domenica 18 marzo 2012

Esplorazione del Rio Alto Madidi


Gli scopi della spedizione al Rio Alto Madidi sono stati tre: innanzitutto l’individuazione, la documentazione fotografica e lo studio della fortezza megalitica di Ixiamas situata in selva alta ad un altezza di circa 900 metri s.l.d.m., presso i confini del Parco Nazionale del Madidi. Quindi l’esplorazione effettiva del Rio Alto Madidi con fini naturalistici, per rendermi conto dello stato di conservazione di uno degli ultimi paradisi amazzonici ancora oggi uguale a come era prima dell’avvento dell’uomo. 
Il terzo obiettivo della spedizione è stato antropologico, per verificare e se possibile provare l’esistenza, all’interno del Parco, del mitico popolo dei Toromonas, dei quali si vocifera da molti anni. 
I primi tre giorni della spedizione sono stati occupati per l’individuazione dell’imponente fortezza megalítica di Ixiamas. La fortezza è situata in una posizione dominante e fu costruita da popoli pre-incaici. 
Il terzo giorno della spedizione abbiamo finalmente potuto ubicarla e descriverla. Nel pomeriggio siamo rientrati verso il campo 2 da dove abbiamo proseguito lungo il letto di un ruscello in direzione del Rio Tequeje. 
Abbiamo raggiunto il fiume verso le tre del pomeriggio e abbiamo proceduto a camminare lungo le sue rive, dovendolo attraversare varie volte, con l’acqua alla vita. Verso le 5.30 p.m. ci siamo fermati e abbiamo approntato il campo 3. 
Ci trovavamo già all’interno del Parco Nazionale Madidi, una delle ultime aree totalmente vergini del pianeta. Il Parco, esteso quasi 19.000 km. quadrati, va dai 5760 metri s.l.d.m. fino ai 180 metri s.l.d.m., occupando quindi tutti i climi del Sud America. Il fiume più importante del Parco è ovviamente il Rio Madidi che, se si considera il suo tratto iniziale, è lungo 595 chilometri, fino al suo sbocco nel Rio Beni. 
Il quarto giorno abbiamo continuato a camminare sulle rive del Rio Tequeje, sempre accompagnati dal fischio dell’uccello detto alguacil (lipaugus vociferans). Durante la camminata abbiamo incontrato due cercatori d’oro intenti a setacciare le rive del fiume per trovare l’ambito metallo giallo. 
Verso le 5 del pomeriggio siamo giunti nel luogo dove il Rio Yuama sfocia nel Tequeje. Non lontano abbiamo montato il campo 4. Le mie due guide si sono dedicate subito alla pesca ed in pochi minuti sono tornate con due grossi pesci denominati ventea che abbiamo cucinato in tre modi: fritti, bolliti e cotti, avvolti in grandi foglie.
Il quinto giorno abbiamo iniziato la nostra camminata risalendo il Rio Yuama, che strada facendo si faceva sempre più stretto e tortuoso. Ad un certo punto ci siamo inoltrati nella foresta seguendo un sentiero appena marcato: era la strada giusta per l’Alto Madidi. 
La caminata iniziò a complicarsi a causa della folta vegetazione e dei fastidiosissimi moscerini che si infilavano direttamente nei nostri occhi. 
Abbiamo attraversato molti sub-affluenti dello Yuama, paradisiaci torrentelli la cui acqua fresca e pura ci ha dissetato più di una volta.
Ad un certo punto ci siamo fermati per riposare. Proprio vicino a noi vi erano i resti della corazza di un armadillo. La mia guida mi ha assicurato che quell’armadillo fu il pasto di un giaguaro, infatti tutt’intorno si potevano scorgere le orme del felino. 
-E le ossa?- Gli chiesi. -Si è mangiato anche quelle!- Mi rispose. 
Quindi abbiamo continuato a camminare, ma avanzare era così difficile, anche perché a volte la mia guida perdeva il giusto cammino, che spesso mi chiedevo se non stessimo girando in tondo. 
Il caldo umido mi soffocava, la penombra mi opprimeva e la selva mi stava liquefando, cuocendomi il cervello. 
Ad un certo punto siamo giunti presso un luogo situato in piena selva, ma vicino ad un ruscello, dove abbiamo approntato il campo 5. 
Dopo cena, prima di addormentarci, abbiamo ascoltato una incredibile sinfonia di animali della selva: gracchiare di rane, zufolare di passeri e altri uccelli e un forte sibilare di cicale. La notte era illuminate da sciami di simpatiche lucciole che ci hanno accompagnato fino a quando ci siamo addormentati. 
Il sesto giorno abbiamo iniziato a salire verso la cordigliera che divide il bacino del Tequeje da quello del Madidi. 
Sono state 4 ore di caminata attraverso una foresta quasi impenetrabile, ma alle 12 siamo giunti presso lo spartiacque: in lontananza si vedeva l’ampia vallata vergine del Rio Madidi, una visione paradisiaca, dopo tanta fatica. 
Inizialmente siamo scesi lungo uno stretto e ripido costone e abbiamo camminato nel letto di un torrente secco. Dopo circa 200 metri però dell’acqua fresca e pura iniziava a sciabordare al di sotto delle pietre. Ci trovavamo pressi le fonti dell’Iridia, un affluente del Madidi. 
E così abbiamo camminato tutto il pomeriggio lungo le rive pietrose dell’Iridia, entrando in una vallata incantata, che mi ricordava il “mondo perduto” di Conan Doyle.
Durante il percorso abbiamo mangiato della frutta silvestre chiamata pacai, in pratica dei semi, circondati da una buccia zuccherina, avvolti da una robusta corteccia verde.
Verso le cinque siamo finalmente giunti alla confluenza dell’Iridia con il Rio Alto Madidi dove abbiamo approntato il campo 6.
A prima vista il Rio Alto Madidi mi è sembrato un fiume lento con alcune tonalità verdastre. Le mie due guide hanno subito pescato una ruta y un venton, che abbiamo cucinato bolliti. 
Durante tutto il settimo giorno abbiamo continuato ad avanzare lungo le rive del Rio Alto Madidi. Verso le 12 abbiamo avvistato un piccolo caimano presso una spiaggia del fiume. Si è infilato subito in acqua impedendomi di filmarlo. 
Ad un certo punto abbiamo attraversato il fiume in un luogo dove la corrente era forte e l’acqua limpida e cristallina. 
In quel momento mi sono ricordato di una frase che mi disse un vecchio esploratore tedesco che conobbi anni addietro, in un bar del quartiere storico di Santa Fe de Bogotá, La Candelaria: 
-Finché non avrai bevuto l’acqua del Rio Alto Madidi, non potrai dire di conoscere realmente la selva!-
E così, ho compiuto il rito: mi sono fermato e ho bevuto quell’acqua pura e tiepida, alla memoria di quel vecchio viaggiatore teutonico. 
Nel pomeriggio abbiamo avvistato molti uccelli, tra i quali il martin pescatore e molti avvoltoi. 
Ci siamo fermati verso le sei di sera approntando il campo 7. Le mie due guide hanno subito pescano due grosse yatorana, che abbiamo cucinato in una zuppa con riso, cipolle e carote. 
All’alba dell’ottavo giorno abbiamo ripreso il cammino. Già alle 7 del mattino il Sole cocente ci ha costretto a bere spesso l’acqua del Rio Alto Madidi, che purtroppo era calda. A volte però abbiamo bevuto l’acqua più fresca e pura di qualche piccolo affluente dissetandoci e rinfrescandoci.
Durante la camminata abbiamo osservato alcune scimmie ragno e capuccine che si altalenavano nei rami di alberi altissimi. Ci guardavano da lontano come fossimo extraterrestri e scuotevano i rami come se volessero spaventarci. 
Con il passare delle ore la camminata si faceva sempre più difficile in quanto il Rio Alto Madidi aveva ricevuto l’acqua di vari affluenti e si era ingrandito. Lo spazio per camminare presso le sue rive era sempre più ristretto. A volte siamo affondati nel fango fino alla vita, altre abbiamo dovuto rientrare nella selva, utilizzando il machete per poter avanzare parallelamente al fiume. 
Per fortuna ha iniziato a piovere debolmente e l’aria rovente si è rinfrescata un poco. 
Ci siamo fermati verso le cinque del pomeriggio mentre continuava a piovigginare, ma subito dopo è uscito nuovamente il Sole, creando dei magnifici giochi di luce. 
Abbiamo approntato quindi il campo 8. La mia guida, mi ha suggerito che il modo più efficente per avanzare era probabilmente con una zattera. Ci avrebbe risparmiato la fatica di dover camminare caricando i nostri pesanti zaini anche se avrebbe potuto risultare pericoloso per la possibilità di cadere in acqua quando la zattera sarebbe passata attraverso tratti del fiume dove la corrente è impetuosa. 
Così di comune accordo, abbiamo deciso di iniziare la costruzione della zattera l’indomani mattina. 
Abbiamo quindi preparato la cena, accompagnati da un forte gracchiare di pappagalli ara macao. Durante la notte mi sono svegliato per orinare e d’un tratto ho sentito uno strano sniffare poco lontano. Mi sono allarmato e sono rientrato in tenda. Dopo qualche minuto quel rumore è cessato e così mi sono addormentato. 
L’indomani mattina tutt’intorno al nostro campamento vi erano numerose orme di giaguaro. Mi sono venuti i brividi pensando che il felino era a pochi metri da me, di notte, e mi controllava. 
Durante la mattina del nono giorno abbiamo costruito la zattera. Abbiamo unito insieme sei grossi tronchi con delle liane e quindi, verso le 11, abbiamo iniziato a navigare. 
Il clima era cambiato rispetto ai giorni precedenti: il cielo era plumbeo e cadeva una pioggierellina insistente. Fin dall’inizio della navigazione mi sono reso conto che non sarebbe stato facile avanzare con la zattera. La corrente era molto debole e in alcuni tratti dove la zattera s’incastrava tra le pietre del fiume dovevamo scendere e spostarle, creando un corridoio navigabile, profondo almeno 40 centimetri, che ci permettesse di avanzare. Era un lavoro massacrante.
Durante la navigazione però era tutto un guizzare di pesci: surubí, pintado, yatorana, pacú, sábalo. Questo fiume è realmente stracolmo di pesci, che qui, per la totale assenza di pescatori, hanno potuto riprodursi senza problema. 
Durante una sosta sono riuscito a filmare un pesce razza in uno specchio d’acqua tranquillo. E’ un pesce pericoloso perché può colpire con il suo potente pungiglione.
Abbiamo visto inoltre molte oche nere che starnazzavano al nostro passaggio e una grossa gallina silvestre di colore nero, con un vistoso becco giallo. 
Ad un certo punto siamo giunti presso la confluenza del Rio Aguaclara (Yurirari, in idioma tacana), con il Rio Alto Madidi. Ho deciso di attraccare la zattera e procedere a piedi risalendo il Rio Aguaclara per circa un ora, con il proposito di trovare alcune orme umane di indigeni isolati, i leggendari Toromonas. Abbiamo camminato sulle rive del Rio Aguaclara per circa due ore, esplorando alcuni suoi sub-affluenti e quindi siamo rientrati verso il Rio Alto Madidi. Non abbiamo visto alcuna orma umana e questo fa pensare che se è vero che i Toromonas vivono ancora, devono ubicarsi probabilmente alle sorgenti del Rio Aguaclara o oltre lo spartiacque presso le sorgenti del Rio Colorado, che sfocia nella conca del Rio Tambopata.
Quindi abbiamo ripreso la navigazione e dopo pochi minuti abbiamo avvistato altre scimmie ragno nella parte più alta di frondosi alberi. 
Ci siamo fermati verso le tre e abbiamo approntato il campo 9 su di un ampia spiaggia. L’indomani mattina mi ha svegliato la mia guida indicandomi un tapiro che stava sull’altra sponda del fiume. Non sono riuscito a filmarlo, ma, da lontano, ho potuto rendermi conto della sua stazza. Presto è uscito il Sole, soffocante ed impietoso, e ci ha accompagnato per tutto il giorno.
Durante la giornata sono riuscito a filmare un caimano ed alcuni capibara che si inoltravano nella foresta, spaventati dal nostro passaggio. 
Quindi ci siamo fermati per mangiare un pesce che la mia guida aveva catturato durante la notte precedente. Era un pintado cucinato in foglie, e con sale e limone era davvero eccellente. Durante il pomeriggio abbiamo visto ancora moltissimi pesci: tuyuno, bagre, sierra, yatorana ed inoltre abbiamo visto una grossa tartaruga di fiume che sembrava volesse competere con la nostra zattera. 
Alla fine della giornata, completamente spossati, ci siamo fermati per approntare il campo 10, dove abbiamo dormito. 
All’alba dellundicesimo giorno abbiamo ripreso la lenta navigazione. In mattinata abbiamo visto alcune lontre che ho potuto filmare. Verso mezzogiorno ci siamo fermati per il pranzo sotto un grande e frondoso albero ma il calore opprimente e l’assenza totale di vento ci soffocava.
Durante il pomeriggio abbiamo continuato a navigare lungo il fiume, domandandoci se mai avesse fine. Secondo il mio GPS ci trovavamo a circa un giorno di navigazione dal posto di controllo del Parco Nazionale Madidi, da dove si diparte un sentiero nella selva in direzione della comunità di contadini detta El Tigre. 
In serata, stanchi ed affamati, abbiamo approntato il campo 11, su di un ampia spiaggia, dove abbiamo dormito. 
Nel pomeriggio del dodicesimo giorno siamo giunti al posto di controllo del Parco Madidi, trovandolo abbandonato. Nelle vicinanze c’erano dei grossi ananas acerbi. Erano ancora verdi ma per noi, assetati e affamati, andavano benissimo. Infatti ci hanno calmato la sete. 
Dopo aver approntato il campo 12 siamo caduti in un sonno profondo. 
Il tredicesimo giorno abbiamo camminato per circa 20 chilometri attraverso una densa foresta, ma con sentiero. Ad un certo punto ci siamo imbattuti in un immenso formicaio. Erano miliardi d’insetti di ogni grandezza. Vi erano pure le temibili formiche lunghe circa 3 centimetri, dotate di grossa mandibola, la cui pizzicatura può provocare forte dolore. 
Non c’era modo di aggirare l’enorme formicaio e così abbiamo dovuto correre, per evitare che ci avvolgessero. 
Durante il cammino ho fotografato alcuni pappagalli della specie ara macao, e abbiamo trovato tre grosse tartarughe di terra. Ad un certo punto siamo giunti presso un enorme tela di ragno. Si potevano osservare tanti ragnetti ma nessun grosso aracnide. La mia guida mi ha raccontato che la madre tesse la tela per i suoi piccoli e quindi se ne va, cercando un altro luogo dove riprodursi. 
A mezzogiorno siamo giunti presso un ruscello dove si trovava una famiglia di indigeni Chimanes. Gli adulti erano intenti a cuocere dei pesci in grosse foglie, mentre i bambini mangiavano della frutta pacaí.
Quindi abbiamo continuato a procedere nella selva durante tutto il pomeriggio. 
Verso le 3 il cielo si è fatto scuro e nuvole minacciose si sono addensate all’orizzonte. Ha incominciato a tuonare e sventare forte, ma stranamente non pioveva. Durante la camminata ho visto alcuni pecari (suini della selva), e alcuni altri piccoli mammiferi del genere mustelidi.
Quando verso le 5 ci siamo fermati per approntare il campo 13, continuava a tuonare forte ma senza piovere. Solo verso le 7 di sera ha incominciato a piovere, con un intensità sempre maggiore. Alle 8 diluviava e tuonava denza soluzione di continuità.
Il nubifragio ha messo a dura prova le nostre tende, ma il pericolo maggiore erano i fulmini, che scaricavano elettricità a pochi metri dal nostro campamento. Ha continuato a piovere tutta la notte, e anche al nostro umido risveglio, dal cielo plumbeo continuavano a cadere con insistenza grossi goccioloni d’acqua fredda. Il clima era completamente cambiato rispetto alle torride giornate del Madidi. Ora la colonnina di mercurio era ferma sui 15 gradi e tirava pure un vento fresco da nord.
Il quattordicesimo giorno lo abbiamo passato camminando in un sentiero fangoso e viscido fino a giungere nella comunità di contadini detta il Tigre.
E’ gente originaria di Potosí, che si è stabilita in questa remota parte della selva, con lo scopo di lavorare la terra.
Abbriamo approntato il campo 14 sulle rive di un torrentello, a circa 3 ore di cammino oltre il Tigre.
L’indomani, il quindicesimo giorno della nostra spedizione, abbiamo conosciuto alcuni boliviani che stavano facendo un censo degli alberi che verranno in seguito abbattuti.
Purtoppo appena fuori dal Parco le imprese per il taglio di legname pregiato stanno attuando indisturbate, e solo lo status di “intangible” (intoccabile), del Parco, le ha per ora fermate.
Con uno di quei ragazzi ho proceduto in moto fino al paesello d’Ixiamas, mentre le mie due guide mi hanno raggiunto qualche ora dopo arrivandovi nel cassone di un camion adibito al trasporto di legname. Alle 3 del pomeriggio ci siamo quindi ritrovati nell’assolato paesello d’Ixiamas da dove, con un “van” pubblico, abbiamo raggiunto nuovamente Rurrenabaque, in 4 ore di viaggio.
I risultati della spedizione sono stati vari: innanzitutto l’individuazione e la descrizione della misteriosa fortezza di Ixiamas. Quindi l’avvistamento di molti animali all’interno del Parco, prova che il suo stato di conservazione è eccellente.
Non ho potuto provare l’esistenza dei leggendari Toromonas, che probabilmente vivono in zone ancora più remote del Parco, alle sorgenti di alcuni affluenti del Rio Alto Madidi o del Rio Colorado.

YURI LEVERATTO
Copyright 2011

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