lunedì 3 ottobre 2016

L’eternità entra nella storia: analisi del quattordicesimo verso del Vangelo di Giovanni



Nel quattordicesimo verso del Prologo è racchiuso, a mio parere, il senso ultimo di tutta la Bibbia: l’eternità entra nella storia.
Il Verbo infinito, eterno, si è fatto carne. Ma il Verbo è Dio (Gv, 1,1), quindi Dio è venuto tra di noi, per rimanere in noi, in coloro che lo accolgono (Gv, 1, 12). L’infinito si è fatto finito. E’ il più grande mistero di tutti i tempi. Ed è l’atto d’amore e di umiltà più sublime di tutti i tempi.
Vediamo il verso in questione:

E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi abbiamo contemplato la sua gloria,
gloria come del Figlio unigenito
che viene dal Padre,
pieno di grazia e di verità.

Vediamo la corrispondente pronuncia in greco:

Kay ho Logos sarx egeneto kay eskēnōsen en hēmin kay etheasamethatēn doxan autou doxan hōs monogenous para Patros plērēs charitos kay alētheias

Molte persone, pur credendo in una sorta di “Dio impersonale”, negano questo fatto. Non accettano che Dio si sia fatto carne, nella persona umile di Gesù Cristo. Ma se Dio è Dio, può tutto, giacchè per l’Infinito e l’Onnipotente nulla è impossibile.
Innanzitutto soffermiamoci sul verbo “egeneto”. Non è nella forma passiva, ma bensì nella voce media. Non indica che qualcuno esercitò una forza in modo da trasformare il Logos in forma umana. Ma bensì indica la volontà propria del Verbo, che per sua decisione si rivestì di carne assumendo una natura umana. Il verbo egeneto è utilizzato anche nel terzo verso del Prologo in riferimento alla Creazione del mondo. Significa “diventare”, “cominciare ad essere”, “essere fatto”. Nel quattordicesimo verso egeneto assume il significato di “convertirsi” o “trasformarsi in”. Ciò che prima era invisibile agli occhi umani, ora può essere visto. Gesù Cristo si converte pertanto in colui che svela Dio, come è descritto nel diciottesimo verso.
In ogni caso il mistero dell’Incarnazione non si risolve solo nel fatto che Dio si rivestì di carne. Vi è molto di più: è Dio che si fa uomo. Non un uomo qualsiasi, ma un uomo senza peccato, perfetto. Pur essendo senza peccato era comunque un vero uomo, reale, con i suoi sentimenti, con la sua gioia e con la sua tristezza. Il fatto però che il Verbo si sia incarnato nella persona umana di Gesù Cristo non significa che abbia abbandonato la sua natura divina. Egli non ha mai cessato di essere vero Dio, il Logos eterno, anche quando era uomo. Sarebbe illogico pensare che il Logos eterno, che è Dio, abbia voluto limitarsi nel corpo umano di Gesù abbandonando il suo carattere infinito. In questo modo iniziamo a comprendere che in Gesù Cristo coesistono due nature in una sola persona: Gesù Cristo è vero Dio e vero uomo.
La maggioranza degli esegeti biblici concorda nel sostenere che la congiunzione “e” con la quale inizia il quattordicesimo verso serva da unione con la prima frase del primo verso del Prologo. Vediamo:

In principio era il Verbo…e il Verbo si fece carne

Notiamo che Giovanni utilizza il termine sarx, carne. Per quale motivo usa il termine carne e non per esempio, corpo?
Secondo il teologo greco Zodhiates il termine carne indica espressamente il motivo, lo scopo principale per il quale Gesù Cristo è venuto al mondo. Mentre noi umani veniamo al mondo con il proposito di vivere, Gesù Cristo venne al mondo con il proposito di morire. Lo scopo principale della missione di Gesù Cristo sulla terra è stata infatti la redenzione dei peccati che lui ha attuato con la sua morte in croce. La Bibbia, in numerosi versi, ci mostra che Gesù è morto sulla croce al nostro posto, ossia per espiare i nostri peccati. E’ la morte vicaria di Gesù Cristo, il sacrificio finale e perfetto. Vediamo a tale proposito due passaggi del Nuovo Testamento:

Lettera agli Ebrei (9, 22):

Secondo la Legge, infatti, quasi tutte le cose vengono purificate con il sangue, e senza spargimento di sangue non esiste perdono.

Prima Lettera di Giovanni (1, 7):

Ma se camminiamo nella luce, come egli è nella luce, siamo in comunione gli uni con gli altri, e il sangue di Gesù, il Figlio suo, ci purifica da ogni peccato.

Il sangue però sta nella carne. Secondo Zodhiates nella frase “E il Verbo si fece carne”, vi è incluso il concetto dello scopo principale della missione di Gesù Cristo sulla terra: morire spargendo il proprio sangue per la remissione dei peccati. Vediamo a tale proposito il passo del Vangelo di Matteo (20, 28):

Come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti»

Secondo la Bibbia la persona che non accetta la morte di Gesù Cristo come espiazione dei suoi peccati, non può rinascere in Cristo e pertanto non è lavata dei propri peccati e non può vivere secondo gli insegnamenti di Cristo.
“Sarx”, carne, può essere considerata in senso più generico, denotando la natura umana in contrapposizione alla spirituale. Ciò dimostra che il Cristo eterno si fece completamente umano, con l’eccezione del peccato. Pertanto Gesù, essendo completamente umano, aveva anche un’anima umana, la quale gli fece provare emozioni. Lui amò, si arrabbiò, si sentì triste, si sentì sereno, provò gioia.
C’è comunque un’altra interpretazione della parola “sarx”, carne. Con essa Giovanni ha voluto descrivere la profonda umiliazione che Dio ha deciso di provare convertendosi in uomo per noi, affinchè noi potessimo diventare “figli di Dio”. Questa umiliazione di Dio è descritta in modo eccelso nell’inno all’umiltà (Lettera ai Filippesi 2, 6-11):

egli, pur essendo nella condizione di Dio,
non ritenne un privilegio
l’essere come Dio,
ma svuotò se stesso
assumendo una condizione di servo,
diventando simile agli uomini.
Dall’aspetto riconosciuto come uomo,
umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e a una morte di croce.
Per questo Dio lo esaltò
e gli donò il nome
che è al di sopra di ogni nome,
perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra,
e ogni lingua proclami:
«Gesù Cristo è Signore!»,
a gloria di Dio Padre.

Tuttavia il Logos eterno, anche se si è trasformato in uomo e camminò su questa terra, non cessò mai di essere Dio. Essendo uomo, umile e debole ha potuto soffrire sulla croce e spargere il proprio sangue. Essendo Dio, onniscente, ha potuto espiare tutti i peccati. A tale proposito vediamo un verso biblico dove si sottolinea che solo Dio può perdonare e quindi espiare, tutti i peccati, Vangelo di Marco (2, 7):

«Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non Dio solo?».

Già a partire dal primo verso del suo Prologo, Giovanni ha dichiarato che il Figlio, ossia il Verbo, è Dio, ma ha comunque una personalità distinta dal Padre. Questo fatto misterioso, e tuttavia meraviglioso, inizia a svelare la splendente Trinità. Anche nel quattordicesimo verso si nota che il Verbo e il Padre hanno personalità distinte. Analizziamo infatti la seconda frase: “e venne ad abitare in mezzo a noi;”. Questa frase si connette alla seconda frase del primo verso:

E il Verbo era con Dio…e venne ad abitare in mezzo a noi;

Se il Verbo, ossia il Cristo eterno nel suo stato pre-incarnato, non fosse una persona distinta dal Padre non avrebbe potuto scendere su questa terra e vivere tra di noi. E’ pertanto proprio la splendente Trinità che ha permesso l’Incarnazione del Verbo.
Alcune persone potrebbero chiedere il perchè Dio onnipotente venne sulla terra in forma di uomo. Non poteva venire semplicemente come Dio?
Innanzitutto possiamo affermare che Dio non avrebbe potuto mostrarsi nella sua infinita pienezza. Inoltre noi esseri finiti non avremmo mai potuto cogliere ciò che è infinito. In secondo luogo il fatto che Dio sia venuto sulla terra in forma di uomo si spiega considerando la missione che doveva portare a termine. Gesù Cristo ha deciso di dare la sua vita per espiare “il peccato del mondo”. Con il suo atto di amore, Gesù ha fatto si che l’uomo si convertisse in figlio di Dio. Una volta portato a termine questo compito sublime, Gesù Cristo non ebbe più ragione di restare nella terra. Dopo la sua gloriosa Risurrezione nella carne, Gesù apparve agli Apostoli e ad altri suoi seguaci varie volte, ma poi ascese al cielo. Il suo compito sulla terra era finito.
Giovanni utilizza il termine eskēnōsen che tradotto letteralmente significa “mise le tende”, “accampò”, ossia “venne ad abitare temporaneamente”.
E’ interessante notare che eskēnōsen deriva dalla parola “skeenee” (tenda). In una delle sue forme sostantive però, (skeenooma), questa parola assume il significato di “corpo”.
Ciò si nota anche nei seguenti passaggi della Seconda Lettera di Pietro (1, 13-14):

Io credo giusto, finché vivo in questa tenda, di tenervi desti con le mie esortazioni, sapendo che presto dovrò lasciare questa mia tenda, come mi ha fatto intendere anche il Signore nostro Gesù Cristo.

La presenza di Gesù Cristo sulla terra fu temporanea, ma fu comunque quella di un corpo reale, non apparente.
Inoltre eskēnōsen, ossia, “venne ad abitare”, si riferisce ad un periodo di tempo definito, che non si ripeterà nel futuro. Questo fatto meraviglioso si spiega così: Cristo venne sulla terra in forma umile, con un corpo umano. Ma quando risuscitò, il suo corpo fu trasformato gloriosamente. Gesù aveva un corpo glorificato. Sarà con questo corpo glorificato che lui tornerà sulla terra. Non tornerà mai più con il suo corpo umano, ossia con il corpo della sua umiliazione, ma tornerà con il suo corpo glorificato della Risurrezione. Gesù pertanto rimase sulla terra temporaneamente con il fine di espiare i peccati, in quanto il suo sacrificio è stato finale, unico e perfetto.
Non tornerà come un maestro umile ma come Re e Giudice. Per questo la nostra vita è l’unica possibilità che abbiamo di riconoscere Gesù Cristo come nostro Salvatore, in quanto se non lo riconosciamo come Salvatore, lo conosceremo come Giudice.
Torniamo ora sulla frase “e venne ad abitare in mezzo a noi”. Questa decisione di “venire ad abitare in mezzo a noi”, è stata presa anche se vi era la consapevolezza che la maggioranza degli uomini avrebbe ripudiato la sua persona e il suo messaggio. Fu necessario che Dio venisse ad abitare tra quelli che si opponevano a lui. Vediamo a tale proposito questo passaggio della Lettera ai Romani (5, 10):

Se infatti, quand’eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più, ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita.

Ma Gesù Cristo, con il suo amore e sacrificio sulla croce conquistò persino molti dei suoi nemici.
Analizziamo la parola “en” (ἐν), che normalmente viene tradotta: “tra”. Secondo lo studioso A.T. Robertson (1), questa parola può significare “dentro” e “tra”. La seconda frase del quattordicesimo verso significherebbe che il Verbo venne al mondo principalmente per “rimanere” nei (“dentro”) nostri cuori, e quindi per abitare tra di noi. Mentre però la permanenza sulla terra è stata temporanea con il suo corpo fisico, la sua permanenza nei cuori del figli di Dio è eterna.
Che vantaggio avrebbero avuto gli uomini se Dio si fosse fatto carne per venire “tra di loro”, ma senza rimanere “in loro”? Molte persone, che videro Gesù Cristo da vicino, ma che non lo avevano nel loro cuore, gli chiesero persino di andarsene (per esempio la popolazione dei Geraseni, nel Vangelo di Luca 8, 26-39).
La parola eskēnōsen, “mettere le tende”, quindi un concetto temporaneo, non è in contrapposizione con l’interpretazione che il Verbo si è incarnato per rimanere “dentro” i nostri cuori. Durante la nostra vita terrena infatti, il Verbo temporaneamente rimane nei nostri cuori, nel nostro corpo fisico. Dopo la Risurrezione dei corpi il Verbo rimarrà per sempre nel cuore del nostro corpo glorificato.

Prima Lettera ai Corinzi (3, 16):

Non sapete che siete il tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?

Questo fatto che Gesù Cristo vive in noi, e rimane nei nostri cuori, è un qualcosa di meraviglioso. Una volta che accettiamo Gesù Cristo, il suo Spirito è in noi e noi non possiamo più tornare indietro. Chi si converte sa che Gesù è in lui.
Analizziamo brevemente la parola “noi” nella frase: “e venne ad abitare tra di noi”. Giovanni si include nel gruppo ristretto di persone che inizialmente poterono vedere, ascoltare e conoscere Gesù Cristo. E’ un testimone verace, che è stato con Gesù Cristo fino alla sua morte in croce, e lo ha poi visto varie volte con un corpo glorificato, fino all’ultima apparizione di Gesù, sul finire del I secolo, quando fu scritta l’Apocalisse, nell’isola di Patmos. Giovanni scrivendo “in mezzo a noi” si riferisce anche ad altre persone: non solo agli Apostoli, ma anche ad altri seguaci di Gesù Cristo come Stefano, Barnaba, Paolo di Tarso, Giacomo il Giusto, Nicodemo, Maria di Betania, Marta, Maria Maddalena ecc., persone che, anche se non facevano parte della ristretta cerchia iniziale degli Apostoli, avevano accolto pienamente Gesù Cristo nei loro cuori.
La frase seguente è: “e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre”. Anche qui Giovanni non scrive: “ho contemplato”, ma “abbiamo contemplato”. Ovviamente Giovanni si riferisce a tutte le persone che descrive nel quarto Vangelo a partire dal diciannovesimo verso del primo capitolo. Il verbo etheasametha (abbiamo contemplato, abbiamo visto, dall’infinito: theasthai), viene usato ventidue volte nel Nuovo Testamento però mai in relazione con la visione spirituale (per esempio Vangelo di Giovanni 1, 32; 1, 38; 4, 35; 6, 5; 11, 45). Giovanni usa questo verbo per riferirsi alla visione reale e non spirituale. Potrebbe essere che Giovanni, utilizzando questo verbo, volesse rimarcare che Gesù è veramente apparso nella carne e non nello spirito. L’uso di questa parola potrebbe essere quindi una risposta al docetismo, una forma di gnosticismo che sosteneva l’ipotesi che Gesù non ebbe corpo ne natura umana.
Tuttavia secondo gli studiosi Arndt e Gingrich (2), la parola etheasametha significa non solo “vedere fisicamente”, ma anche “guardare in modo stupefatto, vedere percependo un fatto soprannaturale”. Vediamo il verso (1, 32) del Vangelo di Giovanni:

Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui.

In questa frase si utilizza tetheamai, prima persona di theasthai. Giovanni vide la colomba e si rese conto che era lo Spirito Santo.
Pertanto “abbiamo contemplato” si riferisce alla visione fisica di un corpo fisico, quando si percepisce che al di là di un corpo fisico ci sia anche uno spirito soprannaturale. L’Apostolo ed Evangelista Giovanni ed altri videro Gesù fisicamente, ma percepirono che era Dio incarnato.
Analizziamo adesso la frase: “e noi abbiamo contemplato la sua gloria”. Il verbo etheasemetha si riferisce all’osservazione fisica. Ma la parola “doxa”, ossia “gloria”, si riferisce a qualcosa che non si può vedere, ma solo percepire o verificare. Normalmente la parola “gloria” si riferisce ad un atto glorioso se è stato fatto per il bene massimo della comunità, quindi un atto di altissima moralità. Una persona gloriosa è pertanto chi si sacrifica per un fine altissimo, per il bene di tutti. La parola gloria è sinonimo anche di considerazione, reputazione, grandezza, trionfo, splendore, magnificenza. Nel caso di Gesù Cristo, i suoi seguaci hanno vissuto con lui, hanno visto i suoi miracoli, lo hanno visto rivolgersi ai più umili in una forma speciale, lo hanno visto accettare la sua condanna a morte in modo dignitoso, lo hanno visto morire (Giovanni era sotto la croce quando Gesù spirò), e lo hanno poi visto risorto con un corpo glorificato. Per tutte queste ragioni, (ovviamente la Risurrezione è la più importante, ma non l’unica), si sono convinti della sua natura divina, di vero Dio e vero uomo, e hanno percepito la sua gloria eterna. Gesù brillava di una luce divina ed emanava gloria eterna. Ma la gloria che percepirono gli Apostoli non era una gloria comune, quella che potrebbe avere un grandissimo uomo, ma era “gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre”. Era uno splendore, una luminosità divina che loro non vedevano, ma percepivano. A tale proposito vediamo alcuni passaggi biblici dove ci si riferisce alla gloria di Dio:

Esodo (24, 17):

La gloria del Signore appariva agli occhi degli Israeliti come fuoco divorante sulla cima della montagna.

Esodo (40, 34):

Allora la nube coprì la tenda del convegno e la gloria del Signore riempì la dimora.

Numeri (14, 10):

Allora tutta la comunità parlò di lapidarli; ma la gloria del Signore apparve sulla tenda di convegno a tutti i figli d'Israele

Vi è una enorme differenza tra la gloria celeste e la gloria umana. Nella frase:

e noi abbiamo contemplato la sua gloria,
gloria come del Figlio unigenito
che viene dal Padre,

Giovanni si riferisce alla gloria divina di Gesù Cristo, al suo concepimento assolutamente divino, alla sua saggezza, grazia, santità, sacralità, al suo amore infinito. Quando gli Apostoli hanno percepito questa gloria sono rimasti stupefatti. Quando l’uomo finito viene a contatto con l’infinito non può che rimanere stupito. Pertanto i discepoli di Gesù si resero conto che lui non era solo un grandissimo uomo, o un profeta di Dio, e lo individuarono esattamente come: “Figlio unigenito che viene dal Padre”.
La parola monogenous, ossia “unigenito”, e il pronome “Patros”, ossia “Padre”, non sono proceduti da alcun articolo. Sappiamo che in greco l’assenza dell’articolo definito indica un concetto generico e non particolare. Quindi la traduzione: “gloria come di un figlio unigenito che viene da un padre” (o sue varianti simili), è completamente errata. Unigenito senza articolo si riferisce al concetto ultimo di Unigenito, ossia il Figlio di Dio, e Padre senza articolo si riferisce al concetto ultimo di Padre, ossia Dio.
C’è un altro concetto importante, la frase: “gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre” si riferisce al fatto che Gesù Cristo, ossia il Verbo incarnato, non aveva meno gloria di quella di suo Padre, Dio. Proprio la parola monogenees (monogenous è il genitivo), "unico genere", indica la consustanzialità. Il Logos eterno, e quindi anche il Logos incarnato, avevano la stessa “sostanza” del Padre. La qualità della gloria del Figlio era pertanto esattamente uguale alla gloria del Padre. E’ questo che Giovanni vuole comunicarci con la sua frase. In ogni caso comunque, dai versi precedenti, e in particolare dal dodicesimo, si evince che solo chi ha accolto nel suo cuore Gesù Cristo, può percepire la sua gloria. Chi non lo ha riconosciuto come il Verbo incarnato e suo Salvatore non ha neppure potuto percepire la sua gloria.
C’è un altro punto molto importante da considerare per quanto riguarda il concetto di gloria di Cristo. Da tutto il Nuovo Testamento si evince che il Verbo eterno ha fatto un atto di umiltà massimo con l’Incarnazione. Gesù Cristo ha deciso di umiliarsi venendo tra di noi. Rivediamo il passaggio corrispondente nella Lettera ai Filippesi (2, 6-8):

egli, pur essendo nella condizione di Dio, 
non ritenne un privilegio
l’essere come Dio,
ma svuotò se stesso
assumendo una condizione di servo,
diventando simile agli uomini.
Dall’aspetto riconosciuto come uomo,
umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e a una morte di croce.

Dalla frase “svuotò se stesso” si evince che Gesù Cristo, venendo sulla terra, rinunciò a qualcosa. Sappiamo che, limitando se stesso nel corpo umano di Gesù, il Cristo eterno ha rinunciato all’onnipresenza, ma nella frase della lettera ai Filippesi sembra che ci si stia riferendo ad un altro tipo di rinuncia.
Dall’analisi comparata della Lettera ai Filippesi e del Prologo di Giovanni si evince che con l’Incarnazione del Verbo, Gesù Cristo, ha cessato temporaneamente di avere la gloria del Padre che aveva nel suo stato pre-incarnato. Ciò non implica che Gesù Cristo abbia temporanemente messo da parte la sua Divinità. Egli era Dio e in nessun momento ha perso i suoi attributi divini (eccetto l’onnipresenza).
Per capire il concetto che Gesù Cristo ha rinunciato temporaneamente alla gloria del Padre consideriamo il verso (17, 5) del Vangelo di Giovanni:

ora, Padre, glorificami davanti a te con quella gloria che io avevo presso di te prima che il mondo fosse.

Da questo passaggio è evidente che Gesù Cristo aveva, nel suo stato pre-incarnato, un tipo di “gloria” con il Padre che non aveva quando rimase con noi sulla terra. Ma a quale tipo di gloria ci stiamo riferendo?
In greco gloria si dice “doxa”, che deriva dal verbo dokein, il quale può significare: 1 - apparenza in contrasto con la verità; 2 - reputazione, riconoscimento.
Con questa seconda interpretazione il significato di vari versi della Bibbia si chiarifica. Vediamo a tale proposito la Lettera ai Romani (3, 23):

perché tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio,

Ossia: siccome hanno peccato, non sono riconosciuti da Dio, hanno perso il suo riconoscimento. Ecco che risulta chiaro che Gesù al venire sulla terra ha perso temporaneamente la gloria che aveva con il Padre. Pertanto in certe situazioni “gloria di Dio” si riferisce al suo splendore, alla sua magnificenza, mentre in altri casi si riferisce al suo riconoscimento.
Quando Gesù venne sulla terra, perse temporanemante la gloria o il riconoscimento del Padre. Neppure l’uomo redento, ossia libero dal peccato, colui che riconosceva pienamente Gesù Cristo come suo Signore e Salvatore, non poteva tributare a Gesù lo stesso onore, lo stesso riconoscimento che Gesù aveva con il Padre nel suo stato pre-incarnato.
Per comprendere questo concetto potremmo aggiungere che solo uno scienziato in fisica può riconoscere pienamente la qualità di un altro scienziato in fisica. La stessa cosa per Gesù e il Padre. Siccome hanno la stessa sostanza, solo il Padre poteva riconoscere e apprezzare tutta la gloria del Verbo, ossia del Cristo eterno, nel suo stato pre-incarnato. Gesù Cristo non potè trovare questo pieno riconoscimento mentre era qui tra gli uomini, e questa è la ragione per la quale desiderava riottenerlo.
Tornando però alla gloria di Gesù Cristo, è importante risaltare che sia nel quattordicesimo verso del Prologo che nel verso (17, 5) del quarto Vangelo, vi è la parola greca “para”. Questa preposizione significa “a lato di”, “in comunione con”, “congiunto a”. Pertanto ne consegue che la gloria di Gesù Cristo non deriva dal Padre. Il Padre ha riconoscito da sempre la gloria del Figlio e il Figlio ha riconosciuto da sempre la gloria del Padre.
In pratica i discepoli di Gesù percepivano la sua gloria, rendendosi conto che era la stessa gloria del Padre, e credettero pertanto di contemplare il Figlio Unigenito del Padre.
Analizziamo ora l’ultima frase del quattordicesimo verso: “pieno di grazia e verità”. Notiamo che questa frase è da relazionare con la terza frase del primo verso, vediamo:

E il Verbo era Dio…pieno di grazia e di verità.

Quando il Cristo eterno si fa uomo, Egli si caratterizza per due attributi principali: Grazia e Verità. Anche l’uomo può fare atti di grazia e può testimoniare la verità, ma solo Dio può essere pieno di Grazia e di Verità.
Nell’intera Bibbia gli attributi di Dio sono descritti numerose volte: onniscenza, onnipotenza, onnipresenza, infinita misericordia, infinita giustizia. In questo verso e anche nel diciassettesimo verso del Prologo troviamo due attributi di Dio estremamente importanti: Grazia e Verità.
Sappiamo che lo scopo principale della missione di Gesù Cristo sulla terra è stato quello di perdonare tutti i peccati e quindi salvare l’uomo (Vangelo di Giovanni 3, 16-17). L’Incarnazione e la successiva morte in croce di Gesù Cristo sono stati pertanto atti di Grazia massima. E’ per Grazia che siamo salvi, per Grazia e fede. Pertanto Gesù Cristo è l’apoteosi della Grazia. E’ venuto a perdonare i peccati che sono dichiarati tali dalla sua luce, la luce della Verità. Il concetto di Verità divina ha molti significati. Innanzitutto quello di Verità ultima, Causa Prima. Gesù Cristo stesso è la Verità ultima, infatti, Vangelo di Giovanni (14, 6):

Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me.

Ma la verità si relaziona anche con la giustizia. Senza verità non vi può essere condanna. Ma Dio è infinitamente misericordioso e ha preferito offrire la Grazia in suo Figlio Gesù, che è sceso tra di noi, piuttosto che condannare dall’alto. Nel quattordicesimo verso del Prologo è pertanto racchiuso il senso ultimo di tutta la Bibbia. Il Verbo (Dio) si è fatto carne con lo scopo di venire a espiare e quindi perdonare tutti i peccati, morendo sulla croce, donandoci così il massimo atto di Grazia possibile. Lo ha fatto perchè Dio è Verità, quindi è Giustizia. Nessuno avrebbe potuto salvarsi da solo, nessuno avrebbe potuto espiare peccati infiniti contro Dio da solo. Solo Gesù Cristo, l’Incarnazione del Verbo, poteva espiarli con il suo sacrificio e quindi è stato inviato. Dio, essendo infinitamente misericordioso, ha voluto perdonare tutti peccati. Ma Dio è anche infinitamente sacro, e non si può giungere al suo cospetto macchiati del peccato. Anche una piccola macchia, se non è perdonata, non permette all’uomo di poter ottenere una Risurrezione di vita. Dio è pure infinitamente giusto e deve poter condannare tutti i peccati. L’unica soluzione a questa tripla realtà di Dio (infinita misericordia, sacralità, e giustizia), è l’invio del Figlio, che doveva espiare i nostri peccati sulla croce.
Perché Giovanni ha collocato la parola grazia prima della parola verità? Non perchè la grazia sia più importante della verità. Ora abbiamo la possibilità di ottenere la Grazia e ottenere così il perdono, quando riconosciamo che Gesù è morto per nostri peccati. In questo modo i nostri peccati sono da lui perdonati e diveniamo uomini giusti, uomini veri. Il nostro peccato è passato a lui, che lo ha espiato con la sua morte, e la sua giustizia è passata a noi. Contempliamo quindi la sua verità.
Chi invece non accetta Gesù Cristo, non accetta la sua Grazia. Verrà il giorno nel quale non ci sarà più grazia e verità, ma ci sarà solo la verità. La verità dei peccati di chi non ha e non avrà accolto Gesù Cristo, sarà messa alla luce, e pertanto vi sarà condanna eterna.
Vi è da aggiungere un ultimo concetto: la gloria del Cristo eterno nel suo stato pre-incarnato era grandiosa, magnifica. Ma l’apice massimo della sua gloria, in riferimento a noi umani, si ebbe quando, dopo l’Incarnazione, Gesù Cristo morì per noi sulla croce, concedendoci così la Grazia e la possibilità di diventare figli di Dio, in modo che noi potessimo ottenere una gloria maggiore di quella che perdemmo quando abbiamo peccato seguendo l’atto di Adamo. In altri termini, la più alta gloria di Dio è Gesù Cristo, e la più alta gloria di Gesù Cristo è stata la sua umiliazione e la sua morte in croce per noi.
Per concludere Giovanni afferma che il Verbo (Dio), si fece carne, che abitò tra di noi con lo scopo principale di espiare e quindi perdonare tutti i peccati. Inoltre Giovanni afferma che lui, ed altri discepoli di Gesù, poterono percepire tre caratteristiche di Gesù Cristo: la gloria, la grazia e la verità. Ma ancora più meraviglioso è che Gesù ha mostrato la sua compassione e la sua Grazia non solo ai suoi amici, ma anche ai suoi nemici, a tutti.

Yuri Leveratto
Copyright 2016

Bibliografia: Gesù era Dio? Spiros Zodhiates

Note:
1-http://yurileveratto2.blogspot.com/2015/11/lo-scopo-principale-della-missione-di.html
2-La grammatica del Nuovo Testamento alla luce dell’investigazione storica”, Doran, quarta edizione, pag. 586.
3-(Lessico Greco-Inglese del Nuovo Testamento e altra letteratura cristiana primitiva, Un. Chicago, pag. 353.

1 commento:

  1. Yuri, ti sei fatto sacerdote? (nulla di male, ma volevo solo sapere la verità).

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