mercoledì 25 dicembre 2019

Teoria e pratica del perdono



Oggigiorno anche tra persone cristiane si sente molta opposizione al concetto di perdono. Le frasi che di solito si sentono dire quando si nomina il perdono sono: “non riesco a perdonare”, o “io perdono solo se prima lui mi chiede perdono!”, oppure, “ma bisogna perdonare pure gli assassini?
La risposta è  che dal punto di vista cristiano, bisogna perdonare sempre, e per primi senza aspettare che ci venga chiesto perdono. 
Ma veniamo a definire che cosa non è, e poi che cosa è  il perdono. 
Innanzitutto il perdono non significa dimenticare. Perdonare significa vedere con occhi diversi. 
Il perdono non significa negare il dolore. Il dolore c’è  e ci vorrà del tempo per attenuarlo. 
Il perdono non significa tollerare le ingiustizie. Se vi è  un’ingiustizia essa va denunciata all'autorità.
Il perdono non significa condonare le ingiustizie. Se vi è  stata un’ingiustizia è  corretto che chi l’ha perpetrata paghi la pena prevista dalla giustizia terrena. 
Se il perdono non è  tutte queste cose, allora che cosa è ? Vediamo una citazione dello psicologo Robert Enright:

“il perdono è la disposizione ad abbandonare il diritto al risentimento, al giudizio negativo e alla condotta indifferente verso chi ci ha offesi ingiustamente, coltivando piuttosto atteggiamenti di compassione e bontà verso quella persona”. (1)

Percui, secondo questa definizione, perdonando si abbandona il risentimento, ma anche la condotta indifferente, verso chi ci ha offesi e gli si tende la mano, cercando di provare compassione e bontà verso di lui. 

Un concetto importante del perdono è  poi quello del perdonarsi, ossia perdonare se stessi. Quante volte sentiamo questa frase: “non riesco a perdonarmelo”. 
Ma per noi cristiani vi è la certezza che Gesù è morto per noi sulla croce. Per noi vi è la certezza che Gesù è morto per noi e ha espiato tutte le nostre colpe. Dobbiamo perciò avere la certezza che abbiamo già ricevuto il suo perdono, e dobbiamo guardare avanti. 
Soffermiamoci brevemente sull’insegnamento di Gesù sul perdono. 

Il primo insegnamento di Gesù sul perdono è inserito nella preghiera del “Padre nostro”. Vediamo il passaggio corrispondente, Vangelo di Matteo (6, 12):

E perdonaci i nostri debiti, come anche noi perdoniamo ai nostri debitori. 

Gesù indica che vi sono “debiti”, ossia “colpe”. Ogni colpa causa un risentimento e quindi una ritorsione. Ma per Gesù la colpa può essere superata solo attraverso il perdono, e non attraverso la ritorsione, o peggio, la vendetta. Dio perdona le nostre colpe, se realmente ci pentiamo, ma il suo perdono assume significato se anche noi perdoniamo chi ci ha fatto un torto.
Poco più avanti infatti Gesù afferma, Vangelo di Matteo (6, 14-15):

Perchè, se voi perdonate agli uomini le loro offese, il vostro Padre celeste perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonate agli uomini le loro offese, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre.

Quante volte noi cristiani dobbiamo perdonare? Di solito si ascoltano frasi come: “io ho già perdonato una volta, ora non lo perdono più”. 

L’insegnamento sul perdono è spiegato molto bene anche in un’altra parabola, quella del “figliol prodigo”, conosciuta anche come “parabola del padre misericordioso” (Vangelo di Luca, 15, 11-32). 
In questa parabola, si racconta di un figlio che volle farsi dare l’eredità che gli spettava in anticipo, e poi se ne andò in un paese lontano sperperando tutti i suoi beni. Quando, in seguito ad un periodo di carestìa, si ritrovò in una situazione difficile, decise di tornare da suo padre. Nel verso ventesimo si legge: “Si mise in cammino e ritornò da suo padre. Mentre era ancora lontano, suo padre lo vide e ne ebbe compassione. Gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò.” 
Si nota pertanto che il padre perdonò il figlio prima che il figlio gli chiese perdono. Il perdono deve essere pertanto un atto non condizionato alla richiesta di perdono. Deve essere dato sempre e senza condizioni. 

Quale è l’esempio massimo di perdono? Dio ci ha perdonato per primo inviando suo Figlio. 
Questo concetto è stato ribadito anche da Paolo di Tarso, il quale ha scritto che è stato Dio che ci ha riconciliato a sè per mezzo di Gesù Cristo, facendo Lui il primo passo verso di noi, anche se noi eravamo peccatori. Vediamo a tale proposito questo passaggio della Seconda Lettera ai Corinzi (5, 18-19):

Ora tutte le cose sono da Dio, che ci ha riconciliati a sè per mezzo di Gesù Cristo e ha dato a noi il ministero della riconciliazione, poichè Dio ha riconciliato il mondo con sè in Cristo, non imputando agli uomini i loro falli, ed ha posto in noi la parola della riconciliazione.

Secondo il Vangelo di Gesù Cristo quante volte si deve perdonare?

A tale proposito vediamo un altro passaggio del Vangelo di Matteo (18, 21-22), dove Gesù insegna a perdonare sempre, senza limiti:

Allora Pietro, accostatosi, gli disse: «Signore, se il mio fratello pecca contro di me, quante volte gli dovrò perdonare? Fino a sette volte?». Gesù gli disse: «Io non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. 

questo passaggio si contrappone con il passaggio di Genesi 4, 24: 

Se Caino sarà vendicato sette volte, Lamec lo sarà settantasette volte.

Quindi alla vendetta degli ingiusti dell’Antico Testamento si contrappone il perdono dei giusti del Nuovo Testamento. 

Il perdono che ci ha offerto Gesù è  pertanto un atto sublime. Gesù ha persino perdonato i suoi carnefici. Ecco infatti la famosa frase che ha pronunciato sulla croce e riportata nel Vangelo di Luca (23, 34):

Padre perdonali perchè non sanno quello che fanno

Nel Nuovo Testamento dove si afferma il valore salvifico della morte in croce di Gesù, atto sublime con il quale sono stati perdonati tutti i peccati. Innanzitutto questo primo passaggio del Vangelo di Matteo (26, 27-28):

Poi prese il calice, rese grazie e lo diede loro, dicendo: «Bevetene tutti, perchè questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti per il perdono dei peccati. 

“Offrire se stesso” è stato pertanto l’atto di perdono più grande di tutti tempi, che ha annullato il peso infinito dei peccati contro Dio, con il valore infinito del sacrificio finale e perfetto.
Vediamo ora una frase del Gesù risorto, riportata nel Vangelo di Luca (24, 46-47):

Ed aggiunse: “Così sta scritto: il Cristo doveva patire e il terzo giorno risuscitare dai morti; nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati. 

In questa frase si ribadisce che chi si converte, credendo nel sacrificio salvifico di Gesù, ottiene il perdono dei peccati.

Noi cristiani dobbiamo inoltre anche “farci altri”, cioè  partecipare alla sofferenza degli altri e indicare alle parti la via del perdono. 
Gesù ci indica quindi che non è solo possibile essere perdonati, ma è necessario perdonare. Perdonare sempre.
E’ necessario diventare agnelli per espiare i peccati di altri. Chi si proclama cristiano deve poter attuare la «riparazione vicaria». Farsi altro, farsi vittima e caricarsi del peso di un ingiustizia in modo da rendere meno arduo il processo di riconciliazione. Essere ministri di riconciliazione. 
Paolo di Tarso ci invita ad essere un sacrificio vivente: Lettera ai Romani 12-1:  

“Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, gradito a Dio; questo è il vostro culto spirituale."

Quindi se il Figlio di Dio è morto per noi non esiste sacrificio troppo grande che noi possiamo fare per Lui.

Per approfondire il tema del perdono è  utile considerare il metodo pratico del missionario colombiano Leonel Narvaez. 
Secondo Narvaez il risentimento porta al rancore e alla vendetta. La persona che non è capace di perdonare vive in uno stato continuo di insicurezza, si sente schiava del passato, non comprende perchè quella situazione è successa a lei, è incapace di socializzare. 
Eppure la persona umana è caratterizzata dallo spirito che è a sua volta formato da: intelletto, sentimenti e volontà. 
La persona umana è caratterizzata quindi dalla volontá, la facoltà di mantenere delle promesse (patti) e dalla capacità di perdonare ed essere perdonato. 

Leonel Narvaez ha indicato cinque passi per arrivare a perdonare: 
1-Accettare di essere nell’oscurità e voler passare dalle tenebre alla luce.
2-Decidere di perdonare. Il perdono è completamente irrazionale.
3-Guardare con nuovi occhi. (non dimenticare, ma guardare in modo diverso).
4-Comprendere chi ti ha fatto un offesa. Sviluppare la compassione, cercare di somigliare a Gesù. 
5-Rompere le catene con il passato: perdonare. (Chi non perdona continua a guardare indietro ed è schiavo del proprio passato). 

Inoltre Leonel Narvaez ha indicato cinque passi per arrivare alla riconciliazione, che si può definire come l’esercizio di recupero nella fiducia del prossimo
1-conoscere la verità: come si sono svolti i fatti
2-deve essere applicata una giustizia restaurativa.
3-ci deve essere una compensazione (in denaro, aiuti materiali).
4-realizzare un patto dove si sancisca che il fatto non si ripeterà. 
5-celebrare la riconciliazione.

Daniel Narvaez indica che vi possono essere tre gradi di riconciliazione: coesistenza, convivenza, comunione
Secondo Narvaez può esserci perdono senza riconciliazione, ma non può  esserci riconciliazione senza perdono. 

Yuri Leveratto

Note:
1-Enright Robert, Freedman Suzanne, Rique Julio, Interpersonal forgiveness, in Enright Robert e North J., Exploring forgiveness, University of Wisconsin Press Madison 1988, pp.46-47

Bibliografia: - La rivoluzione del perdono”, Leonel Narvaez, Alessandro Armato.

Qui potete trovare il mio commento video: https://www.youtube.com/watch?v=SOgqeBHR-_M

martedì 17 dicembre 2019

Quando è stato scritto il Libro di Daniele?


Secondo la datazione tradizionale il Libro di Daniele è stato scritto dal profeta Daniele nel VI secolo a.C. 
La prima critica alla data tradizionale fu fatta dallo scrittore Porfirio (232-303 d.C.) che fu un vigoroso oppositore del Cristianesimo, il quale affermava che questo libro fu scritto da un anonimo giudeo vissuto al tempo di Antioco IV Epifane (175-163 a.C.) 
Questo punto di vista è stato divulgato da eruditi dei secoli XVIII e XIX per queste seguenti ragioni: 1 - secondo loro Daniele non avrebbe mai potuto fare delle profezie che poi puntualmente si compirono, e pertanto, i fatti descritti nel libro di Daniele sarebbero stati scritti solo dopo che si verificarono i fatti; 2 - sempre secondo loro le parole persiane e greche usate nel libro non avrebbero potuto essere conosciute da un autore ebreo nel secolo VI a.C.; 3 - l’idioma arameo usato in 2: 4 e 7:28 sarebbe stato usato in un’epoca posteriore a Daniele: 4 – Ci sarebbero delle imprecisioni storiche. 
Però queste critiche partono dal presupposto che non possano esistere profeti ispirati da Dio. E invece la Bibbia intera mostra che molte profezie si sono già avverate, per esempio con l’avvento di Gesù. Sono circa trecento le profezie messianiche nell’Antico Testamento. E molte si sono già avverate. 
Siccome Daniele visse proprio durante il periodo di dominazione persiana è possibile che conoscesse parole di quell’idioma. La presenza di vocaboli greci è facilmente spiegabile, in quanto circa un secolo prima di Daniele, vi erano dei mercenari greci che combattevano al servizio di Asarhaddon, re dell’Assiria (681 a. C.-669 a. C.) e al servizio di Nabucodonosor II, re di Babilonia (604 a.C. -562 a.C.).
Alcune scoperte recenti di documenti aramaici del secolo V a.C. hanno dimostrato che il Libro di Daniele fu scritto in una forma di “aramaico imperiale”, una lingua ufficiale conosciuta in tutto il Medio Oriente in quell’epoca. L’accusa di imprecisioni storiche cade facilmente in seguito allo studio della Cronica di Nabonide (1), un antico testo babilonese scritto in caratteri cuneiformi, dal quale si identifica Baldassar (5:1), e Gubaru come Dario il Medo (5:31).
Inoltre se il Libro di Daniele fosse realmente stato scritto intorno al 170 a.C., come sostengono alcuni scettici, avrebbe avuto molte più parole di origine greca, in quanto il greco era la lingua ufficiale del governo seleucide. Ci si aspetterebbe una estesa terminologia greca, e invece le parola greche sono poche, nel libro in questione. 
Vi è un’altra prova indiretta dell’antichità del Libro di Daniele: i documenti di Qumran (o manoscritti del Mar Morto), che risalgono a pochi decenni prima della datazione proposta dagli scettici per il libro di Daniele, mostrano molte differenze grammaticali con il Libro di Daniele e ciò  dimostra che tra i due scritti vi sono secoli e non decenni, di distanza. 
Considerando tutto ciò si giunge alla conclusione logica che non esiste una prova certa che il Libro di Daniele risalga al II secolo a.C. Anzi, le evidenze storiche indicano che è possibile invece che il Libro di Daniele sia stato effettivamente scritto nel VI secolo a.C. 

Yuri Leveratto

Fonti: commenti della Sacra Bibbia (versione in spagnolo Reina Valera), del teologo Charles Ryrie, in lingua spagnola. 

Foto: Papiro 967 contenente parte del libro di Daniele.

Nota:
1-https://it.wikipedia.org/wiki/Cronaca_di_Nabonide

martedì 19 novembre 2019

Atti dei martiri scillitani

Qui di seguito si riporta il documento ufficiale del martirio di persone cristiane avvenuto a Scili, o Scilium, villaggio ubicato vicino a Cartagine (odierna Tunisia) il 17 luglio 180 d.C. Da notare come il proconsole romano parli di religione, sia quando descrive la religione romana sia quando descrive la fede dei cristiani. Mentre i cristiani dicono di essere “servi di Dio”.  

Sotto il consolato di Presente (per la seconda volta) e Condiano, il 17 luglio in Cartagine, furono introdotti, nell'ufficio riservato del proconsole: Sperato, Nartzalo, Cittino, Donata, Seconda, Vestia.
Il proconsole Saturnino disse loro: “Potete ottenere l’indulgenza dell’imperatore nostro signore se ritornate a propositi saggi”
Sperato disse: “Non abbiamo mai fatto del male, nè abbiamo atteso ad alcunchè di iniquo; non abbiamo mai detto nulla di male, e anche quando siamo stati trattati male, ne abbiamo reso grazie, per la qual cosa onoriamo il nostro imperatore”
Il proconsole Saturnino disse: “Anche noi siamo religiosi, e semplice è la nostra religione; giuriamo per il genio dell’imperatore nostro signore e supplichiamo per la sua salute, cose che anche voi dovete fare.”
Sperato disse: “Se mi presterai ascolto con animo sereno, ti esporrò  il mistero della semplicità”.
Saturnino disse: “Se ti accingi a parlare male delle nostre cerimonie religiose, non ti presterò  ascolto, ma piuttosto giura per il genio dell’imperatore nostro signore”.
Sperato disse: “io non riconosco l’imperio di questo mondo, ma piuttosto sono servo di quel Dio, che nessun uomo vide mai, ne può  vedere con questi occhi; non ho commesso alcun furto, e quando compro qualcosa, pago la tassa, perché conosco il Signore mio e imperatore dei re di tutte le genti”.
Il proconsole Saturnino disse agli altri: “Abbandonate questa persuasione”.
Sperato disse: “Cattiva persuasione è commettere omicidio, dire falsa testimonianza.”Il proconsole Saturnino disse “Non vogliate rendervi partecipi di questa follia”.
Cittino disse: “Non temiamo che il Signore Dio nostro che è nei cieli”.
Donata disse: “L’onore a Cesare in quanto Cesare, ma il timore a Dio.”
Vesta disse: “Sono cristiana”.
Seconda disse: “Quel che sono questo voglio essere”.
Il proconsole Saturnino disse a Sperato: “Perseveri nell'essere cristiano?”
Sperato disse: “Sono cristiano”; e con lui tutti consentirono. 
Il proconsole Saturnino disse: “Non volete del tempo per ponderare?”.Sperato disse: “In una cosa tanto giusta non c’è alcuna ragione di cambiare opinione”.
Il proconsole Saturnino disse: “Che cosa tenete nella vostra cassetta?”
Sperato disse: “Il libri e le lettere di Paolo, uomo giusto”.
Il proconsole Saturnino disse: “Prendete una dilazione di trenta giorni e ripensateci”.
Sperato disse di nuovo: “Sono cristiano”; e con lui tutti consentirono. 
Il proconsole Saturnino pronunciò  la sentenza [leggendola] dalla tavoletta: “Sperato, Nartzalo, Cittino, Donata, Vestia, Seconda e gli altri che hanno confessato di professare la religione cristiana, poichè pur essendo stata offerta loro la facoltà di tornare al costume dei Romani, ostinatamente perseverarono, si ordina che siano uccisi di spada”.
Sperato disse: “[Noi] rendiamo grazie a Dio.
Nartzalo disse: “Oggi siamo martiri nei cieli. Grazie a Dio”.
IL proconsole Saturnino fece dire dal precone: “Ho comandato che Sperato, Nartzalo, Cittino, Veturio, Felice, Aquilino, Letanzio, Ianuaria, Generosa, Vestia, Donata, Seconda, siano condotti [al supplizio]. 
Tutti quanti dissero: “Grazie a Dio”:
E così tutti insieme furono incoronati del martirio e regnano col Padre e col Figlio e con lo Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli. Amen.


Fonte: 
F. Ruggiero, “Atti dei martiri scillitani. Introduzione, testo, traduzione, testimonianze e commento”, in Atti della Accademia nazionale dei Lincei, 388, Roma, 1991, pp. 75-76.
Tratto da: "Il Cristianesimo antico" di Paul Mattei.

venerdì 6 settembre 2019

La formazione del canone neotestamentario


Oggigiorno vi sono persone che ancora fanno confusione tra il Nuovo Testamento e i cosidetti Vangeli gnostici e apocrifi. In una recente conversazione su Gesù  mi sono sentito rispondere che la visione gnostica e panteista va bene perchè è scritta nel Vangelo di Tommaso. O altri mi hanno detto che il Vangelo di Maria (Maddalena) è da ritenere uno scritto valido che ci dà delle delucidazioni sulla vera vita di Gesù . 
Noi come cristiani dobbiamo sapere con chiarezza che cosa sono i Vangeli gnostici e soprattutto dobbiamo sapere con chiarezza perchè leggiamo solo i libri del Nuovo Testamento e non altri scritti su Gesù . 
Noi crediamo fermamente che i libri del Nuovo Testamento siano stati ispirati dallo Spirito  Santo. 
Comunque ci sono stati anche dei criteri che hanno contribuito a fissare il canone. 

Innazitutto l’Apostolicità: gli scrittori del Nuovo Testamento erano Apostoli o persone che avevano appartenuto alla ristretta cerchia degli Apostoli. 
Pertanto gli gnostici sono esclusi da questo punto, perchè sono tutte persone che hanno vissuto nel secondo secolo e non facevano parte della ristretta cerchia degli Apostoli (es: Basilide, Valentino, Marcione). 
La visione gnostica non fu una fede originale, ma fu un adattamento di concetti gnostici applicati al Cristianesimo, in forte contrapposizione all’Antico Testamento. Gli gnostici, vedendo solo le negatività del mondo terreno, ossia il male, il dolore e la sofferenza, le attribuirono a YHWH, che identificavano con il demiurgo cattivo. 
Gesù invece non potevano ripudiarlo, perchè è stato un personaggio storico e molti erano disposti a morire per lui. Pertanto attuarono un sincretismo, adattandolo alla loro credenza. 
Il “Gesù gnostico” che ne derivava pertanto, non era più quello narrato dagli Apostoli, che furono coloro che vissero con il Salvatore, ma era quello inventato e idealizzato dagli gnostici. Quel “Gesù gnostico” non aveva sofferto in croce, in quanto la sua natura prettamente divina gli impediva di soffrire, e pertanto anche la Risurrezione non aveva senso, era un’allegoria. L’importanza della venuta di Gesù era solo e solamente la sua azione di “ponte” che avrebbe potuto portare l’uomo alla vera gnosi e quindi, a Dio. Ne risulta un Gesù completamente falsato e non attinente ai testi neo-testamentari. 

Poi vi è la conformità: ció significa che i libri del Nuovo Testamento dovevano essere in concordanza con l’insegnamento di Gesù , sia sul peccato, sia sulla salvezza. Se un libro aveva una visione diversa su che cosa sia il peccato e su come si ottiene la salvezza ecco che non potevano essere inclusi nel canone. Per noi cristiani la salvezza è per Grazia mediante la fede, quindi è un dono di Dio che noi dobbiamo accogliere in Gesù . 
Per gli gnostici la salvezza non è un dono, ma è un qualcosa che si deve guadagnare. Per gli gnostici non è Gesù  che con il suo sangue ha espiato i nostri peccati, ma Gesù  è un ponte, un esempio per raggiungere lo stato “cristico”. 
Poi vi è l’universalità: i libri del Nuovo Testamento sono stati accolti senza eccezione da tutte le Chiesa dei primi tre secoli. Da notare che in quel periodo nessuna chiesa dominava sulle altre ma tutte erano uguali in importanza. 
Un altro punto importante da considerare è la data della formazione del canone. Alcune persone, ancor oggi credono che sia stata la Chiesa Cattolica a fissare il canone nel IV secolo. Questa convinzione errata è confutata da un preciso documento storico, il frammento muratoriano, (1), un documento che risale al 170 dopo Cristo nel quale sono elencati tutti i libri del Nuovo Testamento (2). 
Pertanto già nel secondo secolo, i primi cristiani leggevano il Nuovo Testamento e lo consideravano ispirato dallo Spirito Santo. 

Yuri Leveratto

Note
1: https://it.wikipedia.org/wiki/Canone_muratoriano
2: con l’eccezione della lettera agli Ebrei, che fu inclusa nel canone nel 382 d.C.

venerdì 10 maggio 2019

Il problema del dolore: il metodo buddista e la risposta di Gesù


Il buddismo è nato con la dottrina di Siddartha Gautama, vissuto in India intorno al IV secolo a.C. 
Alla base del suo pensiero non vi è l’esistenza di Dio, o come l’uomo possa giungere alla salvezza, al cospetto di Dio. 
Siddartha Gautama, che fu considerato il “Budda”, ossia “l’illuminato”, si pose fin da subito il problema del dolore e della sofferenza umana. 
Dopo aver meditato sulla malattia, la vecchiaia e la morte, si concentrò su un metodo per poter eliminare il dolore. L’illuminazione di Siddartha Gautama consistette nell'aver individuato un metodo secondo il quale gli esseri umani potrebbero eliminare la sofferenza e il dolore e pertanto evitare nuove reincarnazioni, giungendo così ad uno stadio di illuminazione chiamato “nirvana”. 

Le “quattro nobili verità” che stanno alla base dell’insegnamento buddista sono: 

1-La realtà del mondo è il dolore
2-L’origine del dolore è il desiderio
3-L’eliminazione del dolore è possibile, mediante l’estinzione del desiderio
4-Esiste una via per tale estinzione: “il nobile ottuplice sentiero”

Il “nobile ottuplice sentiero” a sua volta è un percorso di conoscenza costituito da otto fattori (retta comprensione, retta motivazione, retta parola, retta azione, retta vita, retto sforzo, retta consapevolezza, retta concentrazione). Questi otto fattori porterebbero alla “perfetta saggezza” e pertanto alla stadio di nirvana, che permetterebbe di svincolarsi dal ciclo delle rinascite. 

Da tutto ciò si evince inizialmente che nel buddismo si crede nella reincarnazione e le “quattro nobili verità” rappresentano un metodo per non ricadere nella ruota delle rinascite. 
Si nota inoltre che al centro del buddismo vi è l’uomo. Solo l’uomo può “salvare” se stesso, e attraverso un percorso di conoscenza può arrivare all'illuminazione, attraverso la quale sconfiggerà il dolore e pertanto non proverà più sofferenza. 

Alcune persone oggigiorno confondono l’insegnamento di Siddartha Gautama con l’insegnamento di Gesù, arrivando persino a considerare che la dottrina buddista sia simile alla dottrina che Gesù ha insegnato. 
Ma le differenze tra il pensiero di Siddartha Gautama e l’insegnamento di Gesù sono profonde, e anche le risposte che Gesù ha dato a temi fondamentali come lo scopo dell’uomo sulla terra, e il dolore dell’uomo sono profondamente differenti. 

1-Innanzitutto Gesù non ha mai insegnato la reincarnazione. Anzi quando i suoi discepoli hanno accennato alla remota possibilità della reincarnazione (Vangelo di Giovanni cap.9), Gesù l’ha negata, affermando invece che la sofferenza esiste e alcune volte esiste “affinché siano manifestate le opere di Dio”. (1).
Inoltre la vicenda stessa di Gesù, con la sua morte e la sua Risurrezione, dimostra che noi esseri umani moriremo una volta sola per poi risorgere una volta sola. Infatti Lui è morto una volta sola, ed è risorto una volta sola. Questo concetto è stato espresso anche nel Nuovo Testamento (Lettera agli Ebrei 7, 27-28):

E come è stabilito che gli uomini muoiano una sola volta, e dopo ciò viene il giudizio, così anche Cristo, dopo essere stato offerto una sola volta per prendere su di sè i peccati di molti, apparirà una seconda volta senza peccato a coloro che lo aspettano per la salvezza.

2-Alla base dell’insegnamento di Gesù, non vi è il raggiungimento della saggezza, ma la perseveranza nell'umiltà. Gesù insegna che il mistero di Dio è colto dai piccoli, dagli umili e non dai saggi di questo mondo, Vangelo di Matteo (11, 25): 

“In quel tempo Gesù prese a dire: «Io ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai savi e agli intelligenti, e le hai rivelate ai piccoli fanciulli.”

Anche Paolo di Tarso, seguace di Gesù, ha scritto che non è la saggezza “di questo mondo” che porta a Dio, ma l’umiltà, vediamolo in questo passaggio della prima lettera ai Corinzi (1, 18-20): 

Poiché la predicazione della croce è pazzia per quelli che periscono, ma per noi, che veniamo salvati, è la potenza di Dio; infatti sta scritto: «Io farò perire la sapienza dei saggi e annienterò l'intelligenza degli intelligenti». Dov'è il sapiente? Dov'è lo scriba? Dov'è il contestatore di questo secolo? Non ha forse Dio reso pazza la sapienza di questo mondo?

3-La risposta al problema del dolore. Gesù non è un filosofo e pertanto non cerca risposte filosofiche al problema del dolore. Per Gesù il dolore e la sofferenza fanno parte della vita umana, ed è inutile cercare filosofie che cercherebbero di eliminarli. Gesù stesso risolve il dolore, sanando le persone inferme che si avvicinano a Lui. Per cui è Gesù stesso la soluzione alla sofferenza e al dolore. Con la fede in Lui, l’uomo supererà la sofferenza, il dolore e la morte. 
Gesù indica che la sofferenza, sia morale che fisica deve essere accettata. Gesù dice, nel Vangelo di Matteo (10, 38): 

E chi non prende la sua croce e non viene dietro a me, non è degno di me. 

E in un altro passaggio del Vangelo di Matteo (16, 24):

Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno mi vuole seguire, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua.

Il dolore e la sofferenza pertanto non sono tabù da eliminare, ma vie da percorrere. Certo, Gesù ci indica che dobbiamo rinnegare il nostro io, ovverosia il nostro orgoglio, la nostra presunzione, e liberarci da ogni egoismo, ma poi dobbiamo “prendere la nostra croce” per poter essere degni di Lui. Questa croce potrà essere una infermità fisica o anche la rinuncia alla materialità, ma è pur sempre una croce, un sentiero difficile. Solo attraverso questa croce potremo giungere al Padre, attraverso la fede in Gesù. E Lui per primo ce lo ha mostrato vivendo la sofferenza e il dolore nella sua carne e nel suo spirito. Sopportando fino all'ultimo l’umiliazione alla quale è stato sottoposto. Sopportando fino all'ultimo il peso del dolore immenso per le colpe e i peccati di tutta l’umanità. Lui è l’esempio massimo dell’accettazione della sofferenza e del dolore. Ma Lui stesso è l’esempio della vittoria sulla sofferenza e sul dolore e sulla morte, con la sua gloriosa Risurrezione. 

Lo scopo dell’uomo pertanto, per Gesù non è l’eliminazione del dolore, ma l’amore, verso Dio e verso il prossimo e deve essere espresso attraverso il perdono. E non si deve tentare di abolire la sofferenza e il dolore attraverso un metodo filosofico, ma bisogna accettarli, avendo fede in Gesù. Come Lui stesso ha sofferto e ha provato dolore, anche noi soffriremo e proveremo dolore. Come Lui stesso è morto, anche noi moriremo. Come Lui stesso stesso è risorto, anche noi risorgeremo. 

Yuri Leveratto

Nota: 
1-https://yurileveratto2.blogspot.com/2018/06/commento-del-nono-capitolo-del-vangelo.html

martedì 19 marzo 2019

Cosa credevano i primi cristiani rispetto alla salvezza?


Gli Apostoli, gli evangelisti e i primi cristiani, credevano certamente che la salvezza è per Grazia e fede. Vediamo a tale proposito questo verso della Lettera agli Efesini, (2, 8): 

Voi infatti siete stati salvati per grazia, mediante la fede, e ciò non viene da voi, è il dono di Dio.

Come sappiamo dopo il periodo dell’ibrido costantiniano (1) e anche nei secoli sucessivi, vari teologi appartenenti alla Chiesa Cattolica hanno insegnato che le opere buone giocano un fattore fondamentale nella salvezza, ma ciò  contraddice il Vangelo, infatti se fossero necessarie le opere per salvarsi allora il sacrificio di Gesù Cristo sulla croce non sarebbe sufficiente. 
I primi cristiani credevano che dopo aver creduto in Gesù Cristo e dopo aver accettato Gesù nel suo cuore, il credente deve farsi battezzare e poi riceverà in dono lo Spirito Santo (Atti degli Apostoli 2, 38). 

Però  Gesù aveva anche detto: Vangelo di Matteo (24, 13-14):

ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato. E questo evangelo del regno sarà predicato in tutto il mondo in testimonianza a tutte le genti, e allora verrà la fine

Il Vangelo del Regno non è altro che la fede dei primi cristiani. Il Vangelo del Regno non è altro che il cammino che Gesù ha indicato per la salvezza. 

Vediamo alcuni versi: Vangelo di Matteo (6, 15): 

Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe.

Vangelo di Matteo (7, 24-25):

Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia.

Vangelo di Matteo (25, 32-46): 

Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”. Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”. E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».

Da questo ultimo passaggio, pertanto. si evince che chi non alimenta l’affamato e non da da bere all’assetato, non vedrà il cielo. 

I passi necessari per entrare nel Regno sono tre: la fede, il pentimento dei propri peccati e il battesimo. Vediamo un primo passaggio che si incentra principalmente sulla fede: Vangelo di Marco (16, 15-16):

E disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato.  

Ovviamente per fede in Gesù Cristo s’intende fede che lui è l’Unigenito Figlio di Dio, che lui ha espiato tutti i peccati con la sua morte in croce e che lui è risorto nella carne il terzo giorno, vincendo così la morte. 

Vediamo ora un passaggio del Vangelo di Luca dove si fa enfasi sul pentimento dei propri peccati: Luca (24, 46-47):  

e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme.

Il pentimento dei propri peccati da luogo ad un cambio di paradigma, ossia ad un cambio di vita, riconoscendo che deve essere intrapreso un nuovo cammino. 

Vediamo ora un ultimo passaggio che sottolinea l’importanza del battesimo: Vangelo di Matteo (28, 18-20): 

Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

Risulta evidente pertanto che sono tre le condizioni per entrare nel Regno: la fede in Gesù Cristo, il pentimento dei propri peccati che porta a un cambio interiore e il battesimo, che porta a ricevere lo Spirito Santo (Vangelo di Giovanni, 3, 3).

Ora vediamo quali sono le prove da superare per rimanere nel Regno: 

Innanzitutto la fede. Si deve rimanere saldi nella fede in Gesù Cristo fino alla fine. E’ difficile in quanto la maggioranza delle benedizioni promesse concernenti il Regno avranno luogo nel futuro. In modo che una persona deve avere fede che Dio realmente farà ciò che ha promesso. 

In secondo luogo per rimanere nel Regno bisogna seguire i comandamenti di Gesù. A tale proposito vediamo la parabola del seminatore, Vangelo di Matteo (13, 4-9):  

Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».

Vediamo quindi la spiegazione di questa parabola, Vangelo di Matteo (13, 18-23):

Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore. Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l’accoglie subito con gioia, ma non ha in sè radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto. Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno».

Quindi vi sono alcuni che passano la prova della fede, però non passano la prova di compromettere la propria vita seguendo i comandamenti di Gesù. Vediamo innanzitutto quelli sull’amore. 

Vangelo di Matteo: (5, 38-39): 

Avete inteso che fu detto: occhio per occhio e dente per dente. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l’altra,  

Vangelo di Giovanni (13, 34): 

Vi do un nuovo comandamento: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, anche voi amatevi gli uni gli altri. 

Vangelo di Matteo (22, 39):

Il secondo, simile a questo, è: "Ama il tuo prossimo come te stesso".

Ed ora vediamo l’ultima prova che il cristiano deve superare per rimanere nel Regno. In realtà alcuni cristiani che superano la prova della fede e quella di compromettersi con i comandamenti dati da Gesù, con il passare del tempo si allontanano dal Regno, disobbedendo agli insegnamenti del Signore. Alcuni si pentono e tornano a Cristo, ma altri si allontanano definitivamente e tornano al mondo. Per queste persone vale questo passaggio del Vangelo di Matteo (13, 41-42): 

Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti.

Pertanto l’ultima prova che il Signore esige da noi per rimanere nel Regno è perseverare fino alla fine. Vediamo questo passaggio Vangelo di Matteo (10, 22): 

Sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato.

Pertanto Gesù farà entrare nel Regno solo coloro che credono nelle sue promesse e accettano le sue condizioni. Queste persone amano Gesù Cristo e darebbero persino la vita pur di non rinnegarlo. E questi sono quelli che il Signore vuole che rimangano con lui per tutta l’eternità. Questo è pertanto il Vangelo del Regno.

Quindi riassumendo, i primi cristiani credevano che una volta salvo, il credente deve obbedire ai comandamenti di Gesù e perseverare fino alla fine. 

Ora vediamo alcuni scritti dei primi cristiani, i successori degli Apostoli, i cosiddetti Padri della Chiesa. 

Vediamo questo scritto di Clemente di Roma, che morì intorno al 100 d.C. (2)

È necessario, quindi, che pratichiamo prontamente le buone opere. Perché ci avverte: "Vedi che il Signore viene e la sua ricompensa è davanti alla sua faccia da dare a ciascuno secondo le sue opere" ... lottiamo con tutto il cuore per essere tra coloro che li aspettano, così da poter condividere la ricompensa fidanzata. Ma come lo faremo? Fissare i nostri pensieri su Dio attraverso la fede. Alla ricerca di tutte le cose che sono belle e accettabili per lui. Fare cose che sono in armonia con la sua volontà incontaminata e seguire il sentiero della verità, rimuovendo da noi ogni ingiustizia e peccato.

Vediamo questo scritto di Policarpo, che era un discepolo di Giovanni (3): 

Colui che risuscitò dalla morte e che ci risusciterà anche noi, se facciamo la sua volontà e seguiamo i suoi comandamenti e amiamo ciò che ama tenendoci lontani da ogni corruzione.

Vediamo questa citacione di Erma, che scrisse intorno al 140 d.C. (4)

solo quelli che temono il Signore e osservano i suoi comandamenti hanno vita con Dio, ma per quelli che non li osservano, non c'è vita in loro ... perciò, tutti quelli che lo disprezzano e non seguono i suoi comandamenti, si arrendono al morte e ognuno sarà colpevole del suo sangue. Ma a loro imploro di obbedire ai suoi comandamenti e così avranno cura dei tuoi peccati passati

Vediamo queste due citazioni di Clemente Alessandrino, che intorno al 190 d.C. ha scritto: (5)(6)

La Parola che ha svelato la verità ha mostrato agli uomini il culmine della salvezza, così che, pentendosi, possono essere salvati, o rifiutandosi di obbedire, possono essere condannati. Questa è la proclamazione della giustizia: per coloro che obbediscono, rallegrandosi; per coloro che disobbediscono, condanna ... chi ottiene la verità e si distingue per le sue buone opere, vincerà il premio della vita eterna ... alcune persone capiscono in modo accettabile come, (Dio fornisce il potere necessario), ma dando poco importanza per le opere che portano alla salvezza, non si preparano abbastanza per ottenere gli oggetti della loro speranza.

Tutto ciò  non dimostra che i primi cristiani credevano che la salvezza si ottiene mediante le opere buone. Essi stessi avevano scritto altre citazioni nelle quali avevano affermato che la salvezza è per Grazia mediante la fede. 

Vediamo questa citazione di Clemente di Roma (7):

Non siamo giustificati da soli. Nè per la nostra saggezza, nè per la comprensione, nè per la misericordia, nè per le opere compiute in santità di cuore. Ma per quella fede, attraverso la quale Dio Onnipotente ha giustificato tutti gli uomini fin dall'inizio.

Vediamo questa citazione di Policarpo. (8) 

Molti desiderano entrare nella sua gloria, sapendo che "Voi infatti siete stati salvati per grazia, mediante la fede, e ciò non viene da voi, è il dono di Dio, non per opere, perchè nessuno si glori." (lettera agli Efesini 2, 8-9)

Vediamo questa citazione di Giustino martire (9): 

Il nostro Cristo sofferente e crocifisso non è stato maledetto dalla legge. D'altra parte, ha chiarito che solo lui salverà coloro che non si discostano dalla fede in Lui, proprio come il sangue della Pasqua ha salvato quelli che erano in Egitto, così il sangue di Cristo libererà dalla morte coloro che hanno creduto in Lui.

Vediamo questa citazione di Clemente alessandrino (10):

Abramo non fu giustificato dalle sue opere ma dalla fede (Romani 4, 3). Pertanto, anche se si fanno opere buone, non se ne guadagna dopo la morte, se non si ha fede.

Quindi qual’è la conclusione? I primi cristiani credevano che ci si salva per Grazia e fede o facendo le opere buone? 

Questo è un problema che non esiste. E’ evidente che i primi cristiani credevano che ci si salva per Grazia e fede (Lettera agli Efesini 2, 8), ma se una persona non mette in pratica i comandamenti di Gesù Cristo e non persevera fino alla fine, significa che in realtà non crede in Lui, perché non è un suo seguace. 

Furono Agostino d’Ippona e Lutero che hanno indicato un conflitto inconciliabile tra la salvezza basata sulla Grazia e fede e sulla salvezza basata sulle opere. Ma nessuno dei primi cristiani ha mai pensato a un conflitto tra queste due visioni sulla salvezza. Per i primi cristiani le opere erano strumentali alla fede. Per i primi cristiani certamente la salvezza era un regalo di Dio, pero credevano anche che Dio da il suo regalo alle persone che lo amano e gli obbediscono. 
I primi cristiani dunque sapevano molto bene come poter entrare nel Regno di Dio. Essi sapevano molto bene che la “nuova nascita” è offerta a tutti con la Grazia. Il credente che nasce di nuovo non deve essere “sufficientemente buono”. Il credente non deve meritarsi questa nuova nascita. E il credente non deve neppure espiare i peccati che ha commesso nel passato, in quanto i peccati sono stati espiati da Gesù con la sua morte in croce. L’esempio tipico è il ladrone sulla croce, che si salvò  senza fare nessuna opera buona, ma solo con la fede, quindi dopo la sua morte andò in cielo. Nonostante, nel trascorso della sua vita, il credente gioca un ruolo importante con rispetto alla salvezza. Innanzitutto, il credente deve pentirsi e credere in Cristo come nostro Signore e Salvatore per per poter ottenere la Grazia di Dio. Dopo aver ricevuto la nuova nascita, il credente deve obbedire ai comandamenti di Gesù e perseverare fino all’ultimo. In pratica la salvezza dipende tanto da Dio come dall’uomo. Grazia e fede. E la fede la deve mettere l’uomo. 

I primi cristiani credevano anche che una persona salva poteva perdere la salvezza. 
Vediamo a tale proposito queste due citazioni bibliche: Lettera agli Ebrei (10, 26): 

Infatti, se noi pecchiamo volontariamente dopo aver ricevuto la conoscenza della verità, non rimane più alcun sacrificio per i peccati.

Lettera agli Ebrei (10, 28-29):

Chiunque trasgredisce la legge di Mosè muore senza misericordia sulla parola di due o tre testimoni. Quale peggiore castigo pensate voi merita colui che ha calpestato il Figlio di Dio e ha considerato profano il sangue del patto col quale è stato santificato, e ha oltraggiato lo Spirito della grazia? 

Questi versi parlano proprio dei cristiani in quanto si riferisce a coloro che sono stati santificati dal sangue del patto. "Santificato" significa: giustificato, lavato, perdonato da tutti i peccati. La frese “e ha oltraggiato lo Spirito della grazia”: non si tratta semplicemente di ricevere la grazia di Dio in vano, ma di qualcuno che ha oltraggiato lo Spirito della grazia calpestando il sangue del patto del Figlio di Dio.

Vediamo a tale proposito questo scritto di Ireneo, discepolo di Policarpo (11): 

Cristo non morirà di nuovo per coloro che ora commettono peccato perchè la morte non avrà più dominio su di lui ... quindi non comportiamoci da arroganti ... ma dobbiamo stare attenti, dopo aver conosciuto Cristo, a non fare cose spiacevoli Dio, non abbiamo più perdono dei peccati, ma piuttosto dovremmo essere espulsi dal suo regno (Lettera agli Ebrei 6, 4-6)

Vediamo questo passaggio di Tertulliano, (12):

Alcune persone si comportano come se Dio avesse l'obbligo di dare il suo dono anche agli indegni. Trasformano la loro generosità in schiavitù ... Molti dopo non perdono la Grazia Divina? Non è questo dono portato via a molti?

Come vediamo pertanto i primi cristiani credevano che la salvezza si può  perdere.

Per concludere vediamo che nel Vangelo del Regno vi è un aspetto passato della salvezza come un aspetto futuro. A meno che una persona non comprenda questi concetti, non potrà comprendere appieno l'insegnamento della salvezza nel Nuovo Testamento. 
Il Nuovo Testamento parla di una salvezza al tempo passato, infatti nella lettera ai Romani (8, 24), vi è scritto: 

Perché noi siamo stati salvati in speranza; or la speranza che si vede non è speranza, poiché ciò che uno vede come può sperarlo ancora?

Pertanto, è corretto sostenere che quando si nasce di nuovo si è salvi. Però  le scritture si riferiscono anche a un aspetto futuro della salvezza. Vediamo il Vangelo di Matteo (10, 22): 

"E sarete odiati da tutti a causa del mio nome; ma chi avrà perseverato fino alla fine, sarà salvato." 

Vangelo di Giovanni (15, 5-6):

"Io sono la vite, voi siete i tralci; chi dimora in me e io in lui, porta molto frutto, poiché senza di me non potete far nulla. Se uno non dimora in me, è gettato via come il tralcio e si secca; poi questi tralci si raccolgono, si gettano nel fuoco e sono bruciati.  

Solo chi è nato di nuovo, può  essere un tralcio di questa vite. Questo si riferisce all'aspetto passato della salvezza. Ma comunque il fatto di essere tralci non significa che permaneremo nella vite indefinitamente. Se non manteniamo questa relazione di amore obbediente il Signore ci toglierà dalla vite. E per questo che dobbiamo parlare di un aspetto futuro della salvezza. Proprio per questo Gesù ha detto ai cristiani della Chiesa di Sardi, Apocalisse (3, 5): 

"Chi vince sarà dunque vestito di vesti bianche e io non cancellerò il suo nome dal libro della vita, ma confesserò il suo nome davanti al Padre mio, e davanti ai suoi angeli.".

Pertanto solo per il fatto che i nostri nomi sono stati scritti nel Libro della vita, non possiamo essere certi che vi permarranno per sempre. Addirittura sembra che Gesù avrebbe cancellato dal libro della vita la maggior parte dei cristiani, vediamo. Apocalisse (3, 4): 

"Tuttavia hai alcune persone in Sardi che non hanno contaminato le loro vesti; esse cammineranno con me in vesti bianche, perché ne sono degne." 

Quindi solo alcuni, pochi, si salveranno. Consideriamo anche questi passaggi, Prima Lettera di Timoteo, (4, 16): 

"Abbi cura di te stesso e dell'insegnamento, persevera in queste cose perchè, facendo così, salverai te stesso e coloro che ti ascoltano." 

Seconda Lettera di Timoteo (2, 12): 

"se perseveriamo, regneremo pure con lui; se lo rinneghiamo, egli pure ci rinnegherà. " 

Seconda lettera di Pietro (2, 20-21): 

"Quelli infatti che sono fuggiti dalle contaminazioni del mondo per mezzo della conoscenza del Signore e Salvatore Gesù Cristo, se sono da queste di nuovo avviluppati e vinti, la loro ultima condizione è peggiore della prima. Poiché sarebbe stato meglio per loro non aver conosciuto la via della giustizia, anziché, dopo averla conosciuta, voltar le spalle al santo comandamento che era stato loro dato. Ma è avvenuto loro ciò che dice un vero proverbio: «Il cane è tornato al suo vomito», e «la scrofa lavata è tornata a voltolarsi nel fango.

Lettera agli Ebrei (6, 4-6): 

“Quelli infatti che sono stati una volta illuminati, hanno gustato il dono celeste, sono stati fatti partecipi dello Spirito Santo e hanno gustato la buona parola di Dio e le potenze del mondo a venire, se cadono, è impossibile riportarli un'altra volta al ravvedimento, poiché per conto loro crocifiggono nuovamente il Figlio di Dio e lo espongono a infamia.

Per concludere pertanto, i primi cristiani credevano che il credente dopo aver creduto in Gesù Cristo e averlo accettato nel suo cuore come suo Signore e Salvatore, deve essere battezzato e poi riceverà il dono dello Spirito Santo. Credevano che il “nato di nuovo” ricevette la Grazia come dono di Dio ma credevano anche che il credente deve obbedire ai comandamenti di Gesù e perseverare fino all’ultimo. Inoltre i primi cristiani credevano che la salvezza, una volta ottenuta si possa perdere. 

Yuri Leveratto

Note:
1-Per il periodo del cosidetto “ibrido costantiniano, potete approfondire qui: https://yurileveratto2.blogspot.com/2015/11/librido-costantiniano.html
2-Lettera di Clemente ai Corinzi, cap. 34, 35
3-Lettera di Policarpo ai Filippesi cap. 2
4-Il pastore di Erma, tomo 2, com 7 tomo 3, sim 10, cap. 2
5-Exortation to the Heathen, cap. 11
6-Uomo ricco, capitoli 1, 2
7-Lettera di Clemente ai Corinzi, cap.32
8-Lettera ai Filippesi cap.1
9-Lettera a Trifone cap. 111
10-Miscellanea, tomo 1, cap. 7
11-contro le eresie tomo 4, cap. 27 sezione 2
12-Sul pentimento, cap.6

mercoledì 13 marzo 2019

Gesù è Dio?

Questo è il testo del video corrispondente, il cui link si può trovare nella nota 1

I primi cristiani credevano con fermezza assoluta che Gesù Cristo fosse Dio e lo associavano apertamente a Dio, infatti battezzavano nel suo nome, vediamo il passaggio corrispondente negli Atti degli Apostoli (2, 38):

Allora Pietro disse loro: «Ravvedetevi e ciascuno di voi sia battezzato nel nome di Gesù Cristo per il perdono dei peccati, e voi riceverete il dono dello Spirito Santo. 

Già questa evidenza storica dimostra che i primi cristiani credevano nella Divinità di Gesù. Infatti non ci si fa battezzare nel nome di “una creatura di Dio”.

Inoltre i primi cristiani credevano con fermezza assoluta che Gesù Cristo fosse il Dio della creazione biblica, IO-SONO, e questo lo si evince dai seguenti passi dell’Esodo, comparati con i passi del Vangelo di Giovanni. Vediamoli.
Esodo (3, 14-15):

DIO disse a Mosè: «IO SONO COLUI CHE SONO». Poi disse: «Dirai così ai figli d'Israele: "L'IO SONO mi ha mandato da voi"». DIO disse ancora a Mosè: «Dirai così ai figli d'Israele: "L'Eterno, il DIO dei vostri padri, il DIO di Abrahamo, il DIO d'Isacco e il DIO di Giacobbe mi ha mandato da voi. Questo è il mio nome in perpetuo. Questo sarà sempre il mio nome col quale sarò ricordato per tutte le generazioni"

Vangelo di Giovanni (8, 23-24):

E diceva loro: «Voi siete di quaggiù, io sono di lassù; voi siete di questo mondo, io non sono di questo mondo. Vi ho detto che morirete nei vostri peccati; se infatti non credete che Io Sono, morirete nei vostri peccati».

Vangelo di Giovanni (8, 58):

Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: prima che Abramo fosse, Io Sono».

Compariamo ora alcuni versi dell’Antico Testamento con altri versi del Nuovo Testamento.

IO SONO perdona i peccati: nel libro di Daniele (9, 9), si afferma che Dio perdona i peccati:

al Signore, nostro Dio, la misericordia e il perdono, perché ci siamo ribellati contro di lui, 

Gesù Cristo perdona i peccati: nella Lettera ai Colossesi (3, 13) si afferma che Gesù Cristo perdona i peccati:

sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri, se qualcuno avesse di che lamentarsi nei riguardi di un altro. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi.

IO-SONO è il primo e ultimo

Libro di Isaia (44, 6):

Così dice il Signore, il re d’Israele,
il suo redentore, il Signore degli eserciti:
«Io sono il primo e io l’ultimo;
fuori di me non vi sono dei.

Gesù Cristo è il primo e ultimo

Apocalisse (1, 17):

Appena lo vidi, caddi ai suoi piedi come morto. Ma egli, posando su di me la sua destra, disse: «Non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo, 

IO-SONO salva

Libro di Isaia (43, 3):

poiché io sono il Signore, tuo Dio,
il Santo d’Israele, il tuo salvatore.
Io do l’Egitto come prezzo per il tuo riscatto,
l’Etiopia e Seba al tuo posto.

Gesù Cristo salva

Lettera a Tito, (2, 13)

nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo. 

IO-SONO giudica

Salmi (96, 13):

davanti al Signore che viene:
sì, egli viene a giudicare la terra;
giudicherà il mondo con giustizia
e nella sua fedeltà i popoli.

Gesù Cristo giudica

Seconda Lettera a Timoteo (4, 1):

Ti scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesù, che verrà a giudicare i vivi e i morti, per la sua manifestazione e il suo regno:

IO-SONO redentore

Libro di Isaia (44, 17):

Dice il Signore, tuo redentore,
il Santo d’Israele:
«Io sono il Signore, tuo Dio,
che ti insegno per il tuo bene,
che ti guido per la strada su cui devi andare.

Gesù Cristo redentore

Lettera agli Ebrei (9, 12):

Egli entrò una volta per sempre nel santuario, non mediante il sangue di capri e di vitelli, ma in virtù del proprio sangue, ottenendo così una redenzione eterna.

Vediamo altri due versi dove Gesù  dichiara la sua consustanzialità con il Padre.

Vangelo di Giovanni (10, 30):

Io e il Padre siamo uno

Vangelo di Marco (14, 61-62):

Ma egli taceva e non rispondeva nulla. Di nuovo il sommo sacerdote lo interrogò dicendogli: «Sei tu il Cristo, il Figlio del Benedetto?». Gesù rispose: «Io lo sono!
E vedrete il Figlio dell’uomo
seduto alla destra della Potenza
e venire con le nubi del cielo».

In questa risposta di Gesù Cristo vi sono due affermazioni di carattere assoluto. Innanzitutto vi è la frase “IO SONO” resa nel greco con Ἐγώ εἰμι (pron. Ego Eimi). In secondo luogo Gesù cita il libro di Daniele (verso 7, 13). Il titolo “Figlio dell’uomo” indica la sua missione terrena e pone in risalto la sua umiltà e la sua umanità. Con questa frase Gesù si pone al pari di Dio in quanto vi siede alla “sua destra”. Inoltre questa frase è anche una prova della Trinità, in quanto Gesù oltre al Padre (la Potenza) e se stesso (il Figlio dell’uomo), nomina le nubi del cielo (lo Spirito Santo).

Yuri Leveratto

Nota 1-https://youtu.be/TUOmSjkhzwY