martedì 7 aprile 2015

Il mondo islamico, ultimo scoglio alla globalizzazione


Il 1989 è stato un anno fondamentale per l’accelerazione del piano dei globalisti estremi.
A giugno vi sono state le proteste di Piazza Tiananmen, a Pechino. In seguito la Cina ha aperto alla globalizzazione e allo sbarco di imprese straniere nel suo territorio, e poi, nel 2002, è entrata a far parte del WTO.
Nel mese di novembre, con la caduta del muro di Berlino, l’Europa dell’Est si apriva lentamente alla globalizzazione.
Ma anche l’Urss, solo due anni dopo (dicembre 1991), sarebbe crollata, implodendo. L’enorme spazio russo sarebbe stato così integrato lentamente nel mondo globalizzato, anche se oggi vediamo che il forte nazionalismo di Putin ha parzialmente richiuso le porte al progetto globalista.
Negli anni che seguirono l’Unione Europea si allargava ad Est includendo le nazioni dell’ex patto di Varsavia.
Ormai il progetto globalista stava dilagando nel pianeta, ma vi era ancora uno sterminato territorio, esteso dalla Mauritania al Pakistan, e abitato da più di un miliardo e duecento milioni di persone, dove la globalizzazione non era ancora arrivata.
Mi riferisco al mondo islamico.
Eccettuate poche isole globalizzate, come per esempio Dubai, o Abu Dhabi, l’intero blocco islamico era una barriera al piano globalista. Le grandi banche e multinazionali non vi erano ancora arrivate. In pratica non era possibile mangiare da KFC o comprare le Nike a Khartum, la capitale del Sudan, o nello Yemen, o in Iran.
Il mondo islamico, proprio per la sua forte caratterizzazione culturale, ed essendo ancora oggi un tutt’uno di religione-cultura-leggi, non poteva essere facile preda dei poteri forti, ossia delle multinazionali e banche, facenti parte del circo globale. Perchè?
Ma è ovvio, il mondo islamico non avendo attuato critiche alla sua religione, come invece è stato fatto in Occidente, non ha compiuto una decisa separazione tra religione, cultura e leggi (sharia). La cultura islamica, quindi, era, ed è vista come una barriera granitica alla globalizzazione.
Il piano messo in atto dai globalisti per la conquista economica e culturale del mondo islamico si sta attuando sia nei paesi musulmani sia, indirettamente, nei paesi occidentali.
Il primo passo di questo piano è la massiccia diffusione del relativismo culturale in Occidente, ma anche nel mondo islamico.
Considerando ogni cultura ugualmente valida, si appiattiscono i costumi e le tradizioni, si uniformano gli usi, si liquefano le differenze tra le etnie, e si fa così il gioco dei poteri forti, dei capi di banche e multinazionali, che hanno proprio questo come obiettivo, con lo scopo di vendere un prodotto su scala planetaria.
L’afflusso di milioni di immigrati islamici in Occidente, dalla cultura aggressiva ed esigente, ha lo scopo di disorientare gli occidentali.
In nome del relativismo, masse di europei e nord-americani potrebbero iniziare lentamente ad accettare in Occidente pratiche culturali ostili alla loro tradizione (mi riferisco alla sharia), e quindi i loro valori cristiani ed illuministici saranno lentamente annacquati.
Se hai perso le tue tradizioni, il tuo modo di concepire le relazioni interpersonali e i tuoi costumi, se non ti riconoscerai più nella tua cultura, accetterai facilmente il prodotto globale, anzi lo difenderai e addirittura ti identificherai con esso.
Oltre a ciò i globalisti si avvantaggiano dalla forte immigrazione incontrollata in Occidente, potendo così contare su un substrato di persone che accetteranno bassi salari e appiattiranno le richieste dei lavoratori.
Contestualmente nel mondo islamico sono stati introdotti i social media, (come facebook, google plus, twitter), e grandi catene televisive come Al Jazeera e CNN in arabo, che ne hanno favorito l’occidentalizzazione culturale ed economica.
Inoltre i paesi occidentali, con in prima linea gli Stati Uniti d’America, hanno spinto i paesi islamici integralisti a concedere maggiori diritti alle donne, e ad aprire le società al libero mercato.
Con il famoso discorso del Cairo di Barack Obama (2009, “A New Beginning”), il leader americano ha sottolineato i risultati della civiltà islamica nel passato, favorendo un’integrazione con l’Occidente, che in realtà avvantaggia il globalismo estremo.
In pratica i leader dell’Occidente spingono per un allontanamento del mondo arabo dalla sharia e una progressiva integrazione nei valori occidentali. Se questo si verificherà la cultura islamica sarà annacquata e sarà quindi facile preda della globalizzazione.
Il progetto globalista ha come unico scopo quello di appiattire le culture, smussare le differenze, considerare tutte le religioni simili e ugualmente valide, quanto invece non sono affatto uguali, in quanto si basano su concetti spesso in antitesi tra di loro.
In definitiva questo piano è individuabile come un tentativo di omologazione globale dell’umanità sotto una sola ed unica bandiera, quella del consumismo. Quindi le differenze di cultura e di religione rappresentano, per i globalisti estremi, solo una barriera al loro obiettivo.
Ecco così che l’Unione Europea ha rinunciato a dichiarare le radici cristiane come patrimonio comune europeo. Se invece si fossero sancite si sarebbe posto un freno all’inclusione forzata del mondo islamico, come invece si sta facendo. Ed inoltre la UE spinge per includere al suo interno la Turchia, paese islamico e non europeo.
L’immigrazione islamica in Europa fa parte del piano globale. E’ vero che molti islamici che vengono a vivere in Europa si sono radicalizzati, abbracciando il fondamentalismo e addirittura appoggiando il terrorismo, ma, secondo la visione globalista, la maggioranza di essi si occidentalizzerà, perdendo in parte i loro valori islamici.
Il disegno finale dei globalisti è un Medio-Oriente sempre più simile all’Europa e un’Europa sempre più islamizzata, proprio perché, senza differenze, i cittadini-consumatori, che ormai avranno perso completamente la loro identità, accetterrano i prodotti globali, non riconoscendosi più nella loro cultura originaria.
Come arginare tutto ciò?
Molti sostengono che il progetto globalista vada fermato uscendo dall’euro e tornando alle valute nazionali. A questa tesi ho risposto che con una valuta nazionale debole i singoli stati sarebbero ancora più preda delle fameliche multinazionali, anche cinesi, che s’impadronirebbero degli ultimi gioielli in vendita, come per esempio le imprese strategiche europee (vedi: Finmeccanica).
L’euro è solo uno strumento di pagamento, ma non è responsabile di questo piano globalista che tende ad appiattire le culture con lo scopo di dominare economicamente il pianeta.
A mio parere i singoli stati dell’Unione Europea dovrebbero innanzitutto riconoscere le radici comuni cristiane, e fermare subito l’allargamento della UE (chiudendo definitivamente all’ingresso della Turchia), che contribuirebbe solo ad annacquarne ulteriormente i valori. Quindi dovrebbe essere fermato il processo d’islamizzazione, che mischiando popoli di culture in antitesi tra loro, non fa altro che favorire il piano dei globalisti.
Le differenze tra culture non sono una cosa negativa, l’importante e che i popoli si rispettino e fondino i loro rapporti su basi amichevoli.

YURI LEVERATTO
Copyright 2015

Bibliografia: http://en.wikipedia.org/wiki/A_New_Beginning

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