giovedì 20 marzo 2014

Amazzonia: la nuova frontiera dello sfruttamento petrolifero mondiale



Quando si pensa alla produzione mondiale di petrolio, la nostra mente vola subito agli sconfinati deserti del Medio Oriente e dell’Arabia, luoghi che purtroppo sono stati teatro di duri scontri armati per assicurarsi il controllo del commercio mondiale di questo preziosissimo liquido, detto oro nero. 
Il petrolio si produce anche nello Stato più esteso della Terra, la Russia; in alcuni Stati africani, come la Libia e la Nigeria; in Messico; negli Stati Uniti e in Venezuela, ma esiste un luogo, dove la produzione di petrolio sta aumentando esponenzialmente, di cui si parla poco: l’Amazzonia. 
L’Amazzonia, conosciuta soprattutto per il suo immenso fiume, il Rio delle Amazzoni, e per la sua foresta pluviale tropicale, è un’area geografica immensa: il grande bacino si estende infatti per 7 milioni di chilometri quadrati ed appartiene a 6 Stati (Brasile, che ne occupa il 64%, e poi Perú, Colombia, Bolivia, Ecuador e Venezuela). All’interno di questa grande area geografica vi sono per lo più due ecosistemi: il bioma della foresta pluviale tropicale (estesa su poco meno di 5 milioni di chilometri quadrati, ovvero il 70% del bacino, che si divide a sua volta in selva alta e selva bassa, ed include anche parti degli Stati della Guayana, del Suriname e della Guayana francese), e il bioma della prateria amazzonica (30% del bacino). 
La foresta pluviale tropicale amazzonica è, dal punto di vista ambientale, il luogo più prezioso della Terra, proprio per la sua immane biodiversità: si pensi che nel Rio delle Amazzoni e nei suoi affluenti (ben 20 sono fiumi più lunghi di 1000 chilometri), vi sono circa 3000 specie di pesci (più dell’intero Oceano Atlantico). 
In solo un chilometro quadrato di selva vi possono essere migliaia di differenti specie di vegetali molti dei quali sono piante medicinali le cui proprietà non sono ancora state pienamente studiate (e a volte sono obiettivo dei bio-pirati). Nell’intero bioma vi sono inoltre circa due milioni di diversi tipi d’insetti, centinaia di specie di mammiferi, anfibi e uccelli. 
Tutto questo patrimonio incommensurabile è costantemente minacciato dalla cosiddetta avanzata del progresso. A volte gli attacchi all’ecosistema sono diretti e alla luce del sole, come nel caso delle attività che hanno come fine l’estrazione di petrolio e il taglio d’alberi per l’esportazione di legna pregiata, altre volte sono meno visibili come nel caso delle terre indigene (vedi mio articolo Il potere occulto nell’Amazzonia brasiliana). 
A partire dall’inizio del XXI secolo il numero di concessioni petrolifere in Amazzonia è aumentato esponenzialmente: mentre nel 2002 vi erano solo 30 campi petroliferi in tutta l’area in questione, nel 2007 sono saliti a 151. 
L’area totale che occupavano nel 2007 queste 151 concessioni era di ben 52 milioni di ettari ovvero 520.000 chilometri quadrati (un’area grande quasi come la Francia). Le ultime stime del 2010 indicano che questo dato è aumentato ancora: 688.000 chilometri quadrati. 
Bisogna sottolineare che nella maggioranza di quest’enorme area non si produce ancora petrolio, ma si sta attuando un lavoro di “esplorazione”, ovvero attività volta a capire dove, e a che profondità, è situato il greggio.
Per quanto riguarda la produzione vera e propria la zona dell'Amazzonia dove si produce più petrolio è ubicata in Ecuador, con un totale di circa 50.000 chilometri quadrati utilizzati per lo sfruttamento. (Da notare che il 95% della produzione brasiliana viene dallo sfruttamento di giacimenti situati nella piattaforma continentale dell’Oceano Atlantico, e che il petrolio venezuelano viene prodotto nella fascia dell’Orinoco, non appartenente all’Amazzonia). 
Uno dei problemi principali delle 151 concessioni date ad imprese multinazionali è che una buona parte di esse si sovrappongono a parchi naturali, zone che dovrebbero essere totalmente esenti da ogni intervento esterno. 
Per esempio la concessione data ad un’impresa trans-nazionale presso il parco nazionale Yasuni, in piena selva bassa amazzonica ecuadoriana.  
Il parco Yasuni, esteso ben 9820 chilometri quadrati è un’oasi di biodiversità. Le foreste primarie del parco, ancora intatte com’erano centinaia d’anni fa, sono però minacciate da vari progetti di sfruttamento petrolifero, che, oltre all’inquinamento derivato dalle inevitabili perdite di petrolio nei fiumi, è causa di deforestazione nelle zone attigue al centro petrolifero. In seguito alla concessione, la cui area si estende nella parte nord del parco, sono state aperte già varie vie d’accesso ai futuri pozzi petroliferi. Queste strade, che sono vere e proprie ferite nella foresta, favoreggiano l’entrata di coloni, la caccia indiscriminata e l’ulteriore disboscamento a scopo di piantare palme per ottenere poi olio, sia a scopo alimentare che per produrre bio-combustibili. 
Inoltre l’istituto denominato IIRSA (Iniziativa per l’infrastruttura regionale dell’America del Sud), si sta progettando il dragaggio del Rio Napo, che delimita il parco nella parte nord. 
Questo dragaggio ha lo scopo di favorire la navigazione fluviale lungo il Napo e connettere Manaus alla costa pacifica ecuadoriana. Probabilmente questo progetto servirà al Brasile per trovare uno sbocco all’Oceano Pacifico delle sue materie prime, che saranno vendute sempre più alla Cina, nel prossimo futuro. 
Per ora sembra che l’allarme lanciato da alcuni scienziati ambientali sugli enormi pericoli che potrebbero derivare da uno sfruttamento indiscriminato della zona settentrionale dello Yasuni, siano serviti a congelare temporaneamente il progetto estrattivo. Sembra che il governo dell’Ecuador possa decidere di non rinnovare la concessione chiedendo alla comunità internazionale una “compensazione”, per non sfruttare il sottosuolo. 
Solo per dare idea dei danni che lo sfruttamento petrolifero può causare all’Amazzonia, si consideri che, in Ecuador, dal 1972 al 1993, vi sono state numerosissime perdite di petrolio, che hanno contaminato i fiumi, i laghi e i terreni incolti del paese, con un gravissimo danno ambientale che pochi media hanno divulgato. 
Anche le comunità native hanno sofferto per la vicinanza ai campi petroliferi: in seguito a studi medici si è giunti alla conclusione che la percentuale di persone affette da cancro è maggiore rispetto ad aree vergini, dove non vi sono impianti industriali né sfruttamento petrolifero.
Purtroppo sono aumentati esponenzialmente i tumori allo stomaco, all’intestino, ai reni, tutte infermità che non si erano mai viste nella selva amazzonica ecuadoriana. 
Oltre a questi danni diretti, alcuni scienziati hanno avvisato la comunità internazionale che ulteriori deforestazioni all’interno del parco, potrebbero causare periodi di siccità in altre parti dell’Amazzonia, proprio perché meno alberi secolari producono meno umidità nell’aria e quindi meno precipitazioni, o al contrario, precipitazioni fortissime concentrate in altre aree del continente. 
L’Amazzonia reagisce in modo imprevedibile alle ferite profonde che gli vengono inferte. 
Lo sfruttamento petrolifero che vi è stato in Ecuador negli ultimi trent’anni, con tutti i problemi connessi, potrebbe essere solo una minima parte di quello che potrebbe accadere nel resto dell’Amazzonia nei prossimi decenni. 
In Brasile si stanno dando nuove immense aree in concessione a gruppi petroliferi privati, e si sta incrementando la produzione nella zona di Coari; in Perú sono state date in concessione molte aree, soprattutto nelle regioni di Loreto e Ucayali. 
Andiamo verso un futuro dove la foresta pluviale tropicale amazzonica sarà completamente smantellata per far posto a campi petroliferi, zone agricole coltivate a soia o palma e aree destinate all’allevamento bovino? 
Per fortuna siamo ancora lontani da una situazione simile ma l’allarme deve essere dato ora, in modo da far si che si sviluppi una coscienza ambientale in ognuno di noi. Per esempio l’uso dell’auto deve essere ridotto fin da subito, e deve essere incrementato il trasporto pubblico. Un mondo dove vi sia un’auto per persona non è assolutamente sostenibile. 
Se scenderanno le vendite d’auto, ci sarà un’inevitabile discesa del consumo di petrolio, e questo non potrà che far bene all’Amazzonia.

YURI LEVERATTO
Copyright 2010 

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