venerdì 24 febbraio 2012

L'eredità Huari


Il primo europeo che descrisse le rovine dell’antica civiltà Huari (detta anche Wari), fu Pedro Cieza de Leon, che giunse nei pressi dell’attuale città di Ayacucho nel 1533.
Anche il carmelitano Antonio Vasquez de Espinoza riportò dettagliate descrizioni della cosidetta “valle de Vinaque” descrivendo varie rovine e sontuosi edifici. 
Secondo lo scittore indigeno Huaman Poma, il nome Huari deriva dai primi colonizzatori del continente, dopo il "diluvio".
L’area dove oggi sorge Ayacucho è stato un importante crocevia di persone e merci fin dall’antichità, centro di scambio ideale tra la selva, la sierra e la costa. Uno dei primi villaggi Huari, fu, a partire dall’inizio dell’era cristiana, Nahuin Puquio, situato nel sud di Huamanga. La popolazione si dedicava all’agricoltura e all’artigianato (soprattutto ceramica). Questa società, chiamata Huarpa, era già stratificata e la divisione del lavoro era difusa. Il potere spirituale e politico era incentrato su di un sacerdote (curaca), che praticava le cerimonie sacre dedicate al culto del sole. Fin dai primi anni della cultura Huarpa, l’artigianato in ceramica si distinse per le decorazioni geometriche con rombi, linee parallele e colori vivaci, come il rosso e il giallo, oltre al nero. 
Intorno all’800 d.C. la cultura Huari iniziò ad essere influenzata dalle tradizioni di Tiahuanaco, la città di pietra costruita non lontano dal lago Titicaca, a 3850 metri d’altezza sul livello del mare. 
La tradizione artistica Tiahuanaco si unì cosí allo stile Huari della sierra che a sua volta era stato influenzato dalla cultura Nazca.
Questa “colonizzazione culturale” di Tiahuanaco fu pacifica e principalmente artistica e cosmogonica. La fusione delle due culture portò alla cosidetta area di influenza Tiahuanaco-Huari che si espanse fino al nord del Perú per altri due secoli.
La cultura Huari venne considerata il recipiente “vettore” di tutte le tradizioni arcaiche dell’area andina, a partire dalla più importante: il sole. I cosidetti missionari del sole portarono la loro visione spirituale e pacifica in gran parte del continente.
Per lo spagnolo Cieza de Leon, che visitò Tiahuanaco negli anni successivi alla conquista, i costruttori della cittadella Huari furono gli stessi di Tiahuanaco, anticipando di cinque secoli le evidenze archeologiche. 
L’archeologo Tello fu il primo a studiare il sito di Huari da un punto di vista scientifico, nel 1942.
La cittadella Huari situata a 3000 metri d’altezza sul livello del mare, si trova a circa 22 chilometri dall’attuale città di Ayacucho. Più recentemente sono state scoperte lunghe gallerie sotterranee e opere di canalizzazione su larga scala. Con la città di Huari si va delineando il classico urbanismo andino, con un centro religioso, costituito dal tempio, una zona urbana, dove vivevano i sacerdoti e gli incaricati del culto, e quindi un quartiere alto (chiamato Hanan), ed uno basso (Urin), dove vivevano gli artigiani, i soldati e gli agricoltori specializzati. La maggioranza della popolazione viveva poi sparsa nella valle presso i campi coltivati e le zone di allevamento degli animali (i camelidi andini).
Lo stile urbanistico Huari caratterizzato da abitazioni quadrate e rettangolari, e circondato da alte mura, fu utilizzato anche in altre unità abitative, come Wilka, Pikillacta e Choquepuquio. 
La cultura Huari si caratterizzò per complessi e interessanti creazioni artistiche. 
Nel villaggio di Huacauara vi sono otto litosculture o bassorilievi, originarie del tempio principale. Rappresentano figure umane dall’aspetto serio e tranquillo, vestite con mantelli ampi di stile cerimoniale e clericale. I più importanti resti artistici Huari sono però rappresentati dalla ceramica e dai tessuti.
Attraverso lo studio di queste creazioni artistiche si può comprendere nel dettaglio la vita e le tradizioni del popolo Huari. Inizialmente la ceramica si caratterizzò per essere costituita da grandi vasi policromi, utilizzati per offerte rituali. Succesivamente, intorno al IX secolo d.C., anche a causa dell’influenza Nazca, le iconografie dominanti furono le cabezas trofeo (teste mozzate e mostrate come trofeo, per far conoscere ai nemici la loro temibilità), e il serpente, simbolo dell’inframondo. I colori preponderanti furono il rosso vivo, il bianco e il grigio, spesso delineati dal nero.
Sono stati trovati anche grande vasi di stile Conchopata, Robles Moqo e Pacheco, di chiara influenza Tiahuanaco, caratterizzati dalla simbologia del Sole e decorati da immagini di Divinità e di piante medicinali. E’ frequente notare l’immagine sacra di Viracocha, il "creatore supremo", cosí come si vede nella puerta del Sol, a Tiahuanaco, accompagnato da 4 figure maschili e 4 femminili. Molto importante infatti, nella cultura andina è la numerología, con il 4, l’8 e il 9, considerati numeri sacri. 
Durante gli scavi archeologici nei cimiteri Huari si sono trovate varie mummie avvolte in coperte di lana o cotone squisitamente decorate, nelle quali dominano il rosso, il bordeaux, e le figure geometriche.
Di tutti gli antichi tessuti trovati in Sud America quelli Huari sono i più elaborati e complessi, ed in essi si nota che i soggetti, sia antropomorfi che zoomorfi, sono modellati, stilizzati, fino ad essere resi quasi astratti.
Alla base dell’iconografia Huari vi è l’influenza della grandiosa civiltà dell’altopiano andino, che ebbe il suo fulcro in Tiahuanaco. 
Dominante nel tessuto Huari sono i simboli del creatore, Viracocha, del sole e delle montagne, considerate sacre perché da esse sgorga l’acqua, che da la vita.
I tessuti Huari sembrano essere relazionati con il mondo del subconscio e, come i mandala buddisti, ci trasportano verso un messaggio cosmico, che va al di là della materialità.
Intorno all’anno 1000 d.C. la cultura Huari cessò repentinamente di esistere. Le cittadelle fortificate furono stranamente abbandonate. Alcuni studiosi hanno suggerito che il Perú meridionale fu colpito da una tremenda siccità che durò decenni. La popolazione declinò paurosamente e i superstiti, che si rifugiarono nelle vallate più vicine alla costa, persero parzialmente la cultura Huari, facendo proprie le tradizioni locali pre-esistenti. Questi popoli, che rappresentavano i sopravvissuti, si riorganizzarono per esempio nella cultura Chiribaya, ubicata presso l’attuale città peruviana di Moquegua, nella provincia di Ilo. 
I limiti settentrionali della cultura Chiribaya arrivarono al gruppo etnico Churajón, tipico della zona dove oggi sorge la città di Arequipa.
I Chiribaya, che prosperarono fino al 1350 d.C., quando furono inglobati nella cultura Incaica, furono conosciuti come i signori del mare e del deserto, infatti praticavano la pesca e avevano saputo trasformare in giardini aride valli desertiche. Avevano un sistema idrico sorprendente che in parte ricorda quello dei Sinù delle pianure colombiane. 
Inoltre allevavano i lama per sfruttarne le carni a scopo alimentare e praticavano la pesca con delle efficaci lance con punte di rame affilato. 
Nella ceramica e nei tessuti Chiribaya è forte la tradizione Huari: i colori più comuni sono: rosso, arancione, marrone, ocra e il giallo. 
Nei tessuti impiegavano cotone, lana di alpaca e vigogna. L’iconografia includeva figure di Divinità, geometriche, antropomorfe e zoomorfe.
Attraverso lo studio delle tombe Chiribaya si può giungere alla conclusione che la loro società era differenziata e gerarchica. Di solito le classi alte si ornavano i vestiti con artefatti di turchese, giada, lapislazuli e bellissime conchiglie. 
Durante gli scavi furono ritrovati alcuni recipienti di legno, carratterizzati da appendici zoomorfe di chiara derivazione Tiahuanaco. Per quanto riguarda la metallurgia utilizzavano il rame per alcuni strumenti come asce, cucchiai, coltelli. L’oro e l’argento erano utilizzati per fabbricare bellissimi gioielli che venivano indossati per richiamare il culto del Sole e della Luna.

YURI LEVERATTO
2009 Copyright

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