giovedì 25 luglio 2013

Il saccheggio di Machu Picchu


Il sovrano degli Incas Pachacutec fece costruire, intorno al 1440 d.C., un complesso urbano con edificazioni imponenti tra le cime chiamate Machu Picchu e Huayna Picchu, non lontano dal fiume Urubamba, nell’attuale Perú meridionale.
La cittadella, il cui nome originario era probabilmente Picchu, ebbe forse una funzione religiosa e fu popolata da dignitari di casta alta vicini al re. Il ritrovamento di scheletri di donne giovani fa pensare alle vergini del Sole, e configurerebbe l’insediamento come un’Aclla o casa delle prescelte.
L’insediamento è diviso in una zona agricola, costituita da terrazze coltivate delimitate da muri di contenzione, e la zona urbana, dove si svilupparono le principali attività religiose ed abitative. Le due aree sono divise da un muro lungo circa 400 metri parallelo ad un fossato che serve da scarico per l’acqua.
La costruzione di Machu Picchu (come viene denominata oggi: dal quechua montagna vecchia), in una zona geologicamente instabile, ad altissima piovosità e in bilico tra due montagne è stata un’opera ingenieristica di massimo livello. Il sistema di scarico delle acque, costituito da 129 canali è ancora oggi ammirato come unico. I circa duecento edifici sono stati costruiti tenendo in conto fenomeni astronomici come gli equinozi, e sono orientati per coincidere con alcune stelle durante particolari giorni dell’anno. Quasi tutti i fabbricati hanno un perimetro rettangolare, e i muri sono costituiti da granito che fu lavorato con asce di bronzo, in quanto il ferro era poco utilizzato nell’impero incaico. Nel settore alto, denominato Hanan, oltre ad unità abitative, vi è il tempio del Sole, utilizzato per cerimonie relazionate con il solstizio di giugno; alcuni studiosi lo indicano come un mausoleo dove sarebbe stata conservata la mummia di Pachacutec. Nel settore alto, vi è un patio quadrato circondato da costruzioni mirabili: due templi principali e una casa sacerdotale.
Nel settore basso, detto Urin, si trova un grande edificio caratterizzato da una sola porta d’ingresso.
Da alcuni studi si evince che si tratta della Acllahuasi, o casa delle donne prescelte, che si dedicavano alla religione e all’artigianato.
Nei cent’anni successivi alla sua fondazione, Machu Picchu prosperò. Nei dintorni erano stati fondati altri insediamenti come Patallacta e Quente Marca, che servivano come basi per l’approvvigionamento agricolo di Machu Picchu.
Negli anni seguenti alla morte di Pachacutec, comunque, Machu Picchu perse parte della sua importanza, in quanto dovette competere con i possedimenti personali degli altri imperatori.
Quando gli spagnoli irruppero con la forza nella regione del Cuzco, intorno al 1534, molti coloni agricoli, chiamati mitimaes, che erano stati obbligati a lavorare nelle vallate attigue, tornarono alle loro terre, abbandonando la zona. Durante la resistenza di Manco Inca all’invasione degli spagnoli alcuni nobili che vivevano a Machu Picchu s’integrarono nella corte del sovrano incaico abbandonando pertanto la città.
Tuttavia, alcuni documenti dell’epoca, provano che Machu Picchu non rimase del tutto deserta negli anni successivi, ma pagava un tributo alla città di Ollantaytambo, in mano agli spagnoli. L’ultimo curaca di Machu Picchu, Juan Macora, fu il capo spirituale della città fino al 1568.
Poi, più nulla, solo documenti non chiari, descrizioni confuse.
Machu Picchu rimase persa nell’oblio per più di 300 anni, quando un colono tedesco di nome Augusto Berns la visitò nel 1867.
Purtroppo il tedesco non era un archeologo e neppure una persona interessata alla storia e rispettosa dei reperti antichi. Il rude avventuriero costituì una società per lo sfruttamento dei tesori auriferi che avrebbe incontrato nel sito, chiamata Compañia Anonima Explotadora de las Huacas del Inca e, con il beneplacito del governo peruviano di allora, iniziò a saccheggiare la città, e a vendere innumerevoli manufatti in oro dall’enorme valore artistico e intrinseco a commercianti senza scrupoli.
Nel 1870 lo statunitense Harry Singer disegnò una mappa della zona e, per la prima volta riportò la dicitura Machu Picchu, provando che il luogo iniziava ad essere conosciuto.
Nel 1902 Agostino Lizaraga, un proprietario terriero del Cuzco, visitò Machu Picchu con alcuni suoi amici.
Nove anni più tardi, lo statunitense Hiram Bingham, professore di storia, giunse presso il Cuzco. Venne a contatto con l’archeologo Gabriel Cosio che gli descrisse Machu Picchu. Bingham intuì la possibilità di conoscere un sito archeologico di enorme importanza. Vi giunse poco dopo, guidato da un altro peruviano, Melchor Arteaga. Lo statunitense si rese subito conto di trovarsi di fronte ad un luogo straordinario. Con l’appoggio dell’Università Yale, della National Geographic Society e del governo peruviano, Bingham realizzò accurati studi archeologici dal 1912 al 1915, coadiuvato da due altri statunitensi e da vari peruviani. L’esistenza di Machu Picchu fu divulgata al mondo nel 1913, mentre Bingham stava conducendo i suoi studi. Lo statunitense, che fu il primo a studiare il sito archeologico, fu però il responsabile di aver inviato negli Stati Uniti ben 46.332 reperti archeologici, che tuttora si trovano nell’Università privata Yale, nella città di New Haven, nel Connecticut, e non sono ancora stati restituiti al governo del Perú. Centinaia di casse contenenti mummie intere perfettamente adornate, oggetti in oro dal valore inestimabile, ceramiche finemente intagliate e altri utensili importantissimi per conoscere la vita e la cultura degli Incas, furono trasportate a dorso di mulo fino al Cuzco e quindi caricate su treni da dove venivano trasportate fino al porto di Mollendo, città dell’attuale dipartimento di Arequipa, da dove presero la via del mare per gli Stati Uniti. Forse tra le mummie depredate vi era quella di Pachacutec? Il governo di Lima, che aveva autorizzato Bingham ad effettuare degli studi storico-archeologici, si dimostrò impotente nel fermare il saccheggio di Machu Picchu. In seguito a questa razzia, effettuata probabilmente con la scusa che nell’Università Yale i reperti potevano essere studiati, Bingham ottenne fama e potere e successivamente fu eletto senatore degli Stati Uniti e governatore del Connecticut (nel 1925). Gli oggetti prelevati indebitamente si trovano ancor oggi nell’Università Yale. Solo negli anni 80’ del secolo scorso s’iniziò a studiarli e a catalogarli. Attualmente alcuni reperti vengono mostrati nel museo Peabody dell’Università Yale.
Nei primi anni del XXI secolo il governo peruviano ha iniziato una causa contro l’Università Yale per ottenere la restituzione dei reperti sottratti. L’attuale governo peruviano sta invece seguendo una politica più morbida, per cercare un accordo con l’Università Yale. Sembra però che l’Università abbia posto le sue condizioni per la restituzione di circa 350 reperti sui quali comunque sostiene di mantenerne l’usufrutto per altri 99 anni. Inoltre ha posto la condizione che sia costruito un museo (a spese del Perú) nel Cuzco, nel quale questi oggetti possano essere esibiti. Non è chiara la sorte degli altri reperti.
A mio parere tutti i 46.332 oggetti ingiustamente sottratti devono essere restituiti al più presto e senza condizioni dall’Università Yale al popolo peruviano, leggittimo proprietario. Deve inoltre essere pagato un equo risarcimento al governo peruviano.

YURI LEVERATTO
Copyright 2008 

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