giovedì 22 dicembre 2011

Santa Maria la Antigua del Darién, la più antica città fondata dagli Europei nella terraferma americana




Il destino delle città a volte è molto curioso. Alcune prosperano, principalmente a causa della loro vantaggiosa posizione geografica o perché sono favorite da flussi commerciali. Altre invece, entrano in declino e vengono abbandonate, per poi cadere totalmente nell’oblio ed essere quasi totalmente dimenticate dalle generazioni successive.
Uno degli avventurieri spagnoli più importanti del XVI secolo fu Vasco Nuñez de Balboa, che ebbe il merito di giungere per primo nell’Oceano Pacifico, dimostrando pertanto che la terraferma americana era distinta da quella asiatica. Balboa fu però anche il fondatore e sindaco della più antica città costruita dagli europei nella terraferma americana: Santa Maria la Antigua del Daríen.
Il Daríen è una regione istmica a cavallo degli attuali Stati di Colombia e Panama. Da una parte vi è l’Oceano Pacifico, mentre dall’altra vi è il golfo di Urabá, porzione di Mar dei Caraibi, dove sfocia il Rio Atrato.
Nel litorale orientale del golfo di Urabá il capitano Alonso de Ojeda aveva costruito, nel gennaio del 1510, un forte, che fu chiamato San Sebastian de Urabá. Presto però il nuovo avamposto fu attaccato dalle popolazioni vicine. Ojeda aveva gestito male i rapporti con gli indigeni, tentando di appropriarsi delle loro ricchezze e assoggettarli al suo dominio.
L’inquieto castigliano, visto che quel luogo non apportava particolari vantaggi, decise di tornare a Santo Domingo, affidandone il comando temporaneo al milite Francisco Pizarro, che in quegli anni era solo un diligente soldato, ignaro del destino che lo aspettava.
Alonso de Ojeda lasciò San Sebastian de Urabá, ordinando a Pizarro di mantenere la posizione per 50 giorni.
Intanto Vasco Nuñez de Balboa, dopo aver esplorato, nel 1500, l’attuale costa caraibica colombiana, aveva passato alcuni anni a Santo Domingo e si era indebitato.
Per fuggire ai suoi creditori s’imbarcò come clandestino su una nave comandata da Martin Fernandez de Enciso che partì da Santo Domingo per portare soccorsi nel villaggio di San Sebastian de Urabá. Balboa si nascose in un barile insieme al suo cane Leoncico.
Quando Fernadez de Enciso lo trovò, avrebbe voluto gettarlo a mare, ma rendendosi conto della sua esperienza come marinaio e pilota si convinse che era meglio tenerlo con sé.
La spedizione giunse a San Sebastian de Urabá, proprio quando Francisco Pizarro stava organizzandosi per partire, essendo trascorsi i 50 giorni di presidio che gli erano stati ordinati.
Il villaggio era continuamente attaccato dagli autoctoni, così si pensò, su consiglio di Balboa, di rifondarlo nel litorale occidentale del golfo di Urabá, nella regione denominata Daríen, dove la terra era più fertile e si credeva che vi abitassero popoli più mansueti. Ma non fu così.
Nel Daríen viveva il valoroso cacique Cemaco che guidava una forza organizzata di 500 combattenti armati di lance e frecce avvelenate. Presto si venne alle armi. Gli spagnoli avevano paura e offrirono voti alla Vergine de la Antigua, venerata a Siviglia.
La battaglia fu violentissima. Gli invasori ebbero la meglio, seppure con moltissime perdite. Più di 400 indigeni persero la vita. Cemaco riuscì però a scappare, ritirandosi nell’interno. Gli iberici saccheggiarono i villaggi attigui e uccisero molti combattenti indigeni, risparmiando le donne e i bambini. Furono razziati molti monili d’oro e pietre preziose.
Balboa decise di compiere il voto alla Vergine e fondò, nel settembre del 1510, il villaggio di Santa Maria la Antigua del Daríen.
Il primo sindaco fu Fernandez de Enciso, ma il suo governo durò molto poco: era visto dai coloni come un avaro despota che voleva accentrare su di sé i notevoli guadagni derivanti dallo scambio di chincaglierie con l’oro e le pietre preziose degli indigeni.
Vasco Nuñez de Balboa approfittò della situazione di scontento dei coloni e, accordandosi con essi, destituì Enciso, e riuscì a farsi eleggere sindaco, insieme a Martin Samudio.
In seguito Balboa assunse carisma, si guadagnò il rispetto del contingente e fu nominato sindaco unico della città.
Durante il suo governo, Balboa, istituì delle relazioni amichevoli con gli indigeni, guadagnandosi il loro rispetto. Incentivò l’agricoltura, facendo piantare mais e manioca, e incominciò l’allevamento di maiali.
Fu costruita una chiesa e la città prosperò, raggiungendo probabilmente, tra coloni spagnoli ed indigeni, i cinquecento abitanti. Nel 1513, Santa Maria la Antigua era già sede episcopale e capitale della Castiglia de Oro, nome con il quale si indicava l’attuale territorio colombiano.
L’importanza di Vasco Nuñez de Balboa cresceva e la maggioranza dei soldati era dalla sua parte. Per Balboa la terra apparteneva a chi la conquistava mettendo a rischio la propria vita, e in seguito la occupava e lavorava. La sua fu una delle più antiche versioni del principio che 300 anni più tardi avrebbe guidato i movimenti rivoluzionari americani, contro il potere oppressivo dell’impero spagnolo.
Con un colpo di mano assunse il titolo di governatore di Veragua, la porzione di costa caraibica situata ad occidente del golfo di Urabá, fece imprigionare il governatore Nicuesa e lo allontanò in mare insieme ai suoi uomini su una barca in cattive condizioni. Enciso fu invece incarcerato e i suoi beni furono confiscati; quindi fu inviato in Spagna per essere giudicato dalla Corona.
Ma Balboa non si accontentò di governare la nuova città da lui fondata. Era in cerca di favolose ricchezze e pensava di partire al più presto per cercarle.
A questo punto decise di esplorare l’interno del Daríen. Perlustrò i fiumi, combatté in scaramucce con i nativi e iniziò anch’egli ad essere pervaso dalla smania di trovare la grande vena aurifera.
Nelle sue spedizioni riuscì ad appropriarsi di molti gioielli, la maggioranza dei quali strappati con la forza ad indigeni che poi spesso venivano uccisi.
Durante i primi mesi del 1512 giunse nella valle del cacique Careta, con il quale instaurò un rapporto pacifico. Careta voleva ottenere la fiducia di Balboa per sgominare il cacique Ponca, suo rivale. I domini di quest’ultimo furono conquistati e il bottino fu consistente.
Balboa viaggiò poi nelle fertili terre del cacique Comagre. Fu in questa zona che sentì parlare per la prima volta dell’esistenza di un altro mare al di là delle montagne.
Il colonnello Joaquín Acosta, nel suo libro Descubrimiento y colonizacíon de la Nueva Granata (1901), descrive come Panquiaco, figlio di Comagre, illustrò ai forestieri l’esistenza di un regno ricchissimo, che poteva essere raggiunto navigando un altro mare, oltre le montagne:

Il figlio di Comagre, Panquiaco, disse che se l’ansia di cercare oro era la ragione che aveva condotto gli invasori lontano dalla loro patria, lui gli avrebbe mostrato come giungere al paese dove l’oro abbonda piú di qualunque altra cosa. Gli stranieri avrebbero dovuto valicare le montagne, dove abitavano tribù di Caribes e quindi navigare il mare che stava al di là delle montagne.

Quando Balboa ascoltò queste parole fu pervaso da una smania travolgente e cominciò a pensare di poter raggiungere quel fantastico territorio. All’inizio del 1513 decise di tornare a Santa Maria la Antigua per organizzare il viaggio. Aveva bisogno di più uomini e mezzi sufficienti per intraprendere un’impresa così importante.
Se la scoperta del nuovo mare lo avrebbe reso famoso in Spagna, era la leggendaria città d’oro descritta da Panquiaco a entusiasmarlo. La spedizione partì il 1° settembre 1513 con 190 spagnoli e vari cani addestrati ad attaccare.
Navigando con un piccolo brigantino giunsero alle terre del cacique Careta e da lì si diressero verso il dominio del cacique Ponca che, essendosi riorganizzato, era pronto a combattere di nuovo. Balboa decise di rispondere con la forza e Ponca fu vinto e sottomesso. Riprese quindi il cammino e tornò ad avanzare nella selva.
Il 24 settembre 1513 giunsero nel regno del cacique Torecha, dove vi fu un’altra battaglia feroce. Balboa stesso si gettò nella mischia.
Il dominio di Torecha fu conquistato, ma tra gli aggressori vi furono pesanti perdite. Alcuni di loro, terrorizzati all’idea di doversi confrontare con altre tribù, decisero di tornare indietro verso Santa Maria la Antigua del Daríen.
I pochi che seguirono Vasco Nuñez de Balboa trascorsero l’intero 25 settembre 1513 camminando sulla cordigliera del Rio Chucunaque. Il comandante camminava solo davanti a tutti e fu il primo a giungere sulla cima della montagna, da dove, in lontananza, si vedeva il nuovo mare. Rimase attonito per qualche istante osservando l’immensa estensione dell’oceano. Il cappellano della spedizione, Andres de Vera, intonò il Te Deum Laudamus. Passato il momento epico della scoperta, gli esploratori proseguirono verso la costa, giungendovi dopo tre giorni di cammino.
Balboa s’immerse in quelle acque sconosciute, poi alzò le mani: in una reggeva una spada, nell’altra lo stemma della Vergine.
Alla presenza di un notaio del re prese possesso del nuovo mare nel nome dei sovrani di Spagna e lo battezzò Mare del Sud. Sette anni dopo il portoghese Ferdinando Magellano lo rinominò Oceano Pacifico.
Nei mesi successivi ripercorse vari territori della zona perché ricordava ciò che Panquiaco gli aveva detto a proposito dell’oro di quella terra situata nel Mare del Sud, che altri denominavano “Birú” o “Virú”.
Saccheggiò senza scrupoli i domini Coquera e Tumaco nell’attuale costa pacifica panamense, raccogliendo un discreto malloppo d’oro e perle. Quindi navigò in piroga fino ad isole vicine, governate dal poderoso cacique Terarequi. Questa volta non vi furono scontri cruenti, vista anche l’esperienza acquisita nel trattare con i nativi, e tornò sul continente con un discreto carico di perle e pietre preziose. L’arcipelago fu chiamato “delle perle” e ancora oggi ha questo nome.
Balboa, nel novembre del 1513, decise di rientrare a Santa Maria la Antigua passando però per un’altra via. Attraversò i territori di Teoca, Bononaima e Chiorizo. Durante il viaggio di ritorno ci furono altri scontri e nuove razzie. Giunse a Santa Maria la Antigua nel gennaio del 1514. Ordinò a Pedro de Arbolancha di navigare in Spagna per comunicare la notizia della scoperta del Mare del Sud, e inviò la quinta parte del bottino al re, secondo le leggi dell’impero.
Nel frattempo i regnanti di Spagna avevano nominato Pedro Arias de Avila, nuovo governatore di Veragua e Castilla de Oro. Il comandante, meglio conosciuto come Pedrarias Davila, era a capo della più grande flotta mai armata per l’America, con 17 navi e 2000 uomini. Molti di loro morirono quasi subito dopo l’arrivo a Santa Maria la Antigua del Daríen, alcuni di malaria cerebrale fulminante, altri d’infezioni intestinali.
Alla spedizione partecipava anche Ferdinando de Enciso, che covava vendetta verso Balboa; inoltre vi erano capitani e figli di hidalgo, tra cui Hernando de Soto, religiosi e donne, tra cui Isabella di Bobadilla, sposa di Pedrarias Davila.
Balboa ricevette con rispetto il nuovo governatore e si sottomise alla sua autorità. Capì che non poteva cercare un confronto con Pedrarias Davila e sentiva che Fernandez de Enciso tramava verso di lui.
Si convinse così che fosse meglio mettersi nuovamente alla ricerca del regno di Birú.
Partì con un limitato contingente di uomini verso l’interno, risalendo il rio Atrato, ma fu attaccato da tribù ostili e dovette riparare a Santa Maria la Antigua.
A questo punto, la fortuna sembrò sorridergli un’altra volta. I regnanti di Spagna gli riconobbero il titolo di Adelantado (primo arrivato), del Mare del Sud e governatore di Panama e Coiba.
A Pedrarias Davila fu assegnata la costa del Mar dei Caraibi, mentre a Balboa quella del Mare del Sud. Con lo scopo di farsi un alleato, Pedrarias Davila offrì in sposa a Balboa sua figlia Maria de Penalosa, che giunse dalla Spagna per contrarre il matrimonio.
Dopo la cerimonia Balboa decise di partire per il Mare del Sud dove, nel villaggio di Acla, iniziò la costruzione di quattro caravelle, con l’aiuto di vari schiavi africani, con lo scopo di navigare verso Birú e trovare la terra di cui gli aveva narrato Panquiaco.
Poco prima della partenza ricevette però una lettera amichevole da Pedrarias Davila, che gli chiese di presentarsi al suo cospetto per discutere alcune faccende importanti. Il carattere pacato e tranquillo della lettera lo trasse in inganno. Già durante il cammino fu fatto prigioniero da alcuni uomini al comando di Francisco Pizarro che, per ordine del governatore, lo accusarono di tradimento con l’intenzione di creare un governo proprio sulle coste del Mare del Sud. La sentenza, da eseguirsi immediatamente, decisa dal governatore con l’avallo di Espinoza, sindaco di Acla, fu la pena di morte per decapitazione.
Durante questo periodo la situazione a Santa Maria la Antigua era rapidamente peggiorata.
Gli europei erano molto numerosi e le coltivazioni di mais e manioca, non bastavano per sfamare tutti i coloni.
Oltre a ciò le relazioni con gli indigeni tornarono ad incrinarsi. Pedrarias Davila non riuscì a conquistare la loro fiducia e iniziarono le prime scaramucce per il controllo d’alcune terre. Già dopo pochi mesi, le condizioni generali dei coloni stavano degenerando paurosamente: molti di essi soffrivano la fame e altri si erano ammalati di malaria e malattie intestinali.
Con il beneplacito di Pedrarias Davila e del vescovo Juan de Quevedo, s’iniziò a dare la caccia agli indigeni che furono schiavizzati ed obbligati al duro lavoro nei campi.
Questo periodo di declino durò fino al 1519, quando Pedrarias Davila si rese conto che sarebbe stato più vantaggioso fondare una città nella zona dove l’istmo di Panama era più stretto. Le voci di un regno ricchissimo situato nel Mare del Sud (Birú), fecero intravedere a Pedrarias Davila la possibilità d’arricchirsi spudoratamente, e così decise di trasferire molti coloni e la maggioranza degli animali e dei beni (carri, armamento, provviste), nella nuova città di Panama, che fu anche proclamata nuova capitale della Castiglia de Oro.
Santa Maria la Antigua del Daríen sopravvisse ancora per quattro anni. In quel periodo fu nominato sindaco Gonzalo Fernandez de Oviedo, ma i continui attacchi degli indigeni terrorizzarono la popolazione che lentamente si convinceva a trasferirsi a Panama.
Nel 1524 i pochi residenti di Santa Maria la Antigua decisero di abbandonarla completamente e, dopo pochi mesi, fu completamente distrutta e bruciata dagli indigeni. Durante i secoli successivi, la zona del Daríen fu teatro di continui scontri tra indigeni Cuna ed Emberá, oltre ad essere dichiarata “zona proibita”, da parte della Corona spagnola, visto che era stata varie volte oggetto di tentativi di conquista da parte di contingenti di pirati olandesi, inglesi e scozzesi.
La selva coprì completamente la zona dove era stata fondata Santa Maria la Antigua e nessuno, durante vari secoli fu più capace di ubicarne i resti.
Pochi anni dopo il 1950, l’antropologo colombiano Graciliano Arcila Vélez riuscì ad individuare le rovine della chiesa di Santa Maria la Antigua.
Questa scoperta fu confermata nel 1957, durante una spedizione finanziata del re Leopoldo III del Belgio e guidata dall’archeologo colombo-austriaco Gerardo Reichel Dolmatoff.
Le rovine si trovavano vicino a Tanela, una frazione del comune di Unguía, nel dipartimento colombiano del Chocó. Negli anni successivi ci furono ulteriori lavori di scavo e di studio, condotti da Paolo Vignolo e Virgilio Becerra, dell’Università Nazionale di Colombia, dipartimento di Storia e Antropologia.
Il recupero totale del sito archeologico di Santa Maria la Antigua potrebbe essere un buon incentivo per il turismo nella zona del Daríen colombiano, dove vi sono le bellissime spiagge di Capurganá.

YURI LEVERATTO
Copyright 2010

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