mercoledì 6 marzo 2013

La spedizione di Pedro de Candia, primo esploratore dell’Antisuyo


Il dipartimento peruviano del Madre de Dios, l’antico Antisuyo, è ancora oggi uno dei territori più misteriosi, selvaggi, poco conosciuti e incontaminati del pianeta. Le sue foreste vergini sono state dichiarate territorio “intangible”, (è proibito l’accesso, oltre ad ogni sfruttamento minerario, idrico o forestale), proprio per preservare l’enorme bio-diversità ivi presente. 
Nel corso dei cinque secoli che ci separano dall’arrivo dei conquistadores spagnoli in Perú, il Madre de Dios è stato anche l’obiettivo di molte spedizioni di esploratori ed avventurieri che cercavano la città perduta del Paititi, ultimo avamposto dove i sacerdoti Incas avrebbero nascosto immense ricchezze e antiche conoscenze, scappando dalla terribile avanzata degli spagnoli guidati da Pizarro.
In realtà, già intorno al 1537 si sparsero al Cusco alcune voci, di terre ricchissime situate verso oriente, dove chiunque poteva arricchirsi e vivere nell’opulenza. Bisogna considerare però che la visione indigena della ricchezza, era molto diversa di quella europea: per gli Incas l’oro non aveva valore intrinseco, ma era un oggetto sacro che serviva per avvicinarsi alla Divinità, mentre invece era la foglia di coca che aveva un valore altissimo.
Il primo esploratore che percorse le vallate ad oriente del Cusco e buona parte dell’attuale Madre de Dios non fu uno spagnolo, ma un italiano, nato a Creta nel 1484, detto Pedro de Candia. I suoi genitori, che erano proprietari di terre nell’isola greca, furono sterminati durante un attacco di turchi-ottomani. Il giovane Pedro fu così trasferito in Italia e fu cresciuto dallo zio materno, nella cittadina di Castel Nuovo.
La sua indole inquieta e intraprendente lo portò, giovanissimo, ad arruolarsi nell’esercito dell’impero spagnolo, infatti, già nel 1509, all’età di 25 anni, partecipò agli assedi di Orano e Tripoli, dove gli Spagnoli combatterono contro i loro rivali Ottomani. Dopo altre battaglie, come quella di Pavia nel 1525, viaggiò in America, al seguito del nuovo governatore di Panama, Pedro de los Ríos, dove giunse nel 1526.
Nel 1527 Pedro de Candia conobbe Francisco Pizarro, nell’estuario del Rio San Juan, territorio facente parte oggi del dipartimento colombiano del Chocò.
Dopo varie vicissitudini, durante le quali si organizzava la spedizione per la conquista del Perú, Pedro de Candia prese parte al celebre episodio dei 13 dell’isola del Gallo, nel quale Pizarro nominò i suoi luogotenenti e giurò di portare a termine l’impresa di conquista. Nell’anno successivo Pedro de Candia esplorò le attuali coste del dipartimento colombiano di Nariño e dell’Ecuador, giungendo fino al villaggio indigeno di Tumbes, dove fu accolto con benevolenza dagli autoctoni.
Viaggiò quindi in Spagna, insieme al comandante Francisco Pizarro, con il fine di chiedere l’autorizzazione e i mezzi sufficienti per intraprendere la conquista del Perú. Fu nominato artigliero del regno e gli fu concesso uno stipendio annuale di 60.000 maravedis.
Nel 1532 partì alla conquista del Perú, agli ordini di Francisco Pizarro. Sul finire dell’anno, in seguito al sacco di Cajamarca, dove 168 uomini sconfissero un esercito ben più numeroso e imprigionarono il re degli Incas Atahualpa, Francisco Pizarro ottenne un immane tesoro (ben 6 tonnellate d’oro e 11 d’argento). A Pedro de Candia furono destinati ben 9.909 pesos d’oro e 407,2 marchi d’argento. (circa 44 chili d’oro e 87 d’argento).
Nel febbraio del 1534, Pedro de Candia fu inviato in avanscoperta insieme ad Hernando de Soto e Diego de Aguero, con il fine di giungere al Cusco, la capitale del Perú.
Fu nominato primo sindaco del Cusco spagnolo, e tenne una relazione amorosa con una bellissima principessa incaica, con la quale ebbe un figlio.
Nel 1536 si distinse nella difesa del Cusco, quando Manco Inca la assediò, tentando di ristabilire il dominio degli Incas.
Nell’aprile del 1538, quando vi fu la battaglia tra la fazione di Pizarro e quella fedele al capitano Almagro, Pedro de Candia si schierò con il comandante della spedizione, e contribuì alla vittoria finale.
A questo punto il fratello di Pizarro, Hernando, al vedere che molti capitani si trovavano senza occupazione al Cusco, pensò di concedere delle autorizzazioni per conquistare altri territori. Questa decisione, presa probabilmente su ordine di suo fratello Francisco Pizarro, era dovuta al fatto che l’ozio e la noia avrebbero giocato contro il comandante, favorendo rivolte e congiure.
Proprio in quel periodo Pedro de Candia aveva ottenuto alcune informazioni da una concubina indigena che gli aveva descritto una terra ricchissima chiamata Ambaya, situata all’oriente delle Ande, in un territorio forestale immenso.
La zona dell’Antisuyo (oggi Madre de Dios), era stata esplorata circa un secolo prima dall’imperatore degli Incas Pachacutec, che aveva percorso il fiume Amarumayo (o fiume dei serpenti, oggi Rio Madre de Dios), ed era tornato nell’altopiano andino con molto oro, coca, preziose piante medicinali e frutti esotici.
Pedro de Candia investì quasi tutti i suoi averi nell’impresa, nella quale reclutò circa 50 cavalieri e 250 fanti, con lo scopo di partire alla conquista dell’Antisuyo.
Qui di seguito si riporta un passaggio del libro Historia general de los hechos de los Castellanos en las islas y tierra firme del Mar Oceano dello scrittore spagnolo Antonio de Herrera, dove si descrivono i preparativi per la spedizione:

Siccome in quel periodo vi erano al Cusco più di mille seicento soldati, Hernando Pizarro decise di sbarazzarsi di tanta gente oziosa e ansiosa d’intraprendere qualsiasi avventura..e Pedro de Candia iniziò a organizzarsi per la partenza ed investì ottantacinque mila pesos d’oro e inoltre s’indebitò, e armò un esercito di trecento soldati i quali vedendo che lui spendeva e investiva così tanto si convinsero di seguirlo e che forse andavano ad arricchirsi e anche se non si fosse trovato nulla non avrebbero perduto nulla e per questo decisero di andare con lui…Pedro de Candia camminò fino alla valle di Paqual, dieci leghe dal Cusco, e solo cinque leghe dalle montagne delle Ande e ivi si fermò un mese e mezzo per organizzarsi.

Pedro de Candia rimase per circa un mese nella valle di Paqual, che corrisponde probabilmente all’attuale valle del fiume Mapacho (denominato più a valle Yavero, un affluente dell’Urubamba). Durante questa lunga sosta acquisì importanti informazioni sulle vallate, totalmente sconosciute agli europei, che si trovano ad oriente delle Ande, già nella conca dell’attuale Rio Madre de Dios. Ecco il seguito della narrazione dello scrittore Antonio de Herrera:

Pedro de Candia si diresse verso la cordigliera che viene chiamata comunemente delle Ande, nell’intento di attraversarla. Detta catena montuosa ha in questa zona, come limite settentrionale il fiume Opotari e, come limite meridionale, la valle di Cochabamba, dove vivono i Mojos, e finalmente attraversò detta cordigliera entrando per la valle del fiume Tono e presso Opotari entrò in un villaggio grande e popolato. Opotari si trova a tre leghe dal Tono e trenta dal Cusco, e proseguendo trovò un territorio così accidentato, con pantani insidiosi, fiumi impetuosi da attraversare e boschi così fitti e spinosi, che i cavalli avevano difficoltà ad avanzare e gli uomini si ferivano cadendo nei dirupi e gli si gonfiavano le ferite, e con tutto ciò continuavano ad avanzare…
Con queste grandi difficoltà vedendo montagne così aspre e foreste fittissime dove i raggi del sole entravano a malapena, e quasi sempre pioveva a dirotto e soffiavano venti impetuosi, Pedro de Candia era incerto sul da farsi, se tornare indietro o continuare ad avanzare, tutti erano confusi perché continuare il viaggio era quasi impossibile e cercare di tornare indietro per lo stesso cammino percorso era sommamente complicato.
Decisero comunque di proseguire e giunsero alle torride terre di Abisca, dove si fermarono e cercarono cibo. Mentre si riposavano il capitano inviò alcuni suoi luogotenenti più avanti per vedere cosa vi fosse, ma quando essi tornarono dopo pochi giorni dissero che la selva era sempre più intricata e che era impossibile proseguire. Ecco che crebbe il discontento per essersi messi in terre tanto aspre, torride e malariche. Si decise comunque di proseguire e dopo quattro giorni di cammino s’incontrarono nativi cannibali che utilizzavano frecce avvelenate. Tutti codesti indios s’unirono per dare battaglia a li castigliani e li attaccarono nelle retroguardie e si riparavano con spesse pelli di tapiro che rendevano inefficaci le spade degli stranieri. Cosicché gli spagnoli spararono con gli archibugi per disperdere detti indios e uno d’essi cadde prigioniero e domandandogli con l’interprete: che terra era quella e quanti giorni erano necessari per uscire da detto intrico, rispose: che non c’era altra cosa che montagne e selva, selva e montagne, uguali a quelle già attraversate e domandandogli nuove della sua tribù disse: che non avevano altra cosa se non casupole piccole coperte di rami e che le loro armi erano quegli archi e frecce e che mangiavano manioca che piantavano e che così vivevano contenti pensando che giammai avrebbero visto uomini barbuti e che in quei boschi c’erano scimmie e grandi gatti che loro uccidevano con le frecce avvelenate e vari tapiri, e disse agli stranieri che non andassero oltre perché si sarebbero perduti tutti. Non seguendo ciò che l’indio disse continuarono ad avanzare, camminando una lega al giorno, soffrendo gli uomini di ferite che s’imputridivano e si gonfiavano dovuto agli insetti e alle spine che si conficcavano nei piedi e nelle gambe. Era un supplizio vedere quegli uomini pieni di piaghe e ferite purulente attraversare pantani malsani e soffrendo pure la fame tanto che furono costretti a mangiare i cavalli che non potevano più avanzare. I fiumi erano sempre più larghi e profondi ed era sempre più duro tagliare la legna per costruire ponti. Pedro de Candia era perplesso e con l’appoggio della maggior parte ordinò che si tornasse indietro camminando però verso sud-est e Dio Nostro Signore permise che s’incamminarono in una vallata dove in pochi giorni riuscirono ad uscire da tale selva così temibile e oscura dove rimasero per tre mesi e dove nessun castigliano perse la vita, e così risalirono verso il Collao (altopiano) presso vari villaggi che erano stati affidati al canario Alonso de Mesa e a Lucas de Martin dove ricevettero aiuto e riposo.

Analizzando questa interessante descrizione si evince che la truppa di Pedro de Candia entrò, nel giugno del 
1538, nel bacino del Madre de Dios proprio nella vallata del Rio Tono, fiume che sbocca nel Rio Pilcopata (che a sua volta unendosi al Piñi Piñi forma l’alto Madre de Dios), presso l’odierna cittadina omonima.
Avanzando nella vallata giunsero al villaggio di Opotari, forse situato nella zona dove oggi sorge il paese di Patria.
Siccome dalle descrizioni d’altri scrittori si sa che la truppa rientrò nell’altipiano risalendo il Rio San Gaban, che è un affluente dell’Iñabari, si può pensare che Pedro de Candia abbia avanzato in direzione sud-est. In questa spedizione Pedro de Candia non ebbe la fortuna di Cortes o di Pizarro e non trovò territori ricchi d’oro (in realtà in ogni fiume del Madre de Dios vi è oro, ma è difficile estrarlo). Quindi dovette scontrarsi con pericolosi indigeni cannibali e decise saggiamente di rientrare verso l’altopiano andino.
Secondo altri scrittori dell’epoca, Pedro de Candia rientrò verso l’altopiano perché alcuni autoctoni gli avevano rivelato che il territorio ricco d’oro era il paese dei Chuncos all’est del Rio Carabaya (oggi detto Rio Tambopata, dipartimento peruviano di Puno, al confine con la Bolivia).
A questo punto, Hernando Pizarro, che era venuto a sapere, dopo aver ricevuto alcune missive dalla spedizione, che uno degli uomini di Candia, Alonso de Mesa, voleva tornare al Cusco e tentare di liberare Almagro, si diresse nel luogo dove erano accampati gli uomini di Candia, probabilmente i villaggi di Corani o Macusani, nell’odierno dipartimento di Puno.
Hernando Pizarro prese prigionieri Alonso de Mesa e Pedro de Candia con l’accusa di tradimento. Contestualmente concesse al capitano Pedro Anzures Henríquez de Campo Redondo (detto Peranzurez) l’autorizzazione ad esplorare il territorio del Carabaya o paese dei Chuncos.
Nei giorni successivi mentre Alonso Mesa fu decapitato, perché si comprovò che aveva realmente tramato contro Pizarro, Pedro de Candia fu liberato, poiché si accertò che non aveva nulla a che fare con la congiura, ma era solo interessato a trovare la favolosa Ambaya o territori ricchi d’oro senza però voler creare un suo dominio personale, ma sempre sommettendosi al potere del re e dei Pizarro.
Pedro de Candia con i suoi uomini si misero così in marcia verso il Rio Carabaya (Tambopata), seguendo i passi di Peranzurez, che probabilmente si trovava alla confluenza del Tambopata con il Pablobamba, dove oggi sorge il villaggio di Putina Punco.
I due comandanti s’incontrarono proprio in quella zona nell’agosto del 1538 e stabilirono il loro quartier generale proprio dove due anni più tardi fu fondato il villaggio di San Juan del Oro.
La zona era ricchissima d’oro che si trovava sia negli affluenti del Tampopata che in alcune vene, nelle montagne circostanti. Non si sa se nel complesso Pedro de Candia riuscì a rientrare dall’enorme somma che aveva investito nella fallita spedizione alla mitica Ambaya, ma è certo che il suo rapporto con i fratelli Pizarro si era incrinato e quindi aderì alla fazione ribelle di Almagro el Mozo. Nel 1542 però, Pedro de Candia fu ucciso proprio dallo stesso Almagro el Mozo, che lo accusò di tradimento tentando di riavvicinarsi alle forze realiste di Cristobal Vaca de Castro.
Pedro de Candia fu il primo di una lunga serie d’avventurieri ed esploratori che partirono negli anni seguenti alla ricerca delle terre ricchissime del Paititi. Ebbe il merito di essere stato il primo ad inoltrarsi nelle foreste del bacino del Madre de Dios e a rientrare nell’altopiano andino, potendo così dare notizie al mondo della misteriosa selva primaria amazzonica.

YURI LEVERATTO
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