giovedì 22 aprile 2010

L'antica scrittura dei Maya


Il primo europeo che si trovò al cospetto delle vestigia della civiltà Maya fu l’andaluso Francisco Hernandez de Cordoba, in una spedizione del 1517. Lo scopo dell’esplorazione della terraferma centroamericana era imprigionare indigeni e impiegarli poi come schiavi nei terreni agricoli e nelle miniere di Cuba.
Gli avventurieri salparono da Cuba l’otto febbraio 1517 con due caravelle e un brigantino. Dopo circa venti giorni di navigazione, avvistarono terra nella costa dello Yucatan.
Gli invasori, stupefatti, videro delle case di pietra e si resero conto di essere al cospetto di una cultura avanzata. Il villaggio fu detto Gran Cairo, seguendo una tradizione medievale che vedeva come musulmana ogni civiltà non cristiana. Quella terra veniva però denominata Catoch dai gruppi tribali, che significava le nostre case. Un fraintendimento originò invece la parola Yucatan, in quanto sembra che, al tentativo di comunicare degli stranieri, i nativi rispondessero con il fonema Yu-ca-tan, che significava non capisco. Francisco Hernandez de Cordoba non aveva la minima idea che quei gruppi tribali fossero lontani discendenti del popolo Maya, una delle massime civilizzazioni dell’America precolombiana.
Nei giorni successivi, quando gli europei si addentrarono nell’interno, ci fu una violenta battaglia. Il cacique del Gran Cairo aveva preparato un’imboscata ed era convinto di annientare gli invasori. Ma gli stranieri non si fecero prendere di sprovvista e, armati di archibugi e balestre, riuscirono ad avere la meglio. Durante la battaglia, furono presi prigionieri due nativi, Julianillo e Melchorejo, poi battezzati e utilizzati come interpreti in altre spedizioni.
Mentre infuriava lo scontro, il cappellano dell’impresa si inoltrò nell’interno, e fu il primo a vedere alcuni centri religiosi Maya. Trovò pezzi d’oro e rame, poi riuscì a tornare avventurosamente alle navi. Gli esploratori costeggiarono quindi la penisola dello Yucatan, e vennero in contatto con altri popoli in un villaggio detto Campeche. Furono accolti pacificamente e vennero mostrati loro templi e sacerdoti che vestivano tuniche bianche, i cui capelli erano impregnati di sangue. Da questo particolare si venne a conoscenza che quelle tribù erano dedite ai sacrifici umani.
Durante le successive spedizioni i conquistadores trovarono, in alcuni templi, vari libri antichi, preziose testimonianze di un lontano passato. Purtroppo siccome secondo loro, i libri Maya erano impregnati di superstizioni e rappresentavano un ostacolo per la conquista e l’evangelizzazione di quelle terre, decisero di bruciarli tutti. A titolo di esempio si riporta una frase del vescovo Diego de Landa:
Trovammo molti libri antichi e siccome tutto ciò che contenevano era pieno di superstizioni
e degli inganni del diavolo, li bruciammo tutti, mentre i nativi cercavano di fermarci.
Per fortuna il vescovo prima di dare alle fiamme i manoscritti ne fece analizzare alcuni e riportò poi nei suoi appunti la sua teoria per decifrare quegli strani segni che vi erano contenuti (rivelatasi poi quasi esatta).
I membri della nobiltà Maya, furono rieducati nei monasteri e gli si proibì l’uso della vecchia scrittura. Nelle zone più isolate dell’interno, però si continuò ad utilizzare la scrittura Maya fino al 1697, quando il francescano Andres Avedano de Loyola giunse fino alla cittadella di Noj Peten.
Solo quattro libri Maya scapparono al fuoco bieco e devastatore dei feroci e ottusi conquistadores, e furono inviati alla corte degli Asburgo come regali esotici. Uno di essi giunse a Dresda e fu poi studiato, verso la fine del XVIII secolo dal naturalista prussiano Alexander Von Humboldt che lo riprodusse parzialmente, chiamandolo Codice di Dresda, nel suo libro Viaggio alle cordigliere. Negli ultimi anni del XIX secolo, il bibliotecario Ernst Forstemann studiò a fondo il Codice di Dresda e riuscì a decifrare il sistema aritmetico e il calendario Maya. Forstemann riuscì a dimostrare che i Maya utilizzavano un sistema di numerazione vigesimale, davano grande importanza allo zero e contavano il tempo a partire da un giorno remoto del IV millennio prima di Cristo. Inoltre provò che gli strani segni geroglifici che apparivano nei monumenti e nelle piramidi sommerse dalla vegetazione nella giungla mesoamericana, coincidevano con quelli trovati nel Codice di Dresda, e che, per leggerli bisognava procedere da sinistra a destra e dall’alto in basso a gruppi di due colonne.
Con lo scopo di ampliare l’oggetto di studio, verso la fine del XIX secolo i due ricercatori di frontiera A.P. Maudslay e T. Maler s’inoltrarono nella selva del Messico meridionale e fotografarono varie steli Maya nelle quali furono scolpiti in bassorilievo vari geroglifici antichi. I loro risultati furono sorprendenti, poiché vennero catalogati molti siti archeologici finora sconosciuti. Gli studi seguenti però, non portarono a grandi risultati sebbene poterono essere approfonditi i sistemi di calcolo Maya che portarono al calendario e al computo del tempo.
Un significativo passo in avanti nella decifrazione dei geroglifici Maya lo fece la storica dell’arte Tatiana Proskouriakoff (1909-1985). Nei suoi studi, si rese conto che alcune steli scolpite si alternavano con un intervallo pari a una generazione. Fu in grado di riconoscere alcuni simboli e a dar loro il significato di nascita, incoronazione, morte. Inoltre riconobbe alcuni segni usati per nominare alcuni re e principi del passato. Anche l’archeologo tedesco Heinrich Berlin dimostrò che, nella maggioranza dei casi, questi segni stavano a significare fatti storici che descrivevano la situazione politica e militare del tempo. Inoltre furono scoperti alcuni segni detti emblema, che si riferivano a città o villaggi.
A questo punto ancora non si era giunti a comprendere se i segni scolpiti nelle steli Maya o scritti nei quattro manoscritti conservati, corrispondevano a dei suoni gutturali concreti. Alcuni studiosi, sbagliando, avanzarono l’ipotesi che i glifi Maya fossero semplicemente dei pittogrammi, che richiamavano un’idea, ma non dei geroglifici facenti parte di una vera lingua.
L’archeologo e linguista Yuri Knorozov (1922-1999), cambiò radicalmente l’approccio allo studio dell’idioma Maya. Knorozov, che nel 1945 era un soldato dell’armata rossa, entrò a Berlino durante l’avanzata sovietica. Nelle vicinanze della biblioteca del Reich, trovò alcune casse piene di libri polverosi. Tra di essi vi era l’originale descrizione di Diego de Landa e le riproduzioni di tre dei quattro libri che erano stati spediti in Europa nel lontano XVI secolo. Quando, dopo la guerra, Knorozov riprese gli studi, si laureò con una tesi sul manoscritto di Landa, importante fonte di conoscenza sulla vita dei discendenti degli antichi Maya, prima dell’arrivo dei conquistadores. Nello scritto di Landa si sosteneva che i segni Maya corrispondessero a dei fonemi. Probabilmente Landa, prima di bruciare la maggioranza dei libri trovati chiese ai sacerdoti di leggere i segni, per lui incomprensibili, disegnati nei libri. Questi simboli erano in relazione pertanto, con dei suoni. Knorozov però, sapendo che i segni Maya erano circa 800, si rese conto che non potevano avere attinenza con i suoni dell’alfabeto latino (a, b, c, d etc.). D’altra parte i glifi Maya non potevano neppure essere caratteri ideografici come l’alfabeto cinese, in quanto nessuna lingua dispone di solo 800 parole.
Il numero 800 era stranamente simile a quello di altre scritture del passato: i Sumeri utilizzavano 600 caratteri per la loro grafia cuneiforme, mentre gli Ittiti ne usavano 497. Queste ultime due scritture alternavano il sistema sillabico con il logogrammico. Mentre per alcuni studiosi era impensabile che i Maya utilizzassero un sistema di scrittura simile a quello in uso presso antiche civiltà del Medio Oriente, Knozorov riuscì a dimostrare l’esistenza di caratteri sillabici. Si basò sul fatto che in alcuni manoscritti vi erano dei geroglifici corrispondenti alle rappresentazioni pittoriche. Per esempio vicino al disegno di un tacchino vi erano due simboli. Uno era la q dell’alfabeto di Landa. Siccome il tacchino veniva chiamato kutz in Maya antico, Knozorov ne dedusse che il secondo segno corrispondeva a tz.
Allo stesso modo la parola “cane” veniva tradotta tzul in Maya antico. Vicino al pittogramma di un cane sono stati trovati due segni: uno appunto corrisponde al tz e l’altro identificato come ul.
Basandosi su questo sistema Knozorov riuscì a scoprire molti segni sillabici. A partire dal 1960 i suoi studi furono riconosciuti mondialmente, e la scrittura Maya, fu chiamata logosillabica o mista. Attualmente sono stati decifrati circa 300 degli 800 segni Maya.
Secondo alcuni studiosi, questo idioma non si originò per facilitare le transazioni commerciali, ma semplicemente per legittimare il potere dei re, che si equiparavano agli Dei. I letterati, sacerdoti e scribi, generalmente vivevano a corte, e avevano il compito di raccontare, in forma scritta i fatti del regno. Siccome i manoscritti e le steli stuccate descrivevano principalmente i fatti della nobiltà e dei re, e non della vita quotidiana del popolo, è quasi certo che la scrittura Maya fosse destinata solo alle classi alte.
Secondo alcuni studiosi l’idioma Maya si originò da lingue pre-esistenti nell’area centro-americana, come la scrittura Epi-Olmeca, o Istmiana (dell’istmo de Tehuantepec). Si giunse a questa conclusione in seguito alla comparazione di decine di simboli che risultarono essere molto simili.
Bisogna ricordare che lo studio della enigmatica scrittura Maya non è interessante solo per gli specialisti. Le etnie Maya ancora oggi esistenti in Messico e Guatemala la considerano la scrittura dei loro antenati, e il suo studio e decifrazione ha contribuito a ridare loro identità e orgoglio.

YURI LEVERATTO
Copyright 2009

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