domenica 25 settembre 2011

L'inespugnabile fortezza di Trinchera


Durante il mio ultimo viaggio in Perú ho avuto l’opportunità di conoscere, insieme all’amico archeologo Ricardo Conde Villavicencio, la stretta valle di Patambuco, (nella regione di Puno), con lo scopo di documentare e studiare la cittadella fortificata di Trinchera, splendido sito archeologico, poco conosciuto.
Il viaggio è iniziato da Puno, bella città affacciata sul lago Titicaca, da dove con un robusto fuoristrada, ci siamo diretti verso l’interno della regione. 
In circa 4 ore di viaggio siamo giunti nell’altipiano di Ananea, che abbiamo visitato l’anno scorso, quando siamo giunti a La Rinconada, il paese più alto del mondo. 
L’altopiano di Ananea, situato a ben 5000 metri sul livello del mare, si può paragonare ad un immenso gruviera. La zona mineraria infatti, si estende su gran parte del tavolato, dove si estrae principalmente oro, ma anche altri minerali. 
Nell’altopiano, che è un intricato labirinto, abbiamo imboccato varie volte la strada errata, ma alla fine alcuni minatori ci hanno reindirizzato nella giusta via. 
Abbiamo quindi proceduto lungo la pista sterrata percorsa da venti gelidi, mentre in lontananza potevamo scorgere il Nevado di Ananea, alto 5850 metri s.l.d.m. 
Dopo circa 2 ore siamo giunti all’imboccatura della stretta valle del fiume Patambuco, un affluente del Rio Inambari (a sua volta affluente del Madre de Dios). Proprio entrando nella vallata abbiamo visto numerosi gruppi di vigogne, che pascolavano libere.
Quindi, ci siamo immersi nella “neblina” e abbiamo percorso uno stretto sentiero sterrato a strapiombo sul dirupo. 
Una volta arrivati a Patambuco, un paesello arroccato sul costone destro della vallata, a circa 3400 metri sul livello del mare, ci siamo subito recati presso il sito archeologico di Colo Colo, poco più a valle rispetto al paese. Da un’attenta analisi del luogo si evince che il popolo che costruì le “chullpas” (urne funerarie) di Colo Colo viveva poco più a valle, dove oggi si possono scorgere i resti di un’antica cittadella. Il mio amico archeologo Ricardo Conde Villavicencio sostiene che il popolo di Colo Colo (che io ritengo appartenesse alla cultura Lupaca), non avesse nulla a che vedere con coloro i quali vivevano nella cittadella fortificata di Trinchera, situata nella cima della montagna, circa 1000 metri più in alto. 
Già verso le 4 del pomeriggio Patambuco è stato avvolto completamente da una spessa coltre di neblina, la condensa di umidità che viene dalla selva. Verso sera la temperatura è scesa a 5 gradi e la forte umidità ci ha causato la spiacevole sensazione di “freddo nelle ossa”.
Abbiamo trovato riparo nell’abitazione di parenti di Ricardo, i quali ci hanno accolto con un piatto di gustose patate tipiche della zona, oltre a mais bollito, riso e infuso di mugua, una specie di erba aromatica simile alla menta.  
L’indomani mattina ci siamo svegliati all’alba e, dopo una nutriente colazione a base di maca, abbiamo iniziato a camminare in direzione della fortezza di Trinchera. Ci ha accompagnato Hector Caracciolo, un contadino di 63 anni, di origine italiana. 
Per giungere alla fortezza (le cui cordinate sono 69 gradi 38’ Ovest e 14 gradi 26’ Sud), bisogna camminare circa un’ora, inerpicandosi fino all’altezza di 4200 metri s.l.d.m.
In lontananza si scorgono delle cime innevate: i raggi del sole ne risaltavano i contorni ma dal basso stava rapidamente salendo la neblina che minacciava di avvolgere tutta la vallata con il suo morbido abbraccio. 
Per fortuna, quando siamo arrivati nei pressi dei possenti muri posti a difesa della fortezza, il cielo si è fatto terso e il sole regnava brillante nel cielo azzurro.
Erano le 7 del mattino e un’aria fredda insieme ad una brezza pungente accompagnavano la nostra visita. 
L’arcaica fortezza era lí, davanti a noi, come l’eredità di un popolo sconosciuto che visse in quel luogo circa 700 anni or sono. 
Dopo un attenta analisi del sito archeologico siamo giunti alla conclusione che si estende su circa 120.000 metri quadrati (poco più di 1/10 di chilometro quadrato). All’interno della fortezza vi sono circa 500 unità abitative (circolari o quadrangolari, costituite da lastroni di pietra), pertanto si evince che la popolazione totale di Trinchera possa aver raggiunto le 1500 unità. 
Come tetto per le abitazioni (di circa 3 metri di diametro o lato), si utilizzavano pali di legno e paglia, materiali oggi perduti. 
Camminando verso la cima della fortezza, che poi corrisponde anche alla vetta della montagna, si nota come le unità abitative siano più ampie e costruite meglio. Da ciò si evince che coloro i quali appartenevano alla elite di trinchera, ovvero il re, la nobiltà e i sacerdoti, vivevano più in alto, mentre all’entrata della fortezza vivevano i guerrieri e i contadini. Trinchera era una società basata sull’autoconsumo e sulla guerra (incursioni nelle vallate), pertanto non si praticava il commercio con altri popoli. 
Proprio nel cocuzzolo della fortezza si può osservare un grande lastrone di pietra utilizzato probabilmente come altare cerimoniale. Si notano alcuni incavi nella roccia, utilizzati probabilmente come superfici dove venivano poste alcune offerte per gli Dei: foglie di coca, chicchi di mais, semi di quinua. 
Ci si domanda perché l’antico popolo di Trinchera decise di costruire una cittadella fortificata in un luogo così remoto, freddo, umido, all’altezza di ben 4200 metri s.l.d.m. e così lontano dalle parti basse della valle, dove si possono coltivare frutta e ortaggi e il clima è più mite. Per rispondere a questa domanda bisogna considerare che gli antichi avevano una concezione di vita completamente diversa dalla nostra. Davano molta importanza al culto del Sole, ed è per questo che ubicavano le loro abitazioni così elevate, vicino al cielo, appunto. 
Poi vi sono altri motivi: una fortezza circondata da spesse mura situata a 4200 metri s.l.d.m. è difficilmente espugnabile (la cittadella pre-incaica dell’altopiano di Marcahuasi mostra alcune similarità con Trinchera, anche se quest’ultima è situata su un vertiginoso cocuzzolo).
Il popolo di Trinchera viveva di agricultura e coltivava patate oltre a mais, quinua e altri cereali andini. Probabilmente allevava camelidi andini come lama, alpaca e vigogna. 
La parte bassa della valle era abitata dal popolo dei Colo Colo. Forse i Trinchera realizzavano delle incursioni nella bassa vallata allo scopo di appropriarsi di cibo e donne e quindi si arroccavano nella fortezza, al riparo da possibili rappresaglie. 
Secondo l’archeologo Ricardo Conde Villavicencio la cultura Trinchera risale al periodo post-Tiwanaku e si situa nell’orrizzonte temporale del 1250-1300 d.C. 
Questo periodo, che si definisce come epoca dei governi regionali o regni indipendenti, va dal 1200 al 1400 d.C. quando tutto il territorio corrispondente all’attuale regione di Puno fu conquistato dall’etnia degli Incas. 
Nella cittadella di Trinchera sono stati trovati frammenti di ceramica con disegni di guerrieri, felini e condor, oltre ad utensili di bronzo e rame. 
Ricardo Conde Villavicencio sostiene che dopo la caduta dell’impero di Tiwanacu, vi sia stato una specie di “Medioevo andino”, che abbia portato ad una involuzione culturale e sociale, riportando indietro così le lancette della civiltà. Trinchera sarebbe stato così uno dei vari regni indipendenti, che si formarono nell’era post-Tiwanacu (vi sono varie altre “fortezze” nella zona come Limbani, Phara etc.).
Perché e come Trinchera cadde in decadenza e fu abbandonata? E’ possibile che l’intera valle sia stata conquistata dagli Incas con scontri cruenti ma l’impressione generale è che la cultura Trinchera sia scomparsa senza interventi esterni. Quando un popolo si chiude in se stesso infatti, e quando si attuano continui incroci tra famiglie appartenenti a un ceppo comune, possono originarsi malattie ereditarie che portano alla sterilità e in alcuni casi a vere e proprie epidemie.
Per quanto riguarda la conservazione, lo studio e la divulgazione di questo meraviglioso sito archeologico si spera che nel futuro le autorità lo preservino e incentivino un approfondito progetto archeologico, in modo da poter conoscere di più sulla vita di questo antico popolo.

YURI LEVERATTO
Copyright 2010

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