domenica 30 agosto 2015

La selezione naturale e le mutazioni genetiche possono causare il formarsi di nuove specie?




Secondo la teoria dell’evoluzione, la selezione naturale e le mutazioni genetiche sommate al tempo hanno prodotto le differenti specie, che hanno vissuto o vivono nel pianeta. In pratica la teoria evoluzionista propone che ogni essere vivente, si sia “evoluto” da altre creature, che inizialmente deriverebbero da elementi inerti: atomi di idrogeno, ossigeno, azoto e carbonio. In questo articolo mi propongo di analizzare da un punto di vista logico se sia possibile che la selezione naturale e le mutazioni genetiche abbiano potuto creare “nuove specie”. Alla base della teoria  della selezione naturale vi sono i concetti di variazione e casualità. Ogni volta che un essere vivente si riproduce vi sono delle variazioni nel nuovo nato. Sono variazioni casuali. Secondo la teoria dell’evoluzione le variazioni possono risultare determinanti e quindi “vincenti”. Se risultano in una migliore adattabilità all’ambiente portano a più riproduzioni e quindi al perpetuarsi della specie. Innanzitutto vediamo che dal punto di vista semantico la parola “selezione” presuppone un intervento intelligente. Se vi è una selezione significa che qualcuno ha selezionato. Ma secondo la teoria dell’evoluzione le variazioni (non mi riferisco qui alle mutazioni) sono casuali. Se le variazioni sono basate sul caso non vi è “selezione”. Il concetto di selezione implica un eventuale progettista. Pertanto le parole più adeguate per esprimere il concetto di selezione naturale dovrebbero essere “variazioni casuali”.
Vediamo uno dei classici esempi che ancora oggi vengono portati come esempi della selezione naturale, il caso della falena biston betularia. Prima del 1850 il 98% delle falene in Inghilterra aveva un colore grigio con macchie chiare, che consentiva di mimetizzarsi con i licheni di colore chiaro presenti nella corteccia degli alberi. I gas tossici prodotti dalle fabbriche causarono la morte dei licheni e lo smog scurì le cortecce degli alberi cosicchè le falene con colorazione chiara furono facile bersaglio per uccelli predatori. Le poche falene con le ali scure invece sopravvissero in quanto si potevano mimetizzare bene nelle cortecce degli alberi che erano diventate scure. In pochi anni il fenotipo scuro diventò prevalerte. Questa però non può essere portata come prova Della teoria dell’evoluzione. Vediamo perchè. Il fatto che si siano riprodotte in seguito tantissime falene scure non è una prova che le falene si “siano evolute”. Dal punto di vista Della variazione genetica vi era la posibilita che il 50% delle falene fosse chiaro e il 50% fosse scuro. Però prima del 1850 la maggioranza (il 98%) erano chiare. Perchè? Siccome i licheni che si sviluppavano sulle cortecce degli alberi erano chiari, il 50% di falene scure fu predato fácilmente da uccelli e pertanto il numero di falene scure fu ridotto al 2%. Quando vi fu la rivoluzione industriale le falene chiare non furono più in grado di mimetizzarsi e morirono rapidamente uccise da uccelli predatori. Pertanto a partire dal 1850 le falene scure si svilupparono e poterono accrescere il loro numero. Ciò non significa che le falene chiare cessarono di naceré. Tutto ciò pertanto non ha causato “l’evoluzione della specie”, ma ha dimostrato solo l’aumento Della percentuale delle falene scure rispetto a quelle bianche. Entrambe, comunque sono rimaste falene. Non c’è stato un cambiamento di specie.
All’inizio del secolo XX vari evoluzionisti si sono resi conto che la selezione naturale da sola non può produrre nuove specie. Produce gruppi di individui più adattati di altri all’ambiente, ma non nuove specie. E’ sorto così il neo-darwinismo. In pratica esso aggiunge le mutazioni alla selezione naturale. In pratica siccome la selezione naturale non è in grado di spiegare il cambio di specie o meglio “l’evoluzione della specie” si pensa che esso sia avvenuto attraverso le mutazioni genetiche.
I cambi mutazionali sono però eventi rari ed in ogni caso producono una perdita del patrimonio genetico e quindi l’individuo risulta essere più debole e non più forte o meglio adattato. Gli organismi risultano pertanto peggiorati da eventuali cambi mutazionali. Pertanto la frase “sopravvivenza del più adatto”, perde significato. L’individuo che ha subito il cambio mutazionale è più debole quindi può morire più facilmente. 
Un altro “assioma evoluzionista” è che il “cambio di specie” sarebbe un processo irreversibile. Ossia se la cellula si è evoluta nell’essere pluricellulare, l’essere pluricellulare non potrà mai involversi nella cellula. Anche qui si nota un assioma fideistico, in quanto alla base della teoria dell’evoluzione vi è il concetto filosofico del miglioramento e della maggiore specializzazione. E’ lo stesso Darwin che ha ammesso che la selezione naturale non produce nuove specie (1):

"Quando entriamo nei dettagli non possiamo provare che una sola specie è cambiata, inoltre non possiamo provare che i supposti cambi diano dei benefici, che starebbe alla base della teoria. Non possiamo neppure spiegare perchè alcune specie sarebbero càmbiate in altre e altre no".
In effetti sono proprio gli scienziati genetici che ci informano che le variazioni avvengono all’interno delle specie, ma non causano un cambiamento di specie o “nuova specie”. L’iper-complesso DNA, (460 miliardi di doppie eliche di DNA per ogni cellula) funge da barriera. Per questo non c’è evidenza che nessuna specie si sia generata per mezzo dall’evoluzione di altre specie. C’è un altro punto da considerare: i miliardi di doppie eliche presenti in ogni cellula dovrebbero formarsi perfetti in modo da dare le istruzioni giuste all’organismo per quanto riguarda le funzioni vitali e la riproduzione. La necessità della perfezione del codice genetico è chiamata sintropia, ed è un’altra barriera alla teoria dell’evoluzione.
Oltre a questo vi è il concetto del “programma inteligente”. Il DNA è ciò che controlla la cellula, e senza DNA la cellula non potrebbe vivere. Credere che per casualità si sia formato il DNA, che sta alla base delle funzioni vitali della cellula, è come credere che il caso abbia creato il programma inteligente.  
Alcuni scienziati come C.H Waddington hanno addirittura asserito che la selezione naturale agisce esattamente nel modo opposto a quello proposto dagli evoluzionisti. Vediamo una sua dichiarazione (2):

"Se selezioniamo i geni con certe caratteristiche produciamo una sotto-popolazione che differisce dall’originale per il fatto che si caratterizza per certe qualità alle quali siamo interessati (maggiore produzione di uova, per esempio); ma in questo caso la sotto-popolazione dimostra di essere più debole, meno adatta all’ambiente selvaggio e quindi sarà eliminata proprio dalla selezione naturale".
Abbiamo visto pertanto che le variazioni casuali ossia le ricombinazioni genetiche, le variazioni ereditarie e gli incroci non causano “nuove specie”. La selezione naturale, pertanto, o meglio le variazioni casuali non producono evoluzione o formazione di nuove specie.
A questo punto è lecito domandarsi: se le variazioni casuali non producono nuove specie, forse le mutazioni genetiche producono nuove specie?
Una mutazione è un danno subito da un gene (singola unità di DNA). Se un gene somatico riceve una mutazione vi è soltanto un danno o menomazione. Se riceve la mutazione un gene gametico, allora passerà ai discendenti. Le mutazioni (casusate principalmente da radiazioni, raggi ultravioletti, sostanze chimiche) generalmente producono uno di questi tre possibili cambi tra i geni o tra i cromosomi:

1-alterazione della sequenza dei geni del DNA
2-cambi nei cromosomi: inversione o translocazione.
3-cambio nel numero dei cromosomi (poliploidi – aploidi)

Secondo gli evoluzionisti affinchè le mutazioni provochino cambi positivi è necesario che: 1- esse accadano frequentemente; 2- che siano benefiche; 3 devono causare un cambio drammatico (includendo migliaia di cambi diretti e con un proposito), in modo da trasformare una specie in un altra.

Però ci sono 4 problemi principali con questi assiomi:

1- le mutazioni sono eventi rari (per cui non sono affatto frequenti). E’ pertanto impossibile che eventi rari abbiano prodotto tutte le necessarie caratteristiche di una sola nuova forma di vita; figuriamoci quindi se le nuove forme di vita sono centinaia di migliaia.

2-Le mutazioni sono sempre casuali, pertanto non implicano mai cambi diretti con un proposito specifico.

Per esempio Murray Eden dichiara che la casualità delle mutazioni fa venire meno la loro supposta utilità come causa dell’evoluzione (3):

"Il postulato della casualità è largamente improbabile, inoltre una corretta teoria scientifica dell’evoluzione dovrebbe aspettare la scoperta e la chiarificazione di nuove leggi".
Tutto ciò prova che le mutazioni sono eventi rari, non controllabili, completamente inaspettati. L’unica cosa che si può affermare è che non producono “cambiamento di specie” o il “formarsi di nuove specie”, il che richiederebbe cambi diretti con un proposito specifico.

3-L’evoluzione richiederebbe dei cambi genetici con un proposito specifico e tesi ad un miglioramento o maggiore specializzazione. Ma le mutazioni non “aiutano” ne “migliorano”, solamente indeboliscono o causano danni.

A tale proposito vediamo una citazione di H. J. Muller (4):

"La grande maggioranza delle mutazioni, certamente più del 99%, sono in qualche modo dannose, come normalmente sono gli effetti di evento occasionali".

4-Quasi tutte le mutazioni sono dannose. Esse indeboliscono o danneggiano irrimediabilmente l’organismo, e nella maggioranza dei casi ne compromettono la vita stessa.

Uno dei sostenitori più accaniti del neo-darwinismo è stato Julian Huxley (5), ma persino lui ha riconosciuto che le mutazioni difficilmente possono favorire il formarsi di nuove specie (6):

"Le mutazioni favorevoli sono una su mille o anche meno, giacchè tantissime mutazioni sono letali, impedendo all’organismo di vivere, mentre un’altra gran parte di ese danneggia l’organismo".

Da tutto ciò si evince che le mutazioni sono rare, casuali, senza un proposito specifico. Indeboliscono sempre o danneggiano l’organismo e spesso ne causano la morte.
A questo punto qualcuno potrebbe chiedere: Come possiamo essere certi di ciò se le mutazioni sono eventi rari?
Sebbene le mutazioni avvengono con estrema rarità in natura, nei laboratori gli scienziati producono mutazioni, utilizando le radiazioni o alcune sostanze chimiche. Una certa quantità di radiazioni applicata ai geni delle cellule di un organismo produce mutazioni nella cellula riprodotta. Però abbiamo appena rimarcato che le mutazioni sono: 1-eventi rari; 2-sempre casuali e non hanno un proposito specifico; 3-non sono mai realmente benefiche; 4-sono spesso dannose o letali.

Ora però, entrando nello specifico, analizziamo 28 ragioni per le quali è impossibile (o estremamente improbabile), che le mutazioni producano “l’evoluzione della specie”.

1-Su centinaia di migliaia di esperimenti che sono stati fatti per provare che le mutazioni producono evoluzione, non uno ha generato una mutazione benefica che sia passata alla generazione seguente. (la maggioranza degli esperimenti sono stati fatti sui moscerini della frutta).

2-Gli organismi che non vengono uccisi subito dalle mutazioni causate da eventi esterni (radiazioni) vengono indeboliti e la loro progenie tende ad essere debole e morire. Le mutazioni pertanto causano l’opposto dell’evoluzione, ossia con molte mutazioni (causate da fortissime radiazioni), la vita si estinguerebbe dal pianeta.  

3-Dal secondo punto ne consegue che è proprio la “selezione naturale” che agisce, eliminando gli organismi mutati. Essi sono deboli, e se si riproducono, nasceranno dei discendenti deboli.

4-I fattori mutageni. Gli scienziati sanno bene che le radiazioni e alcune sostanze chimiche sono dannosi alle persone, animali e piante. Infatti per le zone sottoposte a radiazioni (come Chernobyl) è proibito l’accesso. Se invece fosse chiaro che le radiazioni causano mutazioni genetiche positive e benefice, tutti si sottoporrebbero a terapie di raggi X. Ma così non è!

5-Le mutazioni sono come incidenti d’auto. E’ possibile che un incidente d’auto sia benefico? Proprio per il fatto che le mutazioni sono casuali e producono effetti negativi, esse distruggerebbero la vita sulla terra, invece di causare l’evoluzione della specie.

6-Ultimamente alcuni scienziati hanno scoperto che ogni gene è responsabile di varie caratteristiche fisiche. E’ un sistema delicatissimo, che se viene alterato da una radiazione, può “andare in tilt”. Il risultato? Nella stragrande maggioranza dei casi si ottiene una malformazione, e in altri casi, la morte. Nessuna evoluzione.

7-Ma anche ammettendo per assurdo che le mutazioni siano benefiche (nel senso che producano tutto d’un colpo organi utili), esse, rimanendo assolutamente casuali (la casualità è la base della teoria dell’evoluzione), continuerebbero ad essere inutili. Per esempio: Il formarsi di ali non servirebbe a nulla se esse “apparissero” nello stomaco di una lucertola. Essa non potrebbe mai volare. Sia per il suo peso, ma soprattutto perchè le ali in quella posizione non potrebbero espletare la funzione di sollevare e mantenere in aria il corpo del rettile. In questo caso l’animale risulterebbe appesantito di un inutile fardello e sarebbe pertanto preda facile di altri animali. In pratica l’effetto casuale delle mutazioni (anche se produrrebbero organi interi e utili) annullerebbe il vantaggio delle stesse. Per essere veramente benefiche dovrebbero essere mirate, ossia, dovrebbero avere un fine, un proposito specifico. Ma in questo caso già non si potrebbe parlare di evoluzione, ma bensì si inizierebbe a parlare di “disegno intelligente”.

8-Le mutazioni tendono ad avere un effetto ampio nei geni. Siccome sono casuali non possono avere un effetto specifico su un singolo organo. Una nuova caratteristica, (per esempio le ali), richiede l’effetto combinato di molti geni. E’ ovvio quindi che per il formarsi di una nuova caratteristica devono mutare molti geni in modo sincronizzato e tutti in modo benefico, ovviamente. Ma quasi nessuna mutazione è benefica. Di solito gli esperimenti sono stati fatti sui moscerini della frutta. Questi esperimenti sono durati a volte decine di anni. Migliaia e migliaia di generazioni di moscerini della frutta sono stati irradiati con radiazioni nella speranza di generare mutazioni benefiche, ma si sono osservati solo danni e morte prematura. Vediamo a tale proposito una citazione dello scienziato evoluzionista (non creazionista) Theodosius Dobzhansky: (7)

"Il processo di mutazione è l’unica fonte della variabilità genetica e quindi dell’evoluzione…i mutanti che si originano dimostrano però, con rare eccezioni, una involuzione, ossia un peggior adattamento all’ambiente circostante".

9-Riportiamo ora una frase di H.J. Muller (8), (premio nobel nel 1946):

"Vari test hanno dimostrato, in línea con la natura accidentale delle mutazioni, che le stesse causano l’indebolimento dell’organismo, esattamente come dei cambi accidentali a qualsiasi mecanismo artificiale sono predominantemente dannosi. Le mutazioni benefiche sono così rare che possiamo considerle tutte dannose".

10-Le mutazioni sono eventi talmente rari che si è calcolato che di solito avviene una mutazione ogni 10 milioni di duplicazioni delle molecole di DNA. Affinchè il processo di mutazione inizi, dovremmo avere una serie di mutazioni benefiche intercorrelate. Ma per ottenere due mutazioni che sarebbero in alcun modo relazionate l’una all’altra bisogna che alla probabilità di ottenerne una si aggiunga la probabilità di ottenere anche l’altra. Quindi 10 milioni x 10 milioni = 1 probabilità su 100 trilioni. Ma solo due mutazioni benefiche non sono sufficienti a formare organi complessi. La probabilità che si verifichino tre mutazioni benefiche contemporaneamente è di 1 su un miliardo di trilioni (1 con 21 zeri). Ma anche in questo caso “sole tre” mutazioni, non potrebbero formare nessun nuovo organo. Per trasformare realmente una specie in un altra ci vorrebbero migliaia di mutazioni armoniche e benefiche! Ma nella realtà il 99% delle mutazioni sono dannose e alcune sono persino letali. Ovviamente la nuova specie dovrebbe formarsi sia maschio che femmina sennò non potrebbe riprodursi. La conclusione del punto 10 è che l’evoluzione non può accadere senza mutazioni, ma essa non può accadere con le mutazioni!

11- In ogni caso arriverà sempre qualche evoluzionista che vi dirà: “Bene, ma col tempo questo può succedere, la terra ha 5 miliardi di anni ed essi sono sufficienti per aver causato l’evoluzione delle specie”.
L’evoluzione richiederebbe milioni di mutazioni benefiche che si verifichino in armonía tra di loro per produrre delicati organi, come occhi, ecc. E tutte queste mutazioni dovrebbero avere uno scopo specifico! Ma ciò è opposto alla teoria dell’evoluzione che sostiene che le mutazioni sarebbero casuali. Vediamo a tale proposito una citazione di Dobzhansky: (Genetica e origine delle specie, 1959):

"La maggioranza delle mutazioni, sia quelle provocate nei laboratori che quelle che si verificano naturalmente producono un deterioramento della salute (dell’animale), malattie ereditarie e addirittura mostruosità. Detti cambi sembra che difficilmente possano essere alla base dell’evoluzione".

12- In realtà la rarità delle mutazioni genetiche garantisce la stabilità dei geni. Vediamo a tale proposito una citazione di E. Kellenberger:

"Gli esseri viventi sono enormemente diversi nella loro forma, ma la forma di ciascuno di essi è constante tra i discendenti: i maiali restano maiali e le querce restano querce generazione dopo generazione".

(E. Kellenberger, The genetic control of the shape of a virus, in Scientific America. Dicembre 1966, pag. 32.)

13-Vediamo la frase di un ricercatore genético australiano Michael Denton:

"Se complessi programmi di computer non possono essere cambiati da meccanicismi casuali, lo stesso deve essere applicato ai programmi genetici degli organismi vivi".

Michael Denton: Evoluzione: una teoria in crisi, (1985),  pag 342.

14- Sintropia. Il premio nobel Albert Szent-Gyorgyi ha sviluppato nel 1977 una teoria che è chiamata sintropia. Secondo Szent-Gyorgyi sarebbe impossibile per qualsiasi organismo vivente sopravvivere anche un solo istante, a meno che non sia completo con tutti i suoi organi e che ognuno di essi sia perfettamente funzionante. Questo principio esclude la possibilità che l’evoluzione sia avvenuta come risultato di eventi accidentali come la selezione naturale e le mutazioni. Vediamo a tale proposito una frase di Jerry Bergman, tratta dal libro “la teoria della sintropia di Szent-Gyorgyi”:

"Con la teoria della sintropia Szent-Gyorgyi, forse non intenzionalmente, mostra uno dei più forti argomenti per i creazionisti, ossia il fatto che un órgano è inutile a meno che non sia perfetto. L’ipotesi della “sopravvivenza del più adatto”, selezionerebbe contro ogni mutazione, prima che un largo numero di mutazioni, si sia verificato in modo da produrre un órgano complesso e perfettamente funzionale".

15-I cambi mutazionali minori danneggiano la discendenza.

1-La maggioranza delle mutazioni hanno pochi effetti. Alcune hanno effetti più ampli.
2-Le piccoli mutazioni non possono servire per portare a termine un cambio evolutivo, ossia un cambio di specie.
3-Però il problema è che mentre le piccole mutazioni vengono passate alla discendenza, le grandi mutazioni danneggiano irrimediabilmente l’organismo, se non ne provocano la morte.

A tale proposito leggiamo questa citazione:

“Si potrebbe pensare che agenti mutanti che causano piccolo cambi non siano importanti, ma ciò non è vero per la seguente ragione: una mutazione è di solito dannosa e causa morte prematura o senilità. Pertanto il gene mutante è eliminato dalla selezione naturale. Siccome le mutazioni minori possono fare danni nel lungo periodo come le maggiori e possono accadere più frequentemente, ne consegue che la maggioranza del cambio mutazionale in una popolazione è causato dall’accumulazione di cambi minori.”.

J. F. Crow (effetti genetici delle radiazioni (Bullettin of atomic scientist 1958, pag. 20).

16- Nessuna grande mutazione che coincida su vari fattori organici può portare un organismo ad attraversare la barriera della specie. Per produrre una nuova specie ci vorrebbero centinaia di mutazioni tutte positive e tutte armonicamente correlate. Ma c’è di più: la formazione di una nuova specie (ovviamente servirebbe il maschio e la femmina), dovrebbe attuarsi di colpo in una generazione. Vediamo a tale proposito questa citazione:

"la teoria di Darwin non spiega in modo soddisfacente l’origine e la ereditarietà delle variazioni. La teoria di deVries (grandi mutazioni) si è dimostrata debole perchè non una sola mutazione o gruppi di mutazioni è stata così grande da poter formare una nuova specie in una generazione o nella sua discendenza."

(Mark A. Hall and Milton S Lesser, Rewiew Texts in Biology 1966, p.363).

17- Un altro problema è che se da un lato le mutazioni sono dannose e letali, dall’altro lato alcune piccole mutazioni attuano piccoli cambi che però non sono sufficienti a innescare il cambio evolutivo o cambio di specie. Vediamo a tale proposito questa citazione:

"Le mutazioni che conosciamo e che riteniamo responsabili della creazione delle nueve specie, sono, in generale, deficenze, privazioni organiche (mancanza di pigmentazione, perdita di appendici, o la duplicazione di organi pre-esistenti. In ogni caso non producono mai niente di realmente nuovo o originale nello schema organico. Niente che possa fondare le basi per nuovi organi o l’inizio di nuove funzioni".
(Jean Rostand, The Orion book of evolution, 1961, p.73.)

18-I caratteri dei geni sono interconnessi uno con l’altro. Proprio per questo motivo tutti i caratteri dovrebbero trovarsi tutti insieme, istantaneamente, in modo che una nuova specie si formi. Vediamo a tale proposito la seguente citazione;

“Ogni mutazione che avvenga “sola” ossia senza che altre mutazioni avvengano in modo armonico con la prima, sarebbe eliminata dalla selezione naturale prima che possa combinarsi con altre. La dottrina che le mutazioni avvengano “tutte insieme” e che siano dovute a una serie di coincidenze casuali è un affronto non solo al senso comune, ma ai principi basici della spiegazione scientifica”.
A. Koestler – The Ghost in the machine, 1975, p.129.

19-Vi sono troppi fattori associati ad ogni carattere per ogni singola mutazione. Le probabilità che vi sia un cambio di specie mutazionali sono infinitesime. Vediamo a tale propósito questa citazione:

“Ogni molecola di DNA ha migliaia o milioni di nucleotidi (dipende da quale DNA). Perchè una singola elica di Dna sia il risultato di una mutazione casuale vi è una probabilità su 480 x 10 alla 50. Un batterio unicellulare ha 3 milioni di nucleotidi allineati in una sequenza specifica. Ciò significa che non vi è probabilità matematica per nessuna specie di essere il prodotto del caso”

L.L. Cohen, Darwin was wrong.

20-I supposti cambi mutazionali all’interno della cellula riproduttiva avvengono con meno frequenza che nelle altre cellule del corpo. Ma solo dei cambi mutazionali nelle cellule riproduttive maschili e femminili possono incidere nelle generazioni future.

“Il numero di mutazioni delle cellule somatiche è molto più alto di quello delle mutazioni dlle cellule gametiche.” 

Biological Mechanism underlyng the aging process, in Science 8/1963, p.694.

21- L’evoluzione richiede una complessità crescente. Secondo uno degli assiomi evoluzionisti, le specie si evolverebbero verso una maggiore specializzazione e verso una maggiore completezza e intelligenza. Gli evoluzionisti infatti non ammettono che ci possa essere una evoluzione al contrario, o involuzione. Ma in realtà le mutazioni indeboliscono, causano malattie. Alcune uccidono. Nessuna permette un cambio evolutivo.

22- L’evoluzione richiede nuova informazione. Affinchè un nuovo organismo si formi attraverso un cambio evolutivo dovrebbe prodursi nuova informazione, ma le mutazioni casuali non potrebbero mai produrre una nuova e strutturata informazione.

23- L’evoluzione richiede nuovi organi. Affinchè si producano nuove specie le mutazioni non dovrebbero produrre solo cambi genetici, dovrebbero produrre nuovi organi! Per produrre nuovi organi ci vorrebbero milioni di fattori mutazionali ognuno di essi correlato agli altri armonicamente. Ma le mutazioni, quando si verificano sono generalmente dannose.

24-Nel corpo degli esseri viventi vi sono migliaia di funzioni interconnesse. Una mutazione, anche se non fosse dannosa (rarissima situazione) danneggerebbe comunque la rete di interconnessione tra gli organi. Questa è la ragione che le mutazioni sono sempre dannose. Per esempio; i reni sono interconnessi con il sistema circolatorio in quanto purificano il sangue. Ma sono interconnessi anche con il sistema nervoso, endocrino e digestivo. Se ci fosse una mutazione che cambiasse il sistema renale, tutto l’organismo ne potrebbe risentire.

25-Le mutazioni visibili ed invisibili. Vi sono alcune mutazioni visibili come l’albinismo, il nanismo, l’emofilia. Ma per ogni mutazione visibile ce ne sono venti letali che non sono fácilmente visibili. E ancora più frequenti sono le mutazioni che non uccidono, ma indeboliscono e danneggiano.

26-Non si è mai verificato il caso che la prole mutata abbia più forza del suo progenitore non mutato. Vediamo questa citazione al riguardo:

“Non esiste un solo caso dove si può osservare che alcuni dei mutanti studiati abbia una vitalità superiore ai progenitori. E’ pertanto assolutamente impossibile accettare che la teoria dell’evoluzione possa basarsi sulle mutazioni”.

Herbert Nilson Synthetic speciation, 1953, pag. 1157.

27-Le mutazioni non producono quindi cambi di specie:

“Non importa quanto possono essre numerose le mutazioni. Esse non producono alcuna evoluzione”.
Pierre Paul Grasse Evolution of Living Organism, 1977, pag. 88

28-L’unicità dei geni impedisce il cambio di specie. Proprio il fatto che ogni specie è così differente l’una dall’altra, impedisce che vi sia la possibilità che mutazioni casuali possano causare il formarsi di nuove specie. La barriera del codice genetico è insormontabile.

Per concludere riassumiamo i quattro pilastri sui quali si basa la teoria dell’evoluzione (neo-darwinismo), e commentiamoli:

1-si basa su eventi assolutamente casuali. Se gli eventi non fossero casuali, ma guidati, avremmo una mente che li guida e cadremmo nel disegno intelligente.

2-si basa su eventi che non avrebbero alcun proposito o fine specifico. Il meccanismo basato su selezione naturale e mutazioni non avrebbe alcun fine specifico, sennò, in caso contrario si individuerebbe una mente che guida il processo e si cadrebbe nel disegno intelligente.

Il sistema proposto dai neo-darwinisti si basa pertanto su due meccanismi (selezione naturale e mutazioni) e due modalità: eventi senza fine specifico e totalmente casuali.

Vi sono altre due sub-ipotesi degli evoluzionisti, che però si dimostrano contrarie alle prime due ipotesi:

3-L’evoluzione opera sempre verso una maggiore complessità, ossia sempre verso una maggiore specializzazione, e maggiore intelligenza. E’ un assioma contrario alle due ipotesi iniziali in quanto se vi fosse una totale casualità si potrebbe avere anche una evoluzione al contrario, ossia una involuzione.

4-L’evoluzione opera irreversibilmente. Gli evoluzionisti affermano che l’evoluzione può andaré solo in una direzione.

Vedamo a tale proposito una frase di Dobzhansky:

“I fatti dell’evoluzione, della paleontología e della paleobiologia sono unici, irripetibili e irreversibili”.

T. Dobzhansky, “I metodi della evoluzione biológica e antropológica”, in American Scientist 45, 1957, p.388.

Pertanto un rettile può divenatare un uccello, ma un uccello non può diventare un rettile. Naturalmente nessuno da una spiegazione al riguardo. Se l’evoluzione procede per casualità e senza un fine specifico, perchè mai un uccello, non potrebbe evolversi in un rettile?
Infatti se ammettiano che vi siano mutazioni casuali dovremmo attenere cambi mutazionali non solo verso una maggiore complessità, ma anche verso una minore complessità, e anche un evoluzione al rovescio, ossia un ritorno alla specie precedente.
Qualsiasi matematico che si occupa di statistica confermerà che la casualità non potrebbe mai produrre risultati sempre più complessi. Anzi la casualità non produce mai sistemi complessi e ordinati.
Per concludere analizziamo una frase di Colin Patterson, un famoso evoluzionista, che concorda con Karl Popper (un filosofo evolucionista), sul fatto che l’evoluzione è un concetto metafísico:

“Al momento siamo fermi alla teoria neo-darwinista: l’evoluzione è successa ed è stata diretta principlamente dalla selezione naturale, con contributi casuali di deriva genética, e forse alcuni drastici cambi genetici occasionali. In questa forma, la teoria non è scientifica secondo gli standard di Popper. Infatti Popper sostiene che la teoria dell’evoluzione non sia scientifica ma sia un programa di ricerca metafisico”.
Colin Patterson, Evoluzione (1978), p.149.

Abbiamo visto pertanto che le due modalità sulle quali si basa la “teoria dell’evoluzione”, o “neo-darwinismo”, ossia la selezione naturale e le mutazioni, non producono, o “cambio di specie” o “cambio evolutivo”. Ed inoltre abbiamo visto che queste due modalità sono fondate a loro volta su due altri assiomi evoluzionisti: il caso e la la mancanza totale di fine specifico.

Ma questi due assiomi sono contrari al dogma basato sul fatto che l’evoluzione tenderebbe ad una maggiore complessità e sia irreversibile. Se tende ad una maggiore complessità ed è irreversibile, il processo non è più casuale.

Yuri Leveratto
Copiright@ 2016

Bibliografia: Evolution handbook, Vance Ferrell

Note: 
1-Frances Darwin, The life and letters of Charles Darwin (NY Appleton & Co, 1898 Vol.11 pag 210 (Darwin’s letter to G. Benham, may 22, 1863)
2-C.H. Waddington, La resistenza al cambio evolutivo, in Nature, 175 (1955), pag.51.
3-Murray Eden (dottore in chimica) – Inadeguatezza dell’evoluzione neo-darwinista come teoria scientifica; tratto da sfide matematiche alla teoria dell’evoluzione neo-darwinista.
4-H.J. Muller fu un biólogo e genetista statunitense. La citazione è trata da H.J. Muller “Radiation Damage to the genetic material”in American Scientist, gennaio 1950, pag. 35.
5-Julian Huxley fu un biologo, genetista e scrittore.
6-Julian Huxley, Evolution in Action, pag. 41
7-On the methods of evolutionary biology and antropology American scientist, 1957 pag.385.
8-H.J. Muller – How radiation chages the genetic constitution, Bulletin of atomic scientist, 11, (1955), p.331

giovedì 27 agosto 2015

Critiche alla teoria della generazione spontanea


Nell’articolo “Evoluzionismo contro creazionismo” (1) ho evidenziato che la teoria dell’evoluzione, non essendo dimostrata, risulta essere una “forma di fede”. E’ per fede che si crede che la materia sorse dal nulla ed in seguito vi fu un’esplosione immane (big bang). Ed è per fede che si crede che la vita si sia originata dalla materia inerte. Ma questa ipotesi è contraria alla legge della biogenesi di Pasteur che sostiene che la vita può nascere solo dalla vita, e mai dalla materia inerte. 
Nell’esperimento di Miller-Urey sono state prodotte (quindi non casualmente, ma sotto la guida della mente umana), alcuni aminoacidi, ma non proteine. Comunque sia gli aminoacidi e le proteine sono materia inerte, in quanto è la cellula la prima è la più piccola forma di vita. Gli evoluzionisti sostengono che il passaggio da aminoacidi alla cellula sia avvenuto in condizioni particolari, ma non sono stati capaci di provare che ciò sia avvenuto, ossia non sono stati capaci di “causare” la formazione ne di proteine e ne tantomeno di una cellula. Inoltre gli evoluzionisti sostengono “per fede” che la generazione spontanea sia avvenuta solo una volta, miliardi di anni fa. 
Di solito l’argomento “principe” degli evoluzionisti è il tempo. Essi dicono che da quando la terra si è formata, sono passati talmente tanti milioni di anni, che “hanno permesso” che prima o poi si verificasse la generazione spontanea. 
Sembrerebbe pertanto che il tempo possa creare l’evoluzione. In altre parole, più tempo vi è a disposizione e più possibilità vi sarebbero per far si che la generazione spontanea si verifichi. Il tempo pertanto assume quasi una caratteristica divina nella mente dell’evoluzionista. Ma cosa è il tempo? Se ci soffermiamo a pensare notiamo che esso è solo il presente. Il passato già non esiste più, e il futuro non esiste ancora. 
Ricordiamo che se la probabilità che accada un certo evento è 1/100, anche se ripetiamo la prova varie volte, la possibilità rimarrà sempre 1/100. E ciò accade in quanto la probabilità non ha memoria. Non è che ripetendo le prove la probabilità aumenti. 
Per quanto riguarda la generazione spontanea il ragionamento è simile, ma con qualche variante. La generazione spontanea non è mai stata osservata in natura. Nessuno ha dimostrato che l’unione di atomi di carbonio, idrogeno ossigeno e azoto e scariche elettriche possano produrre proteine. Gli scienziati evoluzionisti sostengono che in particolari condizioni climatiche la generazione spontanea potrebbe essere avvenuta, considerando un lungo periodo di tempo. Ma un qualcosa di impossibile non può verificarsi casualmente se il tempo a disposizione è maggiore. 
La seconda legge della termodinamica dice che esiste la tendenza a passare dall’ordine al disordine e non viceversa. Pertanto anche ammettendo che si siano formati aminoacidi in determinate situazioni ambientali, essi in seguito si sono dissolti e non agglutinati per formare proteine. 
Ecco pertanto che il tempo, in una situazione di questo tipo, non aumenta la probabilità che l’evento “generazione spontanea” si verifichi. Se non si verifica dopo dieci tentativi la posibilita è 0/10. Se non si verifica dopo cento tentativi, la possibiltà è 0/100, e via di seguito. 
C’è inoltre da chiedersi se i “milioni di anni” che di solito vengono portati come supporto alla possibilita della generazione spontanea da parte degli evoluzionisti, siano trascorsi realmente. In effetti i metodi tradizionali di datazione, basati sul decadimento dell’uranio o sul metodo del carbonio 14, sono ampiamente contestati, e non portano a datazioni certe. Il metodo degli evoluzionisti è quello di allungare indefinitamente le ere, e così i milioni di anni diventano miliardi di anni. In questo modo possono sostenere che in qualche momento del passato la generazione spontanea è avvenuta. Ma questo procedere, lungi dall’essere scientifico è, ancora una volta, una “forma di fede”. 
E’ stato Darwin che ha indirettamente innescato questo processo, ecco una sua dichiarazione (2): 

La credenza che le specie sono immutabili è un qualcosa di inevitabile fino a quando si crederà che la storia della terra sia breve. 

Praticamente Darwin disse che siccome non c’è evidenza di evoluzione (e di generazione spontanea), in epoche recenti, essa deve essere avvenuta molto prima, e da qui si origina la necessità di “dover creare” i miliardi di anni. 
In pratica solo con i miliardi di anni si potrebbe verificare la generazione spontanea e quindi la terra deve “per forza” essere vecchia di miliardi di anni!
Secondo l’evoluzione l’età della terra è di circa 5 miliardi di anni. Questo dato è stato confutato da vari scienziati creazionisti, ma per ora non è mio interesse entrare nel merito dell’età della terra. E’ però interessante notare che gli evoluzionisti hanno bisogno di questo dato. Possono sempre dire che “con il tempo sufficiente, la possibilita che si sia verificata la generazione spontanea, esiste”. 
Ma anche se la terra avesse trilioni di anni, la generazione spontanea non avrebbe potuto verificarsi, in quanto è contraria alla legge di Pasteur. 
Vediamo ora quale dovrebbe essere stato l’ambiente primitivo nel quale si sarebbe verificata la generazione spontanea. 
1-Ci deve essere stata la corretta atmosfera e deve essere stata totalmente differente da quella di adesso.
2-Il terreno, le acque e gli oceani, dove la vita iniziò, avevano esattamente la corretta combinazione di elementi chimici (diversi da quelli di adesso). 
3-Con una sconosciuta, ma esattamente corretta, fonte di energia, gli aminoacidi si formarono in sufficente quantità. 
4-Gli aminoacidi si sarebbero poi combinati in proteine e nucleotidi.
5-Le proteine e i nucleotidi si trasformarono in organi complessi all’interno di un organismo principale (la cellula), sviluppando un codice genetico in modo da risolvere vari problemi (il primo e più importante è la riproduzione).
6-A questo punto l’organismo era pronto a riprodursi. 

Innanzitutto si nota che i punti dal primo al quinto dovrebbero essersi verificati nella corretta sequenza. Inoltre l’ipotetica formazione della prima cellula avrebbe dovuto crearsi in modo perfetto, ossia capace di attuare tutte le sue funzioni vitali, inclusa la riproduzione. Se così non si fosse verificato, una volta morta la prima cellula, la vita sulla terra sarebbe nuovamente scomparsa. 
Contrariamente alla teoria dei tempi lunghissimi, ossia dei milioni di anni, spesso chiamata in causa dagli evoluzionisti per giustificare la formazione della vita, la formazione degli aminoacidi, delle proteine, del DNA e degli enzimi necessari per il funzionamento della prima cellula, avrebbe dovuto avvenire in un singolo istante! Se cosi non fosse stato, gli aminoacidi, per la legge dell’entropia, si sarebbero dissolti in acqua per idrolisi e lo stesso discorso vale per le proteine, che invece di agglutinarsi si sarebbero decomposte in aminoacidi. 
Ricordiamo che l’esperimento di Miller-Urey ha prodotto aminoacidi in laboratorio, sotto la guida di menti intelligenti. Non vi è stata l’osservazione di ciò che è accaduto in natura. Inoltre ricordiamo ancora una volta che non si sono prodotte proteine e tantomeno la cellula. Le proteine non sono “vive”. Sono molecole organiche, ma non sono esseri viventi. 
Torniamo ora ai sei punti iniziali. Per la seconda legge della termodinamica le reazioni chimiche procedono verso l’entropia. Quindi da un’alta ad una bassa concentrazione, e non viceversa. Ci è stato detto che “casualmente” gli aminoacidi si sarebbero formati nel “brodo primordiale”. Ma appena formati gli aminoacidi tornerebbero a decomporsi a causa dell’eccesso di acqua. 
Inoltre l’acqua gioca a svafore perché in seguito si formino proteine, lipidi, acidi nucleici e polisaccaridi. E anche ammesso che una proteina si formasse, a causa dell’idrolisi anch’essa tornerebbe allo stadio iniziale di aminoacido. 
In altre parole, la corretta concentrazione di elementi perché si formino aminoacidi e quindi essi si agglutinino in proteine è estremamente rara. 
In effetti le strutture che compongono la cellula sono “costruite” per sussistere all’interno di essa e non all’esterno, dove verrebbero rapidamente annichilate decomponendosi. 
Inoltre vi è il problema della fonte di energia. Di solito gli scienziati dicono che “ci deve essere stata una fonte di energia per innescare la vita”. Si parla di fulmini. Però qualsiasi cosa colpita da un fulmine viene annichilita, e non creata!
Un altro problema è l’ossigeno atmosferico. E’ noto che in presenza di ossigeno la chimica della vita si decompone. Gli aminoacidi si decompongono e così le proteine. Si necessita quindi di un’atmosfera senza ossigeno per la formazione della chimica della vita, ma non è provato che l’atmosfera terrestre sia stata senza ossigeno nel passato.  
Torniamo alle proteine: esse stanno alla base della vita delle cellule. Esse sono composte di aminoacidi. L’acqua dell’oceano primitivo avrebbe attuato da agente idrolitico e quinde l’improbabile formazione casuale di proteine sarebbe stata presto dissolta. Un gruppo di studiosi della Barrion University in Israele ha calcolato la probabilità di formazione casuale di una sola proteina: 1/10 alla 157esima potenza! (3)
Ma gli evoluzionisti continuano con il loro assioma: in qualche modo e in qualche lontana epoca del passato dalla materia inorganica si sarebbero formati gli aminoacidi e le proteine. Per la vita però servono anche gli enzini e fino ad oggi nessun scienziato al mondo è riuscito a produrli in laboratorio. E in più, naturalmente vi è il DNA. La vita è qualcosa di molto più complesso del semplice assemblare gli organi che servono per il funzionamento di una cellula. Infatti un istante dopo la morte dell’organismo vi sono ancora gli aminoacidi, le proteine, gli enzimi e i codici genetici, ma la vita, non c’è più. 
Per quanto riguarda l’atmosfera primitiva, gli evoluzionisti hanno “deciso” che l’atmosfera primitiva doveva per forza essere senza ossigeno. Tutto ciò naturalmente per giustificare la formazione degli aminoacidi. Infatti sappiamo che se l’ossigeno fosse stato presente, gli aminoacidi non si sarebbero potuti formare. 
Il problema è che non esiste alcuna evidenza che l’atmosfera iniziale del pianeta terra sia stata senza ossigeno. Inoltre non esiste alcuna teoria che possa spiegare come si possa essere formata un atmosfera senza ossigeno, che poi si trasformò rapidamente in un atmosfera con ossigeno. L’atmosfera originaria che descrivono gli evoluzionisti sarebbe stata formata da metano, idrogeno, ammoniaca ed azoto. Mentre l’atmosfera attuale è formata da anidride carbonica, acqua, azoto ed ossigeno. 
Ecco il paradosso evoluzionista: 
1-L’atmosfera originaria non è provato che sia esistita, ma senza di essa la chimica della vita non si sarebbe potuta formare. 
2-Se fosse esistita l’atmosfera originaria la chimica della vita avrebbe potuto in teoria sintetizzarsi (anche se le possibilità sono remotissime), ma poi i composti chimici (la cellula) sarebbero morti per mancanza di ossigeno. 
3-Inoltre, un’atmosfera senza ossigeno è anche senza ozono per cui i raggi ultravioletti avrebbero distrutto qualsiasi aminoácido o eventuale proteina. 
Ecco alcune tesi contrarie ad una atmosfera senza ossigeno:
1-Antiche rocce contengono piccole parti di ferro ossidato.
2-Se non ci fosse stato ossigeno, non ci sarebbe stata acqua. Gli evoluzionisti ci vorrebbero far credere che non ci sia stata acqua nell’atmosfera originaria?
3-L’atmosfera originaria secondo gli evoluzionisti non aveva ne ossigeno ne anidride carbonica. Ma senza ossigeno nessun essere vivente può sopravvivere. E senza anidride carbonica nessun vegetale può sopravvivere.

Per concludere questo è il paradosso degli evoluzionisti: la generazione spontanea non può accadere con ossigeno e non può accadere senza ossigeno!

A questo punto la posizione evoluzionista estrema sostiene che un istante dopo la formazione  della vita senza ossigeno, l’atmosfera intera si sarebbe trasformata in una con ossigeno! Questa teoria cade però in quanto l’ossigeno dell’atmosfera debe essere prodotto dalle piante e può succedere solo in tempi relativamente lunghi. Ma le piante stesse non potevano vivere in un contesto senza anidride carbonica. 
Qualche evoluzionista ha proposto che gli aminoacidi si formarono in zone di argilla secca o nelle rocce, ma anche in questo caso l’ossigeno o i raggi ultravioletti avrebbero impedito la loro formazione. 
E’ stata proposta anche la tesi che gli aminoacidi si formarono nel bordo dei vulcani. Ma il calore vulcanico avrebbe distrutto gli aminoacidi alla loro formazione. 
Come vediamo la teoria della generazione spontanea non è “scientificamente provata”. E’ solo una “forma di fede”, ma non è una dimostrazione scientifica. 

YURI LEVERATTO
Copyright 2016

Note:
1-http://yurileveratto2.blogspot.com/2015/11/evoluzionismo-contro-creazionismo.html
2-Charles Darwin, Origine delle specie, conclusione alla seconda edizione
3-Evolution handbook, Vance Ferrel

mercoledì 26 agosto 2015

Evoluzionismo contro creazionismo


Oggigiorno non è di moda parlare di Dio. Molti preferiscono dire “la madre natura”, “l’energia del cosmo”, o “l’evoluzione”. Questi termini sono “di moda”. Ma spiegano realmente qual’è l’origine dell’universo, della vita sulla terra e di noi, esseri umani, esseri dotati di coscienza? 
La teoria dell’evoluzione è, appunto, una teoria, non scientificamente provata e non dimostrata. Alla base di questa teoria, divulgata da Charles Darwin (1809-1882), c’è l’assurdo concetto della generazione spontanea.
Secondo questa teoria, che oggi viene mostrata come fosse vera in tutte le scuole e università, all’inizio ci fu una grande esplosione, il big bang, il “grande bang”, dalla quale si originarono le galassie, le stelle, il sole e la terra. Per un’incredibile sequenza di casualità si sarebbe originata la vita, dal nulla, dalla materia inerte, e quindi dall’essere unicellulare si sarebbero originati, sempre casualmente, tutti gli animali, fino ad arrivare all’essere umano, che, sarebbe “solo”, un animale più sviluppato, con più intelligenza degli altri.
Dal caos pertanto si sarebbe generato l’ordine, per mezzo della casualità. Ma per la seconda legge della termodinamica esiste una tendenza a passare dall’ordine al disordine, e non viceversa.
Ma cosa c’era prima del big bang? Se assumiamo che c’era della materia, ecco che facciamo un “atto di fede”. Si, fede!
Ma dal nulla non può crearsi la materia per casualità. E’ impossibile. Eppure gli scienziati evoluzionisti sostengono che dal nulla si originò un’immane esplosione, dalla quale a sua volta si “evolvettero” le galassie, le stelle, e il nostro sistema solare. Fu il belga George Lemaitre che per primo, propose la teoria del big bang nel 1927. Secondo Lemaitre dall’esplosione iniziale si originarono i protoni, i neutroni e gli elettroni, ma non viene specificato cosa vi era prima dell’esplosione. Vi era forse il tempo, prima dell’esplosione? Non ci è dato saperlo.
E da dove si sarebbe originata la materia che si condensò in un singolo punto? Dal nulla non si può originare qualcosa casualmente. Inoltre, come avrebbe potuto esplodere una quantità di materia se ancora non vi erano gli atomi?
Non fu certo un esplosione atomica, quindi. Inoltre, c’è un’altra tesi a sfavore del big bang: nell’universo non vi è sufficente massa per far pensare che un’esplosione iniziale sia esistita. E’ il famoso problema della massa mancante. Ecco pertanto che la teoria del big bang si accetta come un “atto di fede”, in quanto non è dimostrata nè dimostrabile.
Vi è poi il problema dell’origine della vita. Dalla materia inerte non si può generare vita, in modo casuale. Sono stati fatti degli esperimenti per tentare di dimostrare che, unendo atomi di carbonio, ossigeno, idrogeno e azoto e quindi aggiungendo scariche elettriche, si potrebbero generare alcune molecole elementari, ma fino ad ora non hanno dato alcun risultato. Sono stati prodotti, (con intervento umano) alcuni aminoacidi, ma non proteine. Ed inoltre il passaggio casuale dalla proteina alla cellula dotata di membrana è improponibile.
Secondo gli evoluzionisti, la vita sarebbe nata dagli elementi inerti prodotti dopo il big bang. Ma questa ipotesi è contraria alla legge della biogenesi di Pasteur, che sostiene che la vita può nascere solo dalla vita, e non dalla materia inerte. Alcuni evoluzionisti sostengono “per fede” che la generazione spontanea sia successa solo una volta, miliardi di anni fa. Ma nessuno di loro ha provato che essa sia avvenuta e nessuno ha spiegato perchè non possa avvenire altre volte.
Il famoso libro di Darwin, il cui titolo completo è: “Sull’origine delle specie per mezzo della selezione naturale o la preservazione delle razze favorite nella lotta per la vita”, fu pubblicato nel 1859.
Il messaggio centrale del libro di Darwin, che a tutt’oggi non è ancora stato dimostrato scientificamente, è che in seguito a mutazioni casuali, alcuni animali si adattano meglio di altri all’ambiente circostante e, nel corso del tempo, si trasformano, originando nuove specie.
Ma la selezione naturale, ovvero la sopravvivenza del migliore, del più adattato, non produce nuove specie. C’è una grande differenza tra “adattamento”, “mutazione genetica” ed “evoluzione della specie in altre specie con patrimonio genetico diverso”.
Fino ad oggi la mutazione genetica è l’unico meccanismo che alcuni scienziati evoluzionisti hanno proposto per arrivare al cambio evolutivo, in pratica per spiegare che dalla singola molecola si è giunti all’essere umano. Ma la mutazione genetica è un evento raro, e non è stato provato che produca nuovo patrimonio genetico.
Vediamo a tale proposito una citazione dello scienziato evoluzionista (non creazionista) Theodosius Dobzhansky: (1)

Il processo di mutazione è l’unica fonte della variabilità genetica e quindi dell’evoluzione…i mutanti che si originano dimostrano però, con rare eccezioni, una involuzione, ossia un peggior adattamento all’ambiente circostante.

Dobzhansky ha passato la propria vita a studiare dei moscerini della frutta, (Drosophila melanogaster), provocando su di essi delle mutazioni genetiche con alcune radiazioni ionizzanti. Alla fine ha ottenuto solamente altri moscerini della frutta, non nuove specie con nuovo e diverso patrimonio genetico, ma gli stessi insetti, e per di più sterili.
Gli assiomi che l’evoluzionista accetta “per fede” sono sette, e nessuno è dimostrato scientificamente:
1-Dalla materia inerte si origina la vita. Generazione spontanea.
2-La generazione spontanea è successa solo una volta.
3-Virus, batteri, piante e animali hanno una radice comune.
4-Dai protozoi si sono originati i metazoi.
5-Vari specie di invertebrati sono inter-relazionate.
6-Dagli invertebrati si sono generati i vertebrati.
7-Tra i vertebrati, dai pesci si sono generati gli anfibi, dagli anfibi i rettili, e dai rettili gli uccelli e i mammiferi.
Di solito si parla della settima, e si ignorano le altre sei, nessuna di esse dimostrata.
Se il settimo punto fosse vero, dovremmo aver rinvenuto un numero enorme di fossili di animali intermedi tra tutte le specie che hanno vissuto sulla terra.
Ma questi fossili, questi “anelli mancanti”, non sono mai stati trovati. In pratica non si è mai trovato un solo fossile che prova il settimo punto. Sono invece stati trovati fossili di animali che hanno subito delle mutazioni, e che si sono adattati a particolari nicchie ambientali, ma all’interno delle specie in esame.
L’archaeopterix, che a lungo è stato mostrato come un rettile-uccello, e quindi come come l’anello mancante tra i due gruppi di animali, altro non era che un uccello, adattato ad una particolare nicchia ambientale.
Ma sono gli stessi scienziati evoluzionisti che affermano che i fossili dei supposti animali di transizione non sono mai stati trovati. Lo stesso Darwin dimostrava di essere confuso in una lettera ad un suo amico scritta nel 1863 (2):

Quando entriamo nei dettagli non possiamo provare che una sola specie è cambiata, inoltre non possiamo provare che i supposti cambi diano dei benefici, che starebbe alla base della teoria. Non possiamo neppure spiegare perchè alcune specie sarebbero càmbiate in altre e altre no.

In altri casi si sono divulgate tesi ambigue a supporto del settimo punto, come per esempio che le balene si siano evolute da mammiferi terrestri che tornarono a vivere nel mare. Si è divulgato che l’antenato comune delle balene sarebbe il pakicetus, ma di questo animale sono stati trovati solo alcuni denti, frammenti di mascella e il teschio di un esemplare adulto, e non le parti lombari e femorali che avrebbero potuto provare lo stato transizionale. Inoltre secondo altri studi i resti del pakicetus trovati sarebbero più giovani di alcune balene normali, percui la tesi della presunta antichità di questo animale cadrebbe.
Nel corso del ventesimo secolo si sono sviluppate molte critiche alla teoria dell’evoluzione, in quanto si è individuato che alla base di questa teoria vi sono alcuni assiomi, non dimostrati scientificamente e quindi essa non è altro che un sistema basato sulla “fede”, allo stesso modo di come lo è il “creazionismo biblico”.
Parallelamente però si è sviluppata un’altra teoria, sostenuta da scienziati, chiamata “teoria del disegno intelligente” (3). In pratica, secondo questa teoria, la realtà dell’universo visibile e della vita è spiegabile solo con un intervento inteligente, una “causa prima”. Questi scienziati non definiscono “Dio” la causa prima, ma si riferiscono ad essa senza entrare nei temi teologici o religiosi. Questa teoria non deve essere confusa con l’evoluzionismo teista o “darwinismo cristiano” al quale accennerò più avanti.
La persona che inizialmente diffuse la teoria del “disegno intelligente” è Philip E. Johnson, con il suo libro del 1987 “Darwin sotto processo”. Vi sono altri sostenitori del “disegno inteligente”, come Michael Behe, William Dembski, Jonathan Wells, e Stephen Meyer. In pratica queste persone hanno avanzato delle forti critiche al modello evoluzionista, e hanno dimostrato che esso non è scientifico, ossia non risponde ai criteri di scientificità, come per esempio quelli di una dimostrazione matematica.
Secondo la teoria del disegno intelligente pertanto la realtà naturale che possiamo studiare sarebbe solo ammissibile attraverso l’intervento di un “progettista intelligente”. La maggioranza di loro anche se non si possono definire creazionisti biblici, sono credenti in Dio, e nel Dio del Cristianesimo.
Alcuni cristiani, inoltre, hanno adattato il loro credo iniziale, basato sulla Bibbia, all’evoluzionismo, sviluppando una teoria particolare detta “evoluzionismo teista”, o “darwinismo cristiano”. Secondo questa teoria la creazione non sarebbe uscita dalle mani di Dio interamente compiuta, ma in stato di via verso la sua perfezione ultima. Questo divenire comporta assieme alla comparsa di certi esseri la scomparsa di altri, con le costruzioni della natura, anche le distruzioni. Dio avrebbe creato alcuni esseri iniziali, avrebbe fatto scoccare la scintilla della vita, e da questi esseri iniziali si sarebbero poi sviluppate tutte le creature viventi. In pratica l’evoluzionismo teista è stato inventato per poter “accettare” l’evoluzione ai credenti nella Bibbia, o per adattare il credo evoluzionista nella Bibbia. Infatti secondo la “Genesi” Dio ha creato tutto l’universo, la terra, le piante e gli animali in sei giorni (Genesi 1), mentre secondo il teismo evoluzionista Dio avrebbe creato solo alcuni esseri primordiali, dai quali dopo miliardi di anni si sarebbe evoluto l’uomo. Il teismo evoluzionista è quindi in forte contrasto con la Genesi, che secondo questa teoria dovrebbe essere letta in chiave allegorica.
Vari creazionisti biblici hanno opposto dure critiche alle tesi dei “darwinisti cristiani”. Per esempio Thomas F. Heinze, nel suo libro “Risposte ai miei amici evoluzionisti” ha sostenuto l’interpretazione letterale della Bibbia, e ha contrastato il fatto che Dio abbia avuto bisogno dell’evoluzione per creare l’uomo. Heinze ha fatto notare che in molti passi della Bibbia è scritto chiaramente che Dio ha creato tutti gli esseri viventi e l’uomo, e non ha creato solo alcuni esseri dai quali poi si sarebbero evoluti gli altri. Ha fatto notare che anche nei Vangeli è scritto che Dio ha creato l’uomo (Vangelo di Matteo 19, 4; Vangelo di Marco 10, 6).
Un altro creazionista biblico che ha contrastato fortemente le tesi del teismo evoluzionista è il biologo Jobe Martin. Nel suo libro “L’evoluzione di un creazionista”, si oppone nei dettagli le tesi degli evoluzionisti e dei darwinisti cristiani, e spiega alcuni punti controversi della paleontologia da un punto di vista biblico.

YURI LEVERATTO
Copyright 2015

E’ possibile riprodurre questo articolo a patto che:
1-Sia riprodotto integralmente.
2-Non si alteri il titolo, alcuna parte di esso nè le fonti bibliografiche.
3-Si aggiunga in vista dopo il titolo e alla fine dell’articolo: opera di Yuri Leveratto.

Note:
1-On the methods of evolutionary biology and antropology American scientist, 1957 pag.385.
2-Frances Darwin, The life and letters of Charles Darwin (NY Appleton & Co, 1898 Vol.11 pag 210 (Darwin’s letter to G. Benham, may 22, 1863)
3-Science and Policy: Intelligent Design and Peer Review, American Association for the Advancement of Science, 2007

martedì 25 agosto 2015

Storicità del Nuovo Testamento


Il Nuovo Testamento è la raccolta dei ventisette libri che stanno alla base della fede cristiana. Il soggetto principale di questi libri è Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo allo stesso tempo, vissuto in Israele durante il tempo della dominazione romana, essendo imperatore Tiberio.
Il messaggio centrale dei libri del Nuovo Testamento (detto kerygma), è la vera identità di Gesù e la sua missione sulla terra.
La vera identità di Gesù su evince da moltissimi suoi detti, dalle sue opere, e dalla sua Risurrezione.
La sua missione principale sulla terra è stata quella “togliere il peccato del mondo” (Giovanni, 1, 29), e di completare le antiche scritture donando all’umanità la possibilità di riscattarsi. Il Verbo di Dio, dunque, si è incarnato in un essere umano, ed è “venuto tra noi” (Giovanni 1, 11).
Secondo la credenza cristiana pertanto, Dio non perdona i peccati “dall’alto”, ma pagando lui stesso. Dio non ha delegato ad una sua “creatura” la sofferenza sulla croce. Dio stesso era sulla croce, dandoci il massimo esempio di umiltà, perché amava talmente l’uomo che si è sacrificato per lui, caricando su di sé tutti i peccati del mondo e rendendoci così liberi. Solo Dio inoltre, essere infinito, poteva pagare con il suo sangue per tutti i peccati del mondo. A tale proposito ecco un passaggio della Lettera agli Ebrei (7, 26-27):

A noi occorreva infatti un tale sacerdote: santo, innocente, senza macchia, separato dai peccatori, innalzato più in alto dei cieli. Il quale non ha bisogno, tutti i giorni, di offrire vittime per i propri peccati, poi per quelli del popolo, come i sommi sacerdoti, perché questo egli ha fatto una volta per tutte offrendo se stesso.

Il messaggio centrale delle predicazioni di Gesù Cristo è stata la “buona novella” in greco euaggelion. Il senso della “buona novella” è che il Salvatore del mondo è arrivato, e con il suo sacrificio sulla croce ha “tolto il peccato del mondo”.
Chi crede in lui e si pente dei propri peccati è “salvo”, in quanto i suoi peccati sono stati “lavati” dal sangue di Cristo. Il suo sacrificio è stato sufficente a togliere il peccato del mondo e la sua Risurrezione è stata la certificazione della sua vittoria finale sul peccato e sulla morte. Chi crede in lui pertanto è già libero, e avrà vita eterna, se permarrà in lui fino alla fine.
Oltre al messaggio centrale, il “kerygma”, vi sono nei libri del Nuovo Testamento una serie di insegnamenti morali e pratici, detti “parenesi”, che i seguaci di Gesù devono seguire per raggiungere la salvezza.
Il “kerygma” si può denifinire come “fede in Gesù Cristo, il Figlio di Dio”, mentre la “parenesi” si può riassumere nella “carità”, ovvero nei comportamenti e nelle opere.
Oltre a ciò nel Nuovo Testamento vi è un messaggio escatologico, ossia riferito alla fine dei tempi. In esso si evince il concetto di speranza.
Ecco delineati i tre pilastri del vivere cristiano: fede, carità e speranza.
Quando sono stati scritti i libri del Nuovo Testamento? Perché sono stati accettati dai primi cristiani del periodo pre-costantiniano? Perché invece altri scritti non sono stati ammessi al Canone?
Innanzitutto analizziamo il nome “Testamento”. Da cosa deriva?
L’antica alleanza stipulata tra Dio e Mosè veniva chiamata “berit” cioè “patto”. Quando la Bibbia fu tradotta per la prima volta al greco nel III secolo a.C. ad Alessandria d’Egitto, il vocabolo “berit” fu tradotto inizialmente con “syntheke”, ma poi con il termine “diatheke”, ossia “deliberazione definitiva”, come le decisioni che si prendono in un testamento. I cristiani di lingua latina poi, tradussero “diatheke” con “testamentum”. Questa parola si trova negli scritti di Tertulliano, un apologeta cristiano, risalenti al 200 d.C. A tale proposito vediamo un altro passaggio della Lettera agli Ebrei (9, 15-17):

Perciò egli è il mediatore dell’alleanza nuova, affinché essendo intervenuta una morte in redenzione delle trasgressioni commesse sotto la prima alleanza, i chiamati ricevessero la promessa dell’eredità eterna. Ove infatti vi è un testamento, è necessario che venga denunziata la morte del testatore, perché il testamento è valido solo in caso di morte, dal momento che non ha nessuna forza finché è in vita il testatore.

Ovviamente dopo la morte e la Risurrezione del Salvatore i primi cristiani continuarono a considerare sacre le scritture, ossia l’insieme di libri che noi denominiamo “Antico Testamento”, ma oltre a ciò iniziarono a divulgare oralmente i fatti della “buona novella”.
A partire dalla seconda metà del primo secolo d.C., i cristiani che si riunivano in “ekklesia”, ossia che formavano un assemblea, erano soliti leggere anche le lettere che alcuni di loro spedivano alle varie comunità.
Da queste tradizioni orali e dalle letture delle prime lettere nacque a poco a poco la tradizione neo-testamentaria.
Per quale motivo però certi scritti sono stati accettati ed inclusi nel Nuovo Testamento ed altri no?
Gli scritti e le lettere venivano ovviamente posti al vaglio degli Apostoli e dei loro successori, di coloro quindi che avevano vissuto con Gesù, e che avevano ascoltato le sue parole, o di coloro i quali avevano conosciuto gli Apostoli.
Se questi scritti erano fedeli all’insegnamento del Signore e rispecchiavano il suo messaggio fondamentale di umiltà e il concetto del perdono di Dio a coloro che, pentendosi, credevano in lui, erano accettati.
Altri scritti, invece, dove si asseriva che si sarebbe potuto “raggiungere Dio”, attraverso la “conoscenza”, e non attraverso il pentimento dei propri peccati, vennero scartati, perché rispecchiavano correnti gnostiche.
Nella prima parte del secondo secolo d.C., incominciarono lentamente ad essere riconosciute come facenti parte del Canone le lettere di Paolo, il cosidetto Vangelo tetramorfo o quadriforme, (secondo l’espressione di Ireneo di Lione), il libro degli Atti, composto da Luca, discepolo di Paolo, la prima lettera di Giovanni e la prima lettera di Pietro. Gli altri libri del Nuovo Testamento, in particolare la lettera agli Ebrei, la seconda e la terza lettera di Giovanni, l’Apocalisse di Giovanni, la seconda lettera di Pietro e le lettere di Giacomo e Giuda, vennero accettate più tardi, sempre comunque entro il secondo secolo d.C.
Analizzando gli scritti del Nuovo Testamento si evince che alcuni di essi sono caratterizzati da un substrato giudaico-cristiano, altri da una cultura ellenico-cristiana ed altri da influenze asiatico-cristiane (1).
Il substrato giudaico-cristiano è forte per esempio nel Vangelo di Matteo, la cui prima versione fu scritta probabilmente in aramaico o ebraico. La comunità cristiana di Gerusalemme era numerosa ed era guidata da Giacomo il Giusto, il fratello del Signore, (Galati 1, 19), che si rivolge così a Paolo prima che quest’ultimo sia fatto prigioniero (Atti, 21, 20):

Vedi, o fratello, quante migliaia di Giudei hanno abbracciato la fede, e tutti sono osservatori zelanti della legge.

Da questo passaggio si evince che molti Giudei avevano realmente creduto in Gesù, come il Messia indicato nelle Sacre Scritture, e avevano riconosciuto in lui il Salvatore del mondo che è venuto con il fine di “togliere il peccato del mondo”.
Da altri scritti del Nuovo Testamento si evince un’acculturazione ellenico-cristiana, il cui principale autore è stato Paolo.
Paolo, che era un ebreo ellenizzato ed inoltre cittadino romano, aveva le basi linguistiche e culturali per diffondere la Buona Novella nel mondo greco, che era il centro culturale dell’impero.
Il centro della sua predicazione è stato principalmente la città di Corinto. La sua influenza ellenica si nota anche nel suo discepolo, Luca, autore del terzo Vangelo e degli Atti. Al centro di questa predicazione vi è l’uomo, con i suoi diffetti, con la sua presunzione e saccenza. Tutto ciò deve essere curato, sanato, e lo si potrà fare solo affidandosi al Salvatore, abbandonandosi a Dio.
Infine altri scritti del Nuovo Testamento rispecchiano influenze asiatiche (1), mistiche e spirituali. In questi scritti si nota il dualismo tra luce e tenebre, tra verità e falsità. In questi scritti Gesù è il Verbo di Dio, il pane della vita, la luce del mondo. E’ il substrato che favorirà l’ispirazione per alcune lettere di Paolo (quelle dalla prigionia) e del quarto Vangelo, quello di Giovanni.
Analizziamo ora l’origine dei singoli libri e delle lettere del Nuovo Testamento.
Dopo la morte e la Risurrezione del Signore, gli Apostoli e gli altri seguaci di Gesù iniziarono a diffondere i detti e gli atti di Gesù, tenendo presente però, le differenti culture ed esigenze di coloro che li ascoltavano.
Le Lettere ai Tessalonicesi, scritte da Paolo nel 50-51 d.C. sono i più antichi scritti del Nuovo Testamento. Furono scritte da Corinto, dopo circa due anni di predicazioni in suolo ellenico.
In seguito Paolo intraprese un viaggio a Efeso, da dove scrisse la Prima lettera ai Corinzi tra il 53 e il 57 d.C. (2). Eccone un passaggio: (11, 23-25):

Io, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me». Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me».

Da questi versi si evince che Paolo narra avvenimenti dell’ultima cena. La Prima lettera ai Corinzi fu inviata da Efeso alla comunità cristiana di Corinto.
Da Efeso Paolo scrisse pure ai cristiani della Galazia, una regione dell’Anatolia centrale. Anche la Lettera ai Galati è datata dal 53 al 57 d.C.
In questa lettera Paolo sottolinea che la salvezza è data solo per la fede in Gesù Cristo e non per l’osservanza delle leggi di Mosè (come per esempio la circoncisione). Eccone un passo (2, 19-21):

In realtà mediante la Legge io sono morto alla Legge, affinché io viva per Dio. Sono stato crocifisso con Cristo, e non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me. Dunque non rendo vana la grazia di Dio; infatti, se la giustificazione viene dalla Legge, Cristo è morto invano.

Paolo fu quindi costretto a fuggire da Efeso e, dalla Macedonia scrisse la Seconda lettera ai Corinzi databile al 57 d.C.
Quindi giunse a Corinto, dove scrisse la celebre Lettera ai Romani, nel 58 d.C.
In questa lettera Paolo affronta il tema della salvezza. Secondo Paolo è la fede in Gesù Cristo, seguita dal pentimento dei propri peccati e suggellata dal battesimo, che porta alla salvezza e quindi alla Vita Eterna.
Quindi Paolo ritornò a Gerusalemme dove fu imprigionato e quindi trasferito a Cesarea. Nel 60 d.C., approfittando della sua cittadinanza romana gli fu concesso di appellarsi all’imperatore e fu quindi trasferito a Roma dove rimase in domicilio coatto. Da Roma scrisse le Lettere ai Filippesi, Efesini, Colossesi e la Lettera a Filemone, dal 61 al 63 d.C.
Le sue Lettere a Timoteo e Tito furono scritte durante la sua ultima prigionia, a Roma, poco prima della sua morte, avvenuta possibilmente nel 67 d.C.
I tre Vangeli sinottici, quelli di Matteo, Marco e Luca, sono stati scritti sulla base di una fonte antica, ossia la tradizione orale apostolica sviluppatasi tra la Risurrezione del Signore e il 50 d.C. Prova di ciò è che nel più antico documento che contiene la lista dei libri del Nuovo Testamento, il Codice Muratoriano, risalente al 170 d.C. (3), si nomina il “Vangelo di Matteo, Marco e Luca”.
Una tradizione antica attribuisce all’Apostolo Matteo un primo Vangelo, scritto in aramaico o in ebraico intorno al 45 d.C. (4). Questa versione fu poi tradotta al greco. Marco, il discepolo di Pietro, scrisse il suo Vangelo sulla base della traduzione greca del testo originale in aramaico. Vi sono varie opinioni sulla datazione del Vangelo di Marco, ma la maggioranza degli studiosi è concorde nel ritenere che fu scritto poco dopo la morte di Pietro (64-67 d.C.) (5). Altri studiosi propongono datazioni più antiche intorno al 50 d.C. (6).
Il Vangelo secondo Matteo, tradizionalmente attribuito a Matteo, sarebbe pertanto stato scritto sia sulla base del Vangelo di Marco, sia sulla base della tradizione orale apostolica originatasi prima del 50 d.C. Si pensa sia stato scritto poco dopo il 70 d.C. (7).
Anche per il Vangelo secondo Luca, il discepolo di Paolo, sono state proposte delle datazioni intorno al 70 d.C. (8). Luca è stato anche l’autore degli Atti degli Apostoli. Dagli Atti si evince che Luca si avvicinò a Paolo a Troade (Atti, 16, 8) e lo accompagnò in vari suoi viaggi, visitando Filippi, Gerusalemme, Cesarea e Roma.
Una delle opere più significative del Nuovo Testamento è il quarto Vangelo, quello di Giovanni. Esso è il risultato della cosidetta “tradizione giovannea”, ossia dell’insieme delle tradizioni orali originatasi nell’ambito dei seguaci di Giovanni, il quale ha passato l’ultima parte della sua vita ad Efeso. Questa tradizione orale viene descritta come Vangelo dei segni. (9). E’ stato scritto possibilmente dal 90 d.C. al 100 d.C. (10).
Il Vangelo di Giovanni si caratterizza principalmente per descrivere la vera identità di Gesù Cristo.
Egli è descritto come come il “Verbo di Dio” (Prologo), Dio stesso, che si è incarnato in una persona umana. Molte delle affermazioni assolute di Gesù sono riportate nel quarto Vangelo, la cui principale è “Io Sono” (8, 24),(8, 58), che ricorda la celebre rivelazione di Dio a Mosè nel Sinai. (Es 3, 14).
Nel Nuovo Testamento vi sono poi alcune lettere che inizialmente non furono universalmente accettate, infatti non erano presenti nel Canone Muratoriano.
La prima di esse, la Lettera agli Ebrei, è tradizionalmente attribuita ad un discepolo di Paolo. Scritta da Roma, è stata datata intorno al 68 d.C. (11).
Altri scritti presenti nel Nuovo Testamento sono le cosidette “Lettere cattoliche” o “universali”. Questa denominazione è dovuta al fatto che non avevano, come quelle di Paolo, un destinatario preciso, ma erano rivolte a tutti i cristiani.
Vi è la “Lettera di Giacomo”, individuato come Giacomo il Giusto, capo della Chiesa di Gerusalemme e fratello del Signore (Galati 1, 19). Si pensa sia stata scritta dopo la morte di Giacomo il Giusto (nel 62 d.C.), da uno dei suoi discepoli.
Vi è poi la “Prima Lettera di Pietro”, attribuita possibilmente a Sila (Silvano) o Marco, entrambi discepoli di Pietro, e scritta intorno al 64 d.C. (12).
La “Seconda Lettera di Pietro”, è invece di difficile attribuzione. Per quanto riguarda la sua datazione alcuni studiosi sono concordi sul fatto che fu scritta prima del 90 d.C. (13)
Poi vi è la “Lettera di Giuda”, attribuita a Giuda, fratello di Giacomo (Lettera di Giuda 1,1), che è stata scritta possibilmente tra il 75 e l’80 d.C. (14).
Per quanto riguarda le Lettere Cattoliche vi sono infine le Lettere di Giovanni, attribuite all’apostolo ed evangelista o ai discepoli della sua cerchia.
La “Prima Lettera di Giovanni” è attribuita proprio a Giovanni ed è datata al 100 d.C. (15).
La “Seconda Lettera di Giovanni” e la “Terza lettera di Giovanni” sono attribuite a un discepolo di Giovanni (Giovanni presbitero) (16). Sono anch’esse datate al 100 d.C.
L’ultima opera che fa parte del Nuovo Testamento è l’Apocalisse di Giovanni. Una tradizione risalente ad alcuni eminenti cristiani del II secolo, come Ireneo, Giustino Martire, Clemente di Alessandria e Tertulliano attribuisce quest’opera a Giovanni apostolo ed evangelista. La descrizione di Cristo come Verbo (19, 13) e come Agnello (5, 6), avvalla questa ipotesi, coincidendo pienamente con il Vangelo di Giovanni. E’ stata scritta molto probabilmente nel 95 d.C. (17).
Analizziamo ora le fonti sulle quali si possono datare e analizzare gli scritti del Nuovo Testamento.
E’ vero che i manoscritti originali sono andati perduti, ma attualmente in vari musei e biblioteche del mondo sono presenti 127 antichi papiri (18) del Nuovo Testamento.
Il più antico papiro del Nuovo Testamento è il cosidetto Papiro 52, che contiene alcuni frammenti del Vangelo secondo Giovanni. (19). E’ stato datato al 125 d.C. (20), ed è conservato nella biblioteca Jhon Rylands (Manchester). Ve ne sono poi molti altri risalenti al II secolo, come il Papiro 4, contenente frammenti del Vangelo secondo Luca (21); il Papiro 75 (Papiro Bodmer), che contiene circa la metà del Vangelo di Luca e la metà del Vangelo di Giovanni (22); il Papiro 90, che contiene alcuni passi del Vangelo di Giovanni (23); il Papiro 98, contenente brani dell’Apocalisse di Giovanni (24), e il Papiro 104, contente frammenti del Vangelo di Matteo (25). Oltre a quelli citati che sono i più antichi ve ne sono altri 121 risalenti ai secoli successivi.
Vi sono poi numerose controprove della veridicità e accuratezza dei testi neo-testamentari. In particolare vi sono migliaia di citazioni del Nuovo Testamento nelle opere dei primi cristiani. Per esempio, 2400 citazioni di Clemente di Alessandria vengono dai libri del Nuovo Testamento, eccetto tre (26). Tertulliano cita il Nuovo Testamento ben 7000 volte (26). Secondo alcuni studiosi sarebbero ben 32.000 le citazioni del Nuovo Testamento di tutti gli autori cristiani prima del concilio di Nicea. (27). E queste citazioni concordano con i frammenti di papiri descritti nell’articolo.
Per concludere, analizziamo quali sono i più antichi testi del Nuovo Testamento, che sono stati utilizzati come fonti per successive traduzioni nel corso dei secoli.
Si possono dividere in tre rami fondamentali: l’occidentale, dal quale si è generata la traduzione detta “Vulgata”; l’alessandrino, che fu influenzato da correnti gnostiche ed è quindi ritenuto inaffidabile; il siriaco-bizantino, dal quale si è originato il Textus Receptus.
La fonte primaria del ramo “occidentale” del Nuovo Testamento è la Vetus Latina, una serie di testi che circolavano in latino, tradotti dal greco, già dal 200 d.C. Questi testi furono poi raccolti nel 382 d.C. da Sofronio Eusebio Girolamo, che portò a termine la sua traduzione detta Vulgata. Essa fu adottata dalla Chiesa Cattolica ed ebbe un’enorme influenza sull’intera civiltà occidentale.
Vi è poi il ramo “alessandrino” del Nuovo Testamento. Le due copie attualmente esistenti rappresentative di questo filone sono il Codice Vaticano, datato dal 300 al 325 d.C. (28), e il Codice Sinaitico, datato al 330 al 360 d.C. (29). Questi ultimi, sebbene siano i più antichi testi completi del Nuovo Testamento in nostro possesso, hanno subito numerose influenze gnostiche, derivate dalla scuola alessandrina.
Vi è poi il “testo tradizionale”, che deriva a sua volta da alcuni manoscritti bizantini come il Codice Alessandrino e il Codice Ephraemi (risalenti entrambi al quinto secolo d.C.). Alcuni studiosi, come William Burgon, sostengono che questi manoscritti abbiano un’origine più antica dei Codici Vaticano e Sinaitico (30). Un’altra fonte primaria del testo tradizionale, sarebbe la cosidetta “Peshitta”, la Bibbia tradotta dal greco al siriaco possibilmente intorno al 160-180 d.C. (31).
Dal testo tradizionale si è ottenuto il Textus Receptus, in seguito alla traduzione di Erasmo da Rotterdam nel 1516. Dal Textus Receptus poi si sono originate varie altre traduzioni, come la Reina-Valera del 1602 in spagnolo, la Giovanni Diodati del 1607 in italiano e la King James del 1611 un inglese.

YURI LEVERATTO
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Foto principale: Papiro 46

Note:
(1)Per “Asia”, i primi cristiani intendevano principalmente ciò che oggi è la Turchia.
(2)"The International Standard Bible Encyclopedia", Ed. James Orr, 1915
(3) Si considera che il “Canone Muratoriano” fu scritto nel 170 d.C. in quanto vi sono accenni a Pio I, che fu vescovo di Roma dal 142 al 157 d.C. --Muratori, Antiquitates Italicae Medii Aevii (Milan 1740), vol. III, pp 809–80. Located within Dissertatio XLIII (cols. 807-80), entitled 'De Literarum Statu., neglectu, & cultura in Italia post Barbaros in eam invectos usque ad Anum Christii Millesimum Centesimum', at cols. 851-56.
(4) Jean Carmignac, Nascita dei Vangeli sinottici, San Paolo, Cinisello Balsamo (Milano), 1986.
(5) Mary Healy,Peter Williamson, The Gospel of Mark, Baker Academic, 2008, pag. 20.
(6) Josè O'Callaghan, "¿Papirios neotestamentarios en la cueva 7 de Qumran?", Biblica 53 (1972)
(7) D. Moody Smith, "Matthew the evangelist", Encyclopedia of Religion, vol. 9, p. 5780.
(8) Matthew, Gospel acc. to St." Cross, F. L., ed. The Oxford Dictionary of the Christian church. New York: Oxford University Press. 2005
(9) D. Moody Smith, Johannine Christianity, p. 63.
(10) Secondo Piero Stefani, "La sua composizione è fatta risalire agli ultimissimi anni del I secolo", in Piero Stefani, La Bibbia, Il Mulino, 2004
(11) Secondo Bruce, la lettera è probabilmente stata scritta prima, o non molto dopo, la persecuzione a Roma nel 65, cfr. Frederick Fyvie Bruce, The Epistle to the Hebrews, 1990.
(12) Wayne A. Grudem, The First Epistle of Peter: an introduction and commentary, 1999.
(13) Bauckham, RJ (1983), World Bible Commentary, Vol. 50, Jude-2 Peter, Waco, p.158
(14) Michele Mazzeo, Lettere di Pietro, Lettera di Giuda, 2002.
(15) Bruno Maggioni, Introduzione all'Opera giovannea, in La Bibbia, Edizioni San Paolo, 2009
(16) Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, Milano, Rizzoli, 2007
(17) Ireneo di Lione, Contro le eresie, 5.30.3.
(18) https://it.wikipedia.org/wiki/Papiri_del_Nuovo_Testamento
(19) Secondo alcuni studiosi il piú antico frammento di papiro ritrovato del Nuovo Testamento potrebbe essere il 7Q5 rinvenuto a Qumran, in Cisgiordania, che presenterebbe alcuni passi del Vangelo di Marco (6, 52, 53). Secondo l’analisi paleografica compiuta da alcuni studiosi fu scritto prima del 50 d.C. Attualmente peró, non c’é un consenso unamime tra gli studiosi, infatti alcuni sostengono che il 7Q5 non sia neo-testamentario ma vetero-testamentario. (vedere ipotesi O’Callaghan: https://it.wikipedia.org/wiki/Ipotesi_O%27Callaghan
(20) R. Alan Culpepper, John, the son of Zebedee: the life of a legend, Continuum International Publishing Group, 2000, ISBN 0-567-08742-5, p. 108
(21) https://it.wikipedia.org/wiki/Papiro_4
(22) https://it.wikipedia.org/wiki/Papiro_75
(23) https://it.wikipedia.org/wiki/Papiro_90
(24) Philip Comfort & David Barrett, The Text of the Earliest New Testament Greek Manuscripts, Tyndale House 2001, p. 629.
(25) https://it.wikipedia.org/wiki/Papiro_104
(26) Che parlino I primi cristiani, David Bercot.
(27)Josh McDowell, Evidence that Demands a Verdict, Here’s Life Publisher, Inc, 1972, pp.50, 52
(28)Bruce M. Metzger, Bart D. Ehrman, "The Text of the New Testament: Its Transmission, Corruption and Restoration", Oxford University Press (New York – Oxford, 2005), p. 68.
(29) https://en.wikipedia.org/wiki/Codex_Sinaiticus
(30) Edward Miller, A Guide to the Textual Criticism of the New Testament (The Dean Burgon Society Press: 2003), pp. 30-37. 57-59.
(31)Da Historia Ecclesiastica, IV, xxii: Eusebius wrote in his Ecclesiastic History that Hegesippus "made some quotations from the Gospel according to the Hebrews and from the Syriac Gospel". This quotation should give a reference to a Syriac New Testament as early as 160–180 AD.