venerdì 14 gennaio 2011

Il dominio degli africani nelle terre ecuadoriane di Esmeraldas


Nel 1553 accadde un fatto molto particolare nel Nuovo Mondo, nell’attuale costa ecuadoriana di Esmeraldas, così denominata in quanto ricchissima di smeraldi. 
In quel tempo l’abbietto traffico di schiavi africani era già in corso da vari decenni ma proprio intorno alla seconda metà del XVI secolo si stava ingrandendo e stava assumendo un’importanza enorme.
Di solito il traffico di schiavi, prima monopolizzato da Spagnoli e Portoghesi e poi dagli Inglesi, si svolgeva nell’ambito di un lucroso commercio trilaterale.
I mercanti di merce umana giungevano in Africa con alcool, armi e chincaglierie, che scambiavano con i governanti locali in cambio di schiavi. Quindi rivendevano gli schiavi a Coro o Cartagena de Indias, ottenendo in cambio: oro, tabacco, cacao, canna da zucchero, cotone, caffè. Con queste merci rientravano in Europa ed erano pronti ad intraprendere un altro viaggio.
A partire dal 1540, anche nel recentemente fondato vicereame del Perú, si necessitarono schiavi per il duro nei campi.
I galeoni spagnoli che partivano dal porto di Panamá, si dirigevano verso sud, con destinazione la Ciudad de los Reyes, chiamata successivamente Lima, nome che richiama agli indigeni che vivevano nell’area dove Francisco Pizarro fondò la sua capitale.
Uno di quei galeoni, il cui armatore era Alonso Illescas, si diresse verso il Perú nell’ottobre del 1553. A bordo, oltre a varia merce da recapitare in Perú, vi erano ventitre schiavi africani (17 uomini e 6 donne). Il veliero rimase fermo presso l’attuale costa di Esmeraldas per circa 30 giorni, per totale mancanza di vento.
Quando finalmente si alzò una timida brezza, il galeone spagnolo riprese la sua marcia verso sud, ma il comandante decise di fermarsi, dopo aver doppiato il Capo di san Francisco, e gettò l’ancora in una baia, chiamata Portete.
Lo scopo della sosta era cercare acqua fresca, frutta, e possibilmente cacciagione, in quanto durante i lunghi giorni di bonaccia si erano consumati tutti i viveri.
Gli Spagnoli sbarcarono e portarono con loro tutti gli Africani, che avrebbero potuto aiutarli nella ricerca di cibo. Durante la loro assenza, il vento iniziò a soffiare con forza inaudita e ci fu un’improvvisa tempesta. Il galeone fu spinto verso la scogliera e naufragò senza che coloro i quali erano rimasti a custodirlo potessero fare nulla.
Quando il gruppo che si era spinto all’interno per cercare cibo tornò verso la baia si rese conto che ormai era accaduto l’irreparabile: il galeone era distrutto e la maggioranza della merce era andata persa. Approfittando della situazione di confusione i ventitré africani scapparono nella selva.
Gli Spagnoli non agirono con particolare astuzia: invece di procedere alla costruzione di un brigantino, che avrebbe potuto, costeggiando, condurli alla salvezza, decisero d’intraprendere un difficile cammino lungo la costa sperando forse di giungere presso un villaggio abitato da altri Europei.
Quasi tutti morirono lungo il cammino, alcuni di malaria cerebrale, altri di sete e stanchezza. Solo pochi superstiti giunsero, dopo mesi d’avversità e indescrivibili ristrettezze, in un remoto villaggio abitato da coloni, ma morirono subito dopo aver raccontato l’accaduto.
Gli Africani invece, riuscirono ad appropriarsi d’armi bianche e anche d’alcuni archibugi, che erano stati abbandonati dagli Spagnoli presso il relitto. S’inoltrarono nell’interno e s’imbatterono in un villaggio d’indigeni Pidi. Questi ultimi erano bassi e tarchiati, e avevano caratteristiche somatiche molto simili ai nord-siberiani di oggi: occhi a mandorla, zigomi molto pronunciati e capelli lisci neri. Erano abituati da secoli a vivere in un ambiente equatoriale umido, dove la selva era molto intricata e insidiosa.
Anche gli Africani, originari del golfo di Guinea, trovarono un ambiente naturale molto simile alla loro terra lontana, e s’adattarono rapidamente.
All’arrivo degli stranieri nel villaggio, inizialmente gli autoctoni Pidi scapparono terrorizzati.
Possiamo immaginare la loro reazione, vedendo arrivare 17 uomini e 6 donne dalla pelle scura, con tratti somatici differenti rispetto ai loro: naso schiacciato, labbra sporgenti, capelli crespi.
Gli Africani si stanziarono nel villaggio e razziarono tutti gli alimenti che trovarono.
Quando, dopo poche ore, i nativi ritornarono decisi a scacciare gli invasori dal loro territorio, ci fu un’aspra battaglia, nella quale gli Africani risultarono vittoriosi, soprattutto perché potevano contare sulla forza delle armi di ferro, come asce e pugnali, ma anche perché erano superiori sul piano fisico.
I Pidi, avendo subito alcune perdite, si resero conto che i nuovi arrivati erano ossi duri e decisero di venire a patti, accettando di sottomettersi.
A questo punto sorse un capo, un africano chiamato Anton. Erano passati già alcuni giorni dal naufragio e, nelle terre ecuadoriane di Esmeraldas, stava per succedere uno dei più interessanti casi di adattamento, simbiosi e sincretismo, tra differenti culture, dell’intera Storia del genere umano.
Nella zona vi erano anche altri gruppi d’indigeni: i pacifici Niguas e i bellicosi Campas, che presto si resero conto dell’instabilità creata dall’arrivo degli intrusi Africani.
Dopo pochi giorni avvenne un altro scontro cruento tra gli Africani guidati da Anton insieme con un gruppo di Pidi, e i temibili Campas.
Questi ultimi ne uscirono vittoriosi e sei africani perderono la vita nella battaglia, oltre a vari indigeni Pidi.
Gli Africani dovettero ritirarsi e, a causa di varie scaramucce successive, rimasero solo in sette uomini e tre donne. In seguito alla morte di Anton, il comando fu assunto da Alonso Illescas, un africano nativo di Capo Verde, che aveva vissuto per anni a Siviglia, come schiavo dell’armatore del galeone naufragato, ed era stato battezzato con lo stesso nome del suo ex-padrone.
A questo punto, gli Africani rimasti, rendendosi conto che erano circondati da gruppi d’indigeni ostili, che prima o poi li avrebbero uccisi, decisero d’attuare un piano diabolico: ogni nativo potenzialmente pericoloso doveva essere ucciso, sarebbero stati risparmiati solo i mansueti, oltre a vecchi, donne e bambini.
Fu una vera e propria guerra per la sopravvivenza: la mattanza fu crudele e la maggioranza dei Campas fu trucidata.
Alonso Illescas fu nominato cacique (capo indigeno), dei Niguas e dei pochi superstiti Campas, e gli fu offerta in sposa una bellissima ragazza Nigua.
Passò qualche mese di relativa calma, e quindi Alonso Illescas fu invitato ad una festa di un poderoso cacique, chiamato Chilindauli, che era il re di una vallata vicina, nei pressi dell’attuale baia di San Matteo.
Proprio durante i festeggiamenti, approfittando dello stato di ubriachezza del cacique Chilindauli e dei suoi uomini più fidati, Alonso Illescas e gli altri Africani attaccarono, uccidendo il cacique e la maggioranza degli uomini in armi.
Fu un atto vile e spregevole, ma probabilmente Alonso Illescas lo aveva premeditato proprio per evitare di cadere vittima degli autoctoni.
Dopo questa vittoria ignobile, Alonso Illescas divenne il signore indiscusso di tutta la zona e arrivò pure a fare razzie nelle vicinanze della città di Puerto Viejo, abitata da spagnoli e indigeni.
Intanto i rimanenti sette africani si erano mischiati con varie donne autoctone e già nel 1600, quarantasette anni dopo il naufragio, si contavano una cinquantina di zambos, ovvero figli risultanti dall’incrocio di Africani e Amerindi.
Nel 1565 Illescas dominava un’area immensa e il suo crescente potere iniziava a preoccupare gli spagnoli di Puerto Viejo.
In tutti questi anni di permanenza nelle terre ancestrali degli indigeni Pidi, Campas, e Niguas, gli Africani adottarono alcuni usi, costumi e tradizioni degli autoctoni che avevano conquistato. Ci fu un sincretismo, tra la religione tribale africana, e le credenze locali dei nativi, basate sul culto del Sole e della Luna.
Anton Illescas e i suoi luogotenenti si adornavano con orecchini e anelli d’oro che venivano posizionati nelle narici, e luccicanti smeraldi.
Si vestivano con abiti di cotone tessuti dagli indigeni, ma indossavano anche alcuni accessori tipici dei conquistadores spagnoli, come i collari di cotone bianco che si vedono nel ritratto principale.
Siccome per gli spagnoli di Puerto Viejo non era consigliabile organizzare una spedizione militare contro l’esercito d’Illescas, si pensò di concedere qualche privilegio, come il titolo di governatore, in cambio di ottenere una conversione dei ribelli alla religione cristiana.
Miguel Cabello Balboa, autore dell’opera Verdadera descripción y relación larga de la Provincia y Tierras de las Esmeraldas, fu inviato a negoziare con Illescas per ottenere la conversione e la sottomissione del suo dominio alla Corona spagnola, ma ritornò a Puerto Viejo con un nulla di fatto.
Nel 1598 i caciques neri di Esmeraldas avevano consolidato ancor più il loro dominio ed erano i principali interlocutori del governo spagnolo di Quito, che era sempre più preoccupato su come conquistare quelle zone di ribelli alla Corona.
Durante il secolo successivo, la popolazione degli zambos crebbe a dismisura e la maggioranza si stabilirono bei villaggi di Esmeraldas Vieja e Atacames. Si stima che nel 1670, i discendenti degli Africani che sopravissero al naufragio fossero qualche centinaio.
Dai documenti ufficiali si evince che nel 1607 il cacique negro Sebastian Illescas (un discendente di Alonso), era ancora l’incontrastato dominatore di Esmeraldas.
Ci furono altre ondate di migranti “forzati”, in Ecuador nei secoli seguenti. Oggi in Ecuador, paese dove il 75% della popolazione è meticcio, gli afro-discendenti sono il 5% del totale, ovvero poco meno di 700.000 persone.

YURI LEVERATTO
Copyright 2010

Bibliografia: 
Miguel Cabello Balboa - Verdadera descripción y relación larga de la Provincia y Tierras de las Esmeraldas (fine XVI secolo).

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