e glorioso.
E avverrà:
chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato.

Uomini d’Israele, ascoltate queste parole: Gesù di Nàzaret – uomo accreditato da Dio presso di voi per mezzo di miracoli, prodigi e segni, che Dio stesso fece tra voi per opera sua, come voi sapete bene –, consegnato a voi secondo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio, voi, per mano di pagani, l’avete crocifisso e l’avete ucciso. Ora Dio lo ha risuscitato, liberandolo dai dolori della morte, perchè non era possibile che questa lo tenesse in suo potere. Dice infatti Davide a suo riguardo: 

Contemplavo sempre il Signore innanzi a me; egli sta alla mia destra, perchè io non vacilli. Per questo si rallegrò il mio cuore ed esultò la mia lingua, e anche la mia carne riposerà nella speranza, perchè tu non abbandonerai la mia vita negli inferì nè permetterai che il tuo Santo subisca la corruzione. Mi hai fatto conoscere le vie della vita, mi colmerai di gioia con la tua presenza.

Fratelli, mi sia lecito dirvi francamente, riguardo al patriarca Davide, che egli morì e fu sepolto e il suo sepolcro è ancora oggi fra noi. Ma poichè era profeta e sapeva che Dio gli aveva giurato solennemente di far sedere sul suo trono un suo discendente, previde la risurrezione di Cristo e ne parlò: questi non fu abbandonato negli inferi, nè la sua carne subì la corruzione.
Questo Gesù, Dio lo ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni. Innalzato dunque alla destra di Dio e dopo aver ricevuto dal Padre lo Spirito Santo promesso, lo ha effuso, come voi stessi potete vedere e udire. Davide infatti non salì al cielo; tuttavia egli dice:

Disse il Signore al mio Signore: siedi alla mia destra, finchè io ponga i tuoi nemici come sgabello dei tuoi piedi.

Sappia dunque con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso».

Che trasformazione! Dal timido Pietro che aveva rinnegato per tre volte il Signore al valoroso Pietro che diffonde il Vangelo senza timore, rischiando persino la vita. 
Ma quando qualcuno chiede a Pietro quale sia la strada da percorrere, Pietro risponde con autorità (2, 38-39): 

E Pietro disse loro: «Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito Santo. Per voi infatti è la promessa e per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore Dio nostro».

In seguito vi è la prima guarigione nel nome di Gesù. Vediamo i passaggi corrispondenti (3, 1-16):

Pietro e Giovanni salivano al tempio per la preghiera delle tre del pomeriggio. Qui di solito veniva portato un uomo, storpio fin dalla nascita; lo ponevano ogni giorno presso la porta del tempio detta Bella, per chiedere l’elemosina a coloro che entravano nel tempio. Costui, vedendo Pietro e Giovanni che stavano per entrare nel tempio, li pregava per avere un’elemosina. Allora, fissando lo sguardo su di lui, Pietro insieme a Giovanni disse: «Guarda verso di noi». Ed egli si volse a guardarli, sperando di ricevere da loro qualche cosa. Pietro gli disse: «Non possiedo nè argento nè oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, àlzati e cammina!». Lo prese per la mano destra e lo sollevò. Di colpo i suoi piedi e le caviglie si rinvigorirono e, balzato in piedi, si mise a camminare; ed entrò con loro nel tempio camminando, saltando e lodando Dio. Tutto il popolo lo vide camminare e lodare Dio e riconoscevano che era colui che sedeva a chiedere l’elemosina alla porta Bella del tempio, e furono ricolmi di meraviglia e stupore per quello che gli era accaduto.
Mentre egli tratteneva Pietro e Giovanni, tutto il popolo, fuori di sè per lo stupore, accorse verso di loro al portico detto di Salomone. Vedendo ciò, Pietro disse al popolo: «Uomini d’Israele, perchè vi meravigliate di questo e perchè continuate a fissarci come se per nostro potere o per la nostra religiosità avessimo fatto camminare quest’uomo? Il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe, il Dio dei nostri padri ha glorificato il suo servo Gesù, che voi avete consegnato e rinnegato di fronte a Pilato, mentre egli aveva deciso di liberarlo; voi invece avete rinnegato il Santo e il Giusto, e avete chiesto che vi fosse graziato un assassino. Avete ucciso l’autore della vita, ma Dio l’ha risuscitato dai morti: noi ne siamo testimoni. E per la fede riposta in lui, il nome di Gesù ha dato vigore a quest’uomo che voi vedete e conoscete; la fede che viene da lui ha dato a quest’uomo la perfetta guarigione alla presenza di tutti voi.

Gli Apostoli erano pieni di Spirito Santo. A tale proposito vediamo come parlò Pietro davanti agli anziani quando gli fu domandato con quale autorità aveva sanato il paralitico. Vediamo questi versi corrispondenti, in Atti degli Apostoli (4, 7-10):

Li fecero comparire davanti a loro e si misero a interrogarli: «Con quale potere o in quale nome voi avete fatto questo?». Allora Pietro, colmato di Spirito Santo, disse loro: «Capi del popolo e anziani, visto che oggi veniamo interrogati sul beneficio recato a un uomo infermo, e cioè per mezzo di chi egli sia stato salvato, sia noto a tutti voi e a tutto il popolo d’Israele: nel nome di Gesù Cristo il Nazareno, che voi avete crocifisso e che Dio ha risuscitato dai morti, costui vi sta innanzi risanato.

In seguito all’effusione dello Spirito Santo gli Apostoli predicarono il Vangelo con decisione e continuarono a sanare le persone malate. Il risultato fu che molti si convertirono al Signore e si fecero battezzare. A tale proposito vediamo questi versi, in Atti degli Apostoli (5, 12-16):

Molti segni e prodigi avvenivano fra il popolo per opera degli apostoli. Tutti erano soliti stare insieme nel portico di Salomone; nessuno degli altri osava associarsi a loro, ma il popolo li esaltava. Sempre più, però, venivano aggiunti credenti al Signore, una moltitudine di uomini e di donne, tanto che portavano gli ammalati persino nelle piazze, ponendoli su lettucci e barelle, perchè, quando Pietro passava, almeno la sua ombra coprisse qualcuno di loro. Anche la folla delle città vicine a Gerusalemme accorreva, portando malati e persone tormentate da spiriti impuri, e tutti venivano guariti.

Da quel momento i credenti stabilirono una relazione con lo Spirito Santo, il Paraclito, come era stato annunziato da Gesù Cristo.
Gli Apostoli pertanto ricevettero lo Spirito Santo e annunziarono il Vangelo per tutta la loro vita, fino alle estreme conseguenze del martirio (eccetto l’Apostolo Giovanni che morì di vecchiaia). La loro vita era cambiata radicalmente in quanto erano stati investiti di autorità, dall’alto.

Yuri Leveratto

Nota: 1-Commento di Charles Ryrie alla profezia di Gioele: "Il compimento di questa profezia avverrà negli ultimi giorni, immediatamente prima del ritorno di Cristo. in Atti degli Apostoli 2, 17-18 Pietro ricordò ai suoi ascoltatori che, conoscendo la profezia di Gioele, dovrebbero aver riconosciuto che quello che stavano vedendo era opera dello Spirito". 

venerdì 4 agosto 2017

Il significato della lotta di Giacobbe con l’Angelo del Signore


L’episodio descritto nel trentaduesimo capitolo della Genesi nel quale Giacobbe lotta con un Angelo del Signore ha dato adito a differenti interpretazioni e controversie. In quest’articolo analizzerò il significato di questa narrazione. Vediamo i versi corrispondenti: 

Genesi (32, 23-30):

Durante quella notte egli si alzò, prese le due mogli, le due schiave, i suoi undici bambini e passò il guado dello Iabbok. Li prese, fece loro passare il torrente e portò di là anche tutti i suoi averi. Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell’aurora. Vedendo che non riusciva a vincerlo, lo colpì all’articolazione del femore e l’articolazione del femore di Giacobbe si slogò, mentre continuava a lottare con lui. Quello disse: «Lasciami andare, perchè è spuntata l’aurora». Giacobbe rispose: «Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto!». Gli domandò: «Come ti chiami?». Rispose: «Giacobbe». Riprese: «Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perchè hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto!». Giacobbe allora gli chiese: «Svelami il tuo nome». Gli rispose: «Perchè mi chiedi il nome?». E qui lo benedisse. 

Innanzitutto sappiamo che il significato del nome “Giacobbe” è “soppiantatore”, infatti «al momento del parto, teneva con la mano il calcagno del fratello gemello (Genesi 25, 26). Giacobbe era poi riuscito ad acquistare la primogenitura con l’inganno da suo fratello Esau, e, sempre con l’inganno, era riuscito a carpire la benedizione che era destinata a Esau da parte di suo padre Isacco. Giacobbe era quindi un peccatore. 
Però nel capitolo trentaduesimo si mostra che Giacobbe aveva avuto un cambio interiore, vediamo (32, 9-12): 

Pensava infatti: «Se Esaù raggiunge un accampamento e lo sconfigge, l’altro si salverà». Giacobbe disse: «Dio del mio padre Abramo e Dio del mio padre Isacco, Signore, che mi hai detto: “Ritorna nella tua terra e tra la tua parentela, e io ti farò del bene”, io sono indegno di tutta la bontà e di tutta la fedeltà che hai usato verso il tuo servo. Con il mio solo bastone avevo passato questo Giordano e ora sono arrivato al punto di formare due accampamenti. Salvami dalla mano di mio fratello, dalla mano di Esaù, perchè io ho paura di lui: che egli non arrivi e colpisca me e, senza riguardi, madri e bambini! 

Pertanto egli si riteneva indegno della bontà e fedeltà che Dio gli aveva mostrato. Ciò fu un primo passo verso l’umiltà che il vero credente deve avere per essere lavato dei propri peccati. 
Ma qual’è il significato della lotta di Giacobbe con l’Angelo di Dio? Questa lotta era un simbolo della vita di Giacobbe, che si era affannato per prevalere su suo fratello in varie circostanze. Lo scopo dell’Angelo non era quello di vincere fisicamente Giacobbe (lo avrebbe potuto fare facilmente), ma era quello di modificare la volontà ribelle di Giacobbe, per renderlo un vero figlio di Dio. L’Angelo lo colpisce all’articolazione del femore (nervo sciatico), con lo scopo di scuoterlo, dimostrargli che vi è un potere maggiore di quello umano. A quel punto Giacobbe si rivolge all’Angelo dicendo che non lo avrebbe lasciato se prima non avesse ricevuto da lui la benedizione. Qui Giacobbe mostra un’attitudine onorevole, tipica dell’uomo che cerca Dio e la sua benezione. Il cambio di nome che ne deriva è significativo. Da Giacobbe (soppiantatore, usurpatore, ingannatore), a Israele, (colui che lotta con Dio). Da quel momento Giacobbe-Israele avrebbe mostrato un cambio di paradigma spirituale, che lo avrebbe portato ad abbandonarsi a Dio, e non a resistergli. Pertanto Giacobbe ottenne la “vittoria”, non per aver lottato, ne per aver resistito, ma per essersi abbandonato a Dio. 

Yuri Leveratto

Immagine: Giacobbe lottando con l’Angelo (Gustave Dorè). 

giovedì 3 agosto 2017

Lo Spirito Santo è Dio


Molte persone oggi hanno un’idea confusa della Trinità, e in particolare dello Spirito Santo. E’ innegabile però, da un punto di vista storico, che gli Apostoli, gli Evangelisti e i primi cristiani hanno divulgato che Dio è uno, ma la sua sostanza è presente in tre “Persone”. Uno degli esempi più utilizzati per descrivere la Trinità è quello del sole. Il sole è una stella. Però è anche una stella trina. In che senso?
Vi è il sole, una sfera infuocata. Vi è la luce, con i suoi raggi che giungono fino a noi. E vi è il calore che ci scalda e permette la crescita delle piante. Senza la luce e il calore del sole, la vita sulla terra sarebbe impossibile. 
Lo stesso è la splendente Trinità.
Il Padre è come il sole. Gesù Cristo è la Luce, il raggio di Luce che è giunto fino a noi. Quando Gesù ci ha lasciati ha detto che avrebbe inviato il Consolatore, lo Spirito Santo. Ecco, lo Spirito Santo è il calore, nel senso che ci indica la via corretta, ci insegna, intercede per noi. 
Ovviamente il parallelo non è perfetto, proprio perchè noi esseri umani non potremo mai comprendere il mistero di Dio nella sua pienezza. Ma questo è ciò che storicamente gli Apostoli hanno tramandato: Dio è uno in tre persone, ciascuna con personalità distinta. 

Iniziamo con analizzare alcuni passi dove la Trinità viene affermata indirettamente.
Vediamo innanzitutto due passaggi del Vangelo di Matteo (3, 16-17):

Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento».

In questi versi, non vi è solo il Figlio, Gesù Cristo, ma vi è anche lo Spirito, e il Padre, nelle cui parole c’è un richiamo al servo di YHWH (Isaia 42, 1).
Vediamo ora altri versi del Vangelo di Matteo, dove Gesù ordina il battesimo nel nome della Trinità (28, 18-20):

Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

Malgrado questi versi che richiamano chiaramente alla Trinità, molte persone, pur credendo nella Divinità del Padre e del Figlio, negano che lo Spirito Santo sia Dio, negano la sua Divinità piena, e considerano che sia una forza, un potere. 
Innazitutto lo Spirito Santo, nella fede cristiana, è Dio, ma è anche una persona distinta dal Padre e dal Figlio. Ha una personalità propria, ma ha la stessa sostanza del Padre e del Figlio. 
Dagli scritti neo-testamentari, si evince che i primi cristiani lo adoravano e lo consideravano Dio, al pari del Padre e del Figlio.
Vediamo subito un passaggio degli Atti degli Apostoli (5, 3-4):

Ma Pietro disse: «Anania, perchè Satana ti ha riempito il cuore, cosicchè hai mentito allo Spirito Santo e hai trattenuto una parte del ricavato del campo? Prima di venderlo, non era forse tua proprietà e l’importo della vendita non era forse a tua disposizione? Perchè hai pensato in cuor tuo a quest’azione? Non hai mentito agli uomini, ma a Dio».

In questo passaggio si nota chiaramente che Pietro credeva che lo Spirito Santo è Dio.
Iniziamo ad analizzare alcuni versi dai quali si evince che lo Spirito Santo è una “Persona”. 
I primi cristiani credevano fermamente che lo Spirito Santo è una “Persona”. 
Innanzitutto perchè lo Spirito Santo esprime un criterio proprio: Atti degli Apostoli (15, 28): 

È parso bene, infatti, allo Spirito Santo e a noi, di non imporvi altro obbligo al di fuori di queste cose necessarie: 

Lo Spirito Santo dimostra intenzione: Lettera ai Romani (8, 27): 

e colui che scruta i cuori sa che cosa desidera lo Spirito, perchè egli intercede per i santi secondo i disegni di Dio.

Lo Spirito Santo dimostra volontà: Prima Lettera ai Corinzi (12, 11): 

Ma tutte queste cose le opera l’unico e medesimo Spirito, distribuendole a ciascuno come vuole.

Lo Spirito Santo conosce ogni cosa: Prima Lettera ai Corinzi (2, 11):

Chi infatti conosce i segreti dell’uomo se non lo spirito dell’uomo che è in lui? Così anche i segreti di Dio nessuno li ha mai conosciuti se non lo Spirito di Dio.

Lo Spirito Santo prova delle emozioni, (amore, tristezza, gioia). 

Lettera agli Efesini (4, 30):

E non vogliate rattristare lo Spirito Santo di Dio, con il quale foste segnati per il giorno della redenzione. 

Prima Lettera ai Tessalonicesi (1, 6): 

E voi avete seguito il nostro esempio e quello del Signore, avendo accolto la Parola in mezzo a grandi prove, con la gioia dello Spirito Santo, 

Lo Spirito Santo insegna e ricorda: Vangelo di Giovanni (14, 26): 

Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto.

Lo Spirito Santo testimonia: Vangelo di Giovanni (15, 26): 

Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me;

Lo Spirito Santo guida alla verità, Vangelo di Giovanni (16, 13): 

Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perchè non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. 

Lo Spirito Santo parla: 

Vangelo di Giovanni (16, 13): 

Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perchè non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. 

Atti degli Apostoli (8, 29): 

Disse allora lo Spirito a Filippo: «Va’ avanti e accòstati a quel carro».

Atti degli Apostoli (11, 12):

Lo Spirito mi disse di andare con loro senza esitare. Vennero con me anche questi sei fratelli ed entrammo in casa di quell’uomo. 

Prima Lettera a Timoteo (4, 1):

Lo Spirito dice apertamente che negli ultimi tempi alcuni si allontaneranno dalla fede, dando retta a spiriti ingannatori e a dottrine diaboliche,

Lo Spirito Santo ascolta: Vangelo di Giovanni (16, 13): 

Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perchè non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. 

Lo Spirito Santo annuncia il futuro: Vangelo di Giovanni (16, 13): 

Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perchè non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. 

Lo Spirito Santo proibisce: Atti degli Apostoli (16, 6):

Attraversarono quindi la Frìgia e la regione della Galazia, poichè lo Spirito Santo aveva impedito loro di proclamare la Parola nella provincia di Asia.

Lo Spirito Santo da vita: Lettera ai Romani (8, 11): 

E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi.

Lo Spirito Santo rivela: 

Prima Lettera ai Corinzi (2, 10): 

Ma a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito; lo Spirito infatti conosce bene ogni cosa, anche le profondità di Dio.

Lettera agli Efesini (3, 3-5):

per rivelazione mi è stato fatto conoscere il mistero, di cui vi ho già scritto brevemente. Leggendo ciò che ho scritto, potete rendervi conto della comprensione che io ho del mistero di Cristo. Esso non è stato manifestato agli uomini delle precedenti generazioni come ora è stato rivelato ai suoi santi apostoli e profeti per mezzo dello Spirito:

Lo Spirito Santo conosce in profondità: Prima Lettera ai Corinzi (2, 10): 

Ma a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito; lo Spirito infatti conosce bene ogni cosa, anche le profondità di Dio.

Lo Spirito Santo promette: Lettera ai Galati (3, 14): 

perchè in Cristo Gesù la benedizione di Abramo passasse ai pagani e noi, mediante la fede, ricevessimo la promessa dello Spirito.

Lo Spirito Santo è in comunione con i credenti, Seconda Lettera ai Corinzi (13, 14): 

La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi.

Lo Spirito Santo intercede: Lettera ai Romani (8, 26-27): 

Allo stesso modo anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza; non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa che cosa desidera lo Spirito, perchè egli intercede per i santi secondo i disegni di Dio.

Lo Spirito Santo guida: 

Vangelo di Luca (4, 1): 

Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, 

Lettera ai Romani (8, 14): 

Infatti tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio.

Solo una Persona può portare a termine tutte le attività che sono state indicate. Una “forza” non potrebbe. 
Gli Apostoli, gli Evangelisti e i primi cristiani hanno indicato anche la personalità dolce e gentile dello Spirito Santo, che può  sentire di essere maltrattato. In quel caso lo Spirito Santo si ritira, non impone nulla. Vediamo alcuni versi a riguardo: 

Lettera agli Efesini (4, 30): 

E non vogliate rattristare lo Spirito Santo di Dio, con il quale foste segnati per il giorno della redenzione. 

Atti degli Apostoli (7, 51): 

Testardi e incirconcisi nel cuore e nelle orecchie, voi opponete sempre resistenza allo Spirito Santo. Come i vostri padri, così siete anche voi. 

Prima Lettera ai Tessalonicesi (5, 19): 

Non spegnete lo Spirito,

Nel Nuovo Testamento si indica che alcuni possono mentire allo Spirito Santo, o dire blasfemia contro di Lui, ma ciò non sarà perdonato.

Atti degli Apostoli (5, 3): 

Ma Pietro disse: «Anania, perchè Satana ti ha riempito il cuore, cosicchè hai mentito allo Spirito Santo e hai trattenuto una parte del ricavato del campo?

Vangelo di Matteo (12, 31-32):

Perciò io vi dico: qualunque peccato e bestemmia verrà perdonata agli uomini, ma la bestemmia contro lo Spirito non verrà perdonata. A chi parlerà contro il Figlio dell’uomo, sarà perdonato; ma a chi parlerà contro lo Spirito Santo, non sarà perdonato, nè in questo mondo nè in quello futuro. 

Dai libri del Nuovo Testamento si evince che lo Spirito Santo è Dio, ed è una Persona indipendente dal Padre e dal Figlio. 
Infatti discese su Gesù Cristo quando questi fu battezzato (Vangelo di Giovanni 1, 33). 
L’evangelista Giovanni descrisse che lo Spirito Santo non era ancora stato inviato, perchè Gesù non era stato ancora glorificato: Vangelo di Giovanni (7, 39):

Questo egli disse dello Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui: infatti non vi era ancora lo Spirito, perchè Gesù non era ancora stato glorificato.

Ciò  significa che lo Spirito Santo è distinto dal Figlio, quindi è indipendente. 

Vediamo un passaggio che si riferisce all’eternità dello Spirito Santo: Lettera agli ebrei (9, 14): 

quanto più il sangue di Cristo – il quale, mosso dallo Spirito eterno, offrì se stesso senza macchia a Dio – purificherà la nostra coscienza dalle opere di morte, perchè serviamo al Dio vivente?

Vediamo un passaggio che si riferisce all’onniscenza dello Spirito Santo: 

Prima Lettera ai Corinzi (2, 10): 

Ma a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito; lo Spirito infatti conosce bene ogni cosa, anche le profondità di Dio.

Vediamo un passaggio che si riferisce all’onnipotenza dello Spirito Santo: 

Vangelo di Luca (1, 35): 

Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio.

Vediamo un passaggio relativo all’onnipresenza dello Spirito Santo, Salmi (139, 7): 

Dove andare lontano dal tuo spirito? Dove fuggire dalla tua presenza?

Vediamo un passaggio che si riferisce al potere creativo dello Spirito Santo, Genesi (1, 2):

La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque.

Da tutto ciò  si evince che lo Spirito Santo è Dio, co-eguale e co-eterno con il Padre e il Figlio, però allo stesso tempo è una Persona distinta dal Padre e dal Figlio. Ha una personalità propria. 

Come si può  ricevere lo Spirito Santo? Vediamo innanzitutto questo passaggio degli Atti degli Apostoli (2, 38): 

E Pietro disse loro: «Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito Santo. 

Quindi viene indicato espressamente che una persona, dopo aver ricevuto Gesù Cristo come suo Signore e Salvatore e dopo essersi fatto battezzare nel nome di Gesù Cristo, riceve lo Spirito Santo. 

Vediamo anche questi passaggi della Lettera agli Efesini (1, 13): 

In lui anche voi, dopo avere ascoltato la parola della verità, il Vangelo della vostra salvezza,
e avere in esso creduto, avete ricevuto il sigillo dello Spirito Santo che era stato promesso,

Pertanto lo Spirito Santo si riceve quando si accetta Gesù Cristo come proprio Signore e Salvatore. 
Si può  aggiungere che lo Spirito Santo è una Persona dolce, gentile. Non si impone mai. Lui desidera essere nostro amico, ma la comunione con Lui può avvenire solo se l’uomo si abbandona a Dio, con umiltà. 

Come sappiamo che siamo Figli di Dio? E lo Spirito stesso che lo attesta al nostro spirito. Vediamo questo passaggio della Lettera ai Romani (8, 16): 

Lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio

Inoltre, lo Spirito di Dio vive nel cuore dei figli di Dio, vediamo il passaggio corrispondente: Prima Lettera ai Corinzi (3, 16): 

Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?

Quando lo Spirito Santo vive nel cuore dell’uomo nuovo, dell’uomo rinato in Cristo, vi saranno dei cambi nella sua vita e nel suo comportamento. 
Innanzitutto il modo di parlare sarà differente. 

Lettera agli Efesini (5, 19): 

intrattenendovi fra voi con salmi, inni, canti ispirati, cantando e inneggiando al Signore con il vostro cuore,

In secondo luogo l’uomo rinato in Cristo renderà grazie continuamente: 
Lettera agli Efesini (5, 20): 

rendendo continuamente grazie per ogni cosa a Dio Padre, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo.

Inoltre l’uomo rinato in Cristo, sarà “pieno di Spirito”, Lettera agli Efesini (5, 18): 

E non ubriacatevi di vino, che fa perdere il controllo di sè; siate invece ricolmi dello Spirito,

A questo punto qualcuno potrebbe chiedere come si può essere pieni di Spirito Santo. Secondo alcuni una prova di avere lo Spirito Santo sarebbe quella di parlare in lingue. Ma il parlare in lingue è solo uno dei doni dello Spirito Santo. Quello di cui l’uomo ha bisogno non sono i doni, ma colui il quale da questi doni. I doni rimangono, ma colui che da questi doni, lo Spirito Santo, potrebbe andarsene, se lo rattristiamo. 
Vediamo a tale propòsito questi versi della Prima Lettera ai Corinzi (12, 4-11): 

Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune: a uno infatti, per mezzo dello Spirito, viene dato il linguaggio di sapienza; a un altro invece, dallo stesso Spirito, il linguaggio di conoscenza; a uno, nello stesso Spirito, la fede; a un altro, nell’unico Spirito, il dono delle guarigioni; a uno il potere dei miracoli; a un altro il dono della profezia; a un altro il dono di discernere gli spiriti; a un altro la varietà delle lingue; a un altro l’interpretazione delle lingue. Ma tutte queste cose le opera l’unico e medesimo Spirito, distribuendole a ciascuno come vuole.

Nel momento che accettiamo Gesù Cristo come nostro Signore e Salvatore, otterremo lo Spirito Santo. L’abbandono totale a Dio porta alla sottomissione totale del credente e quindi alla comunione totale con lo Spirito Santo. 

Yuri Leveratto

Immagine: la colomba è uno dei simboli dello Spirito Santo

mercoledì 2 agosto 2017

Le fonti storiche della predicazione di Tommaso in Asia


Varie persone sostengono che i viaggi di evangelizzazione degli Apostoli Bartolomeo e Tommaso in India sono delle leggende. Purtroppo quelle stesse persone non riescono a spiegare come sia possibile che già nel 180 - 190 d.C. ci fossero dei cristiani apostolici in India. Lo scrittore cristiano Eusebio di Cesarea (265 – 340 d.C.), descrive infatti che Panteno (morto ad Alessandria d’Egitto nel 200 d.C.), durante un suo viaggio in India venne in contatto con cristiani. Vediamo il passo corrispondente tratto dalla sua opera “Storia ecclesiastica”, (5, 10): 

1. Un uomo celeberrimo per la sua cultura, di nome Panteno, dirigeva allora la scuola dei fedeli di quella città, dato che per antica usanza esisteva presso di loro una scuola di dottrina sacra: essa si è conservata fino a noi, e abbiamo saputo che è tenuta da uomini abili nella parola e nello studio delle cose divine. Si narra che il suddetto Panteno si sia distinto tra i più brillanti di quel tempo, in quanto proveniente dalla scuola filosofica dei cosiddetti Stoici.
2. Si dice quindi che mostrò un tale ardore nella sua fervidissima disposizione per la parola divina, da essere designato araldo del Vangelo di Cristo alle nazioni d'Oriente, giungendo sino all'India. V'erano infatti, v'erano ancora a quei tempi, numerosi evangelisti della parola, che avevano cura di portare zelo divino ad imitazione degli apostoli per accrescere ed edificare la parola divina.
3. Anche Panteno fu uno di loro, e si dice che andò tra gli Indiani, dove trovò, come narra la tradizione, presso alcuni del luogo che avevano imparato a conoscere Cristo, che il Vangelo secondo Matteo aveva preceduto la sua venuta: tra loro, infatti, aveva predicato Bartolomeo, uno degli apostoli, che aveva lasciato agli Indiani l'opera di Matteo nella scrittura degli Ebrei, ed essa si era conservata fino all'epoca in questione.
4. Panteno, comunque, dopo numerose imprese, diresse infine la scuola di Alessandria, commentando a viva voce e con gli scritti i tesori dei dogmi divini.

Questa citazione indica che possibilmente Panteno ripercorse i sentieri dell’Apostolo Bartolomeo e trovò  una copia del Vangelo di Matteo scritta forse in aramaico. Nella via del ritorno verso Occidente Panteno si fermò  per alcuni anni nella città di Edessa e fu ordinato prete dal vescovo di Antiochia, Serapione. Panteno insieme a Serapione fu attivo nella confutazione delle tesi gnostiche di Bardesane, che in quel tempo si era stabilito alla corte di Agbar IX, re di Osroene. Panteno rientrò ad Alessandra nel 200 d.C., data della sua morte. 

Oltre a Bartolomeo, anche Tommaso viaggiò  in India, terra dove fu poi martirizzato. Del suo viaggio abbiamo almeno tre fonti storiche. 
La prima fonte storica diretta su Tommaso è riportata da Eusebio di Cesarea, che indica che Tommaso viaggiò  nella Partia (odierno Iran). Vediamo la citazione in questione. 

Storia ecclesiastica, Libro terzo (1, 1):

Le condizioni dei Giudei erano nei termini sopra descritti. Quanto agli apostoli e ai discepoli del Salvatore nostro dispersi per tutta la terra, la tradizione riferisce che Tomaso ebbe in sorte la Partia, Andrea la Scizia e Giovanni, vissuto e morto ad Efeso, l'Asia.

La seconda fonte storica che prova il viaggio di Tommaso in Asia è di Efrem il Siro (306-373 d.C.), dalla sua opera Hymni et Sermones, (IV): 

«Egli è stato inviato in un paese di persone scure, per rivestirle di abiti bianchi attraverso il battesimo. Il suo grato risveglio ha dissipato il buio doloroso dell'India. La sua missione era quella di sposare l’India con l’Unigenito. Il commerciante è benedetto per avere un così grande tesoro. Edessa divenne così la città benedetta possedendo la più grande perla che l’India possa cedere. Tommaso fa i miracoli in India, e ad Edessa e in India Tommaso è destinato a battezzare persone perverse ed immerse nelle tenebre.» 

Secondo Efrem il Siro, quindi, dopo un periodo di predicazione a Edessa (oggi Sanlurfa, in Turchia), Tommaso si diresse in India, dove in seguito fu martirizzato (1).
Si pensa che Tommaso viaggiò in l’India nel 52 d.C., giungendo nel porto di Muziris, dove vi era già una comunità di ebrei (2). 
La terza fonte storica sul viaggio evangelizzatore di Tommaso in India sono gli “Atti di Tommaso”, (a volte detto “Giuda Tommaso”). Questo libro, scritto possibilmente in Siria in un periodo compreso dal 180 d.C. al 230 d.C. si caratterizza per avere influenze gnostiche (3), quindi non in accordo con il Cristianesimo apostolico. Tuttavia gli “Atti di Tommaso”, sono comunque una fonte storica che prova ulteriormente la missione evangelizzatrice e il martirio di Tommaso, che avvenne nel 72 d.C. presso Chennai. 
Vediamo alcuni passaggi degli “Atti di Tommaso”, dove si descrive il suo martirio (163-167): 

[163] Il re Mazdai andò a sedersi nell'aula del tribunale e mandò a prendere Giuda [Tommaso] , lo fece spogliare e gli fece mettere una cintura ai fianchi; lo condussero poi davanti a Mazdai. Mazdai gli domandò: "Sei tu uno schiavo o un uomo libero?". Giuda [Tommaso] rispose: "Sono uno schiavo, ma tu non hai alcun potere su di me". Mazdai gli domandò: "Come hai fatto a sfuggire e a venire in questo paese?". Giuda [Tommaso] gli rispose: "Venni qui per poter dare la vita a molti per mezzo della Parola, e per opera tua lascerò il mondo". Mazdai gli domandò: "Chi è il tuo padrone? Come si chiama? Di che paese sei?". Giuda [Tommaso] rispose: "Il mio padrone è il tuo padrone, quello di tutto il mondo e il signore del cielo e della terra". Mazdai gli domandò: "Come si chiama?". Giuda [Tommaso] gli rispose: "Ora tu non puoi udire il suo nome! Il nome che gli è dato è Gesù Cristo". Mazdai gli disse: "Non ho avuto premura di farti fuori! Con te sono stato paziente, ma tu hai moltiplicato i tuoi atti e tutto il paese parla delle tue stregonerie! Io comunque farò in modo che essi ti accompagnino e ti seguano, e la nostra terra ne sia liberata". Giuda [Tommaso] rispose: "Queste stregonerie delle quali tu dici che mi accompagneranno, non cesseranno mai più da questo luogo!".
[164] Dopo queste cose, Mazdai rifletteva su quali ordini impartire per farlo morire dato che aveva paura della grande moltitudine presente: molti, infatti, credevano in nostro Signore, anche tra i nobili del re. Mazdai prese Giuda [Tommaso] e uscì dalla città; con lui c'erano pochi soldati
armati. Il popolo pensando che egli desiderasse imparare qualcosa da lui, se ne stette ad osservarlo. Percorso circa mezzo miglio, lo consegnò ad alcuni soldati che erano con lui e a un principe, dicendo: "Salite su questa montagna e pugnalatelo". Egli poi se ne tornò indietro in città.
[165] Il popolo correva dietro Giuda [Tommaso] per liberarlo, ma i soldati lo scortavano con lance affiancandolo a destra e a sinistra mentre quel principe lo teneva per mano e lo reggeva. Giuda [Tommaso] disse: "O misteri nascosti che si compiono in me persino nell'ora della partenza da questo mondo! O ricchezza della sua grazia che non ci lascia sentire le sofferenze del corpo! Sono consegnato all'Unico! Ecco, infatti, che un capo mi guida e mi tiene per mano per potermi affidare all'Unico, al quale appunto io miro con la speranza di riceverlo. Nostro Signore, che è l'Unico, soffre per mano di uno".
[166] Salito Giuda [Tommaso] sulla montagna dove essi dovevano pugnalarlo, disse a quelli che lo tenevano: "Almeno ora, che sono sul punto di partire da questo mondo, ascoltatemi! Non siano ciechi gli occhi del vostro cuore, nè siano sorde le vostre orecchie da non ascoltare! Credete in questo Dio ch'io predico, non seguitate a camminare secondo la pervicacia del vostro cuore!
Camminate secondo tutte le virtù che si addicono alla libertà e alla gloria degli uomini, e alla
vita di Dio".
[167] Giuda [Tommaso] disse a Vizan: "Figlio del re terreno, Mazdai, e servo di Gesù Cristo, lascia che gli inservienti compiano la volontà del loro re Mazdai. Io vado a pregare". Vizan parlò ai soldati, ed essi permisero che Giuda [Tommaso] andasse a pregare. Giuda [Tommaso] andò e pregò così: "Mio Signore e mio Dio, mia speranza e mio salvatore, mia guida e accompagnatore in tutti i paesi che ho percorso nel tuo nome, sii con tutti i tuoi servi e guidami affinchè io possa giungere a te. A te, infatti, io ho affidato la mia anima, e nessuno la può strappare dalle tue mani. I miei peccati non mi siano di impedimento! Ecco, Signore, ch'io ho compiuto la tua volontà, sono divenuto schiavo per amore di quella libertà ch'io sto per ricevere oggi. Dammela, dunque, Signore Gesù, e perfezionala in me. Non ho dubbio alcuno a proposito della tua verità e del tuo amore, ma parlo al tuo cospetto a motivo dei presenti, con l'intenzione che sentano".
[166] Dopo avere pregato così, Giuda [Tommaso] disse ai soldati: "Venite e portate a compimento la volontà di chi vi ha mandato!". I soldati si avvicinarono, lo colpirono tutti insieme ed egli cadde a terra e morì. I fratelli piansero tutti insieme. Portarono dei bei capi di vestiario e molti indumenti di lino, e seppellirono Giuda [Tommaso] nel sepolcro ove erano stati sepolti gli antichi re.

Yuri Leveratto

Immagine: Apostolo Tommaso, Rubens

Note: 
1-  Medlycott, India and the Apostle St. Thomas (London, 1905). Fully reproduced in ICHC I, "The Nazranies", ed. George Menachery, 1998, pp.157 ff.
2-The Encyclopedia of Christianity, Volume 5 by Erwin Fahlbusch. Wm. B. Eerdmans Publishing - 2008. p. 285.
3-per approfondire le differenze tra Cristianesimo e gnosticismo vedere: http://yurileveratto2.blogspot.com.co/2015/11/lantica-disputa-tra-il-cristianesimo-e.html

martedì 4 luglio 2017

La Lettera ai Romani: moralità cristiana, amore per il prossimo e rispetto delle autorità


Ancora oggi vi sono delle persone che pensano che Paolo di Tarso avesse un interesse personale nel divulgare il Vangelo. Alcuni sostengono che egli avesse uno scopo di potere. Le sue lettere e la sua irreprensibile condotta morale dimostrano invece che Paolo di Tarso non aveva alcuna intenzione di ottenere qualche vantaggio dalle sue predicazioni. La sua altissima moralità e la sua assoluta concordanza con la predicazione degli Apostoli sono sancite anche da alcune citazioni dei sucessori degli Apostoli. Vediamo nello specifico due fonti storiche: 
Sia Clemente di Roma che Policarpo di Smirne descrivono Paolo di Tarso come un beato, quindi veritiero. 

Prima Lettera di Clemente V, (5-7):

Per invidia e discordia Paolo mostrò il premio della pazienza. Per sette volte portando catene, esiliato, lapidato, fattosi araldo nell'oriente e nell'occidente, ebbe la nobile fama della fede. Dopo aver predicato la giustizia a tutto il mondo, giunto al confine dell'occidente e resa testimonianza davanti alle autorità, lasciò il mondo e raggiunse il luogo santo, divenendo il più grande modello di pazienza. 

Prima Lettera di Clemente XLVII,1:

"Prendete la lettera del beato Paolo apostolo”

Policarpo, Lettera ai Filippesi:

"Poichè nè io nè un altro come me potrà mai raggiungere la sapienza del beato e glorioso Paolo, il quale, mentre si trovava tra voi, alla presenza degli uomini d’allora, insegnò con tanta esattezza e sicurezza la parola della verità, e, quando fu lontano, vi scrisse lettere , nella cui meditazione voi potrete confermare la fede che vi fu data".

Se Paolo di Tarso avesse avuto una condotta morale dubbia o ambigua, nessuno avrebbe scritto queste frasi su di lui. 
Nel tredicesimo e nel quattordicesimo capitolo della Lettera ai Romani, Paolo di Tarso indica quale deve essere la condotta morale dei cristiani e quale deve essere il rapporto con le autorità. 
Vediamo questo primo passaggio: (12, 9-21): 

La carità non sia ipocrita: detestate il male, attaccatevi al bene; amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda. Non siate pigri nel fare il bene, siate invece ferventi nello spirito; servite il Signore. Siate lieti nella speranza, costanti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera. Condividete le necessità dei santi; siate premurosi nell’ospitalità. Benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite. Rallegratevi con quelli che sono nella gioia; piangete con quelli che sono nel pianto. Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri; non nutrite desideri di grandezza; volgetevi piuttosto a ciò che è umile. Non stimatevi sapienti da voi stessi. Non rendete a nessuno male per male. Cercate di compiere il bene davanti a tutti gli uomini. Se possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti. Non fatevi giustizia da voi stessi, carissimi, ma lasciate fare all’ira divina. Sta scritto infatti: Spetta a me fare giustizia, io darò a ciascuno il suo, dice il Signore. Al contrario, se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare; se ha sete, dagli da bere: facendo questo, infatti, accumulerai carboni ardenti sopra il suo capo. Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene.

Da questi passaggi celebri si nota che l’insegnamento di Paolo di Tarso è concorde perfettamente con il Vangelo di Matteo. Vediamo infatti i passaggi corrispondenti. 
Vangelo di Matteo (5, 38-48): 

Voi avete udito che fu detto: "Occhio per occhio e dente per dente". Ma io vi dico: Non resistere al malvagio; anzi, se uno ti percuote sulla guancia destra, porgigli anche l'altra, e se uno vuol farti causa per toglierti la tunica, lasciagli anche il mantello. E se uno ti costringe a fare un miglio, fanne con lui due. Da' a chi ti chiede, e non rifiutarti di dare a chi desidera qualcosa in prestito da te. Voi avete udito che fu detto: "Ama il tuo prossimo e odia il tuo nemico". Ma io vi dico: Amate i vostri nemici, benedite coloro che vi maledicono, fate del bene a coloro che vi odiano, e pregate per coloro che vi maltrattano e vi perseguitano, affinchè siate figli del Padre vostro, che è nei cieli, poichè egli fa sorgere il suo sole sopra i buoni e sopra i malvagi, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Perchè, se amate coloro che vi amano, che premio ne avrete? Non fanno altrettanto anche i pubblicani? E se salutate soltanto i vostri fratelli, che fate di straordinario? Non fanno altrettanto anche i pubblicani? Voi dunque siate perfetti, come è perfetto il Padre vostro, che è nei cieli».

Dall’analisi del tredicesimo capitolo della Lettera ai Romani si evince poi che Paolo di Tarso non era in contrasto con le autorità, anzi esortava i cristiani a sottomettersi allo Stato. Vediamo i passaggi corrispondenti: Lettera ai Romani (13, 1-7): 

Ciascuno sia sottomesso alle autorità costituite. Infatti non c’è autorità se non da Dio: quelle che esistono sono stabilite da Dio. Quindi chi si oppone all’autorità, si oppone all’ordine stabilito da Dio. E quelli che si oppongono attireranno su di sè la condanna. I governanti infatti non sono da temere quando si fa il bene, ma quando si fa il male. Vuoi non aver paura dell’autorità? Fa’ il bene e ne avrai lode, poichè essa è al servizio di Dio per il tuo bene. Ma se fai il male, allora devi temere, perchè non invano essa porta la spada; è infatti al servizio di Dio per la giusta condanna di chi fa il male. Perciò è necessario stare sottomessi, non solo per timore della punizione, ma anche per ragioni di coscienza. Per questo infatti voi pagate anche le tasse: quelli che svolgono questo compito sono a servizio di Dio. Rendete a ciascuno ciò che gli è dovuto: a chi si devono le tasse, date le tasse; a chi l’imposta, l’imposta; a chi il timore, il timore; a chi il rispetto, il rispetto.

Da questi versi si evince pertanto che Paolo di Tarso non aveva nessun intento sovversivo o rivoluzionario. Vediamo ora un ultimo passaggio del tredicesimo capitolo della Lettera ai Romani (8-10): 

Non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole; perchè chi ama l’altro ha adempiuto la Legge. Infatti: Non commetterai adulterio, non ucciderai, non ruberai, non desidererai, e qualsiasi altro comandamento, si ricapitola in questa parola: Amerai il tuo prossimo come te stesso. La carità non fa alcun male al prossimo: pienezza della Legge infatti è la carità.

Anche da questi passaggi si nota l’assoluta concordanza con il Vangelo di Matteo, vediamo infatti il passaggio corrispondente (Vangelo di Matteo 22, 34-40): 

Allora i farisei, avendo udito che egli aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Gli rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

Yuri Leveratto

Immagine: la Lettera ai Romani riportata nel codice Alessandrino.